La fotografia che abbiamo tutti in testa è il cane che scava nella neve e tira fuori una persona viva. Succede, ed è il motivo per cui centinaia di volontari passano gli inverni ad addestrare cani per questo. Ma i numeri raccolti in Italia dal 1984 al 2003 dicono anche un’altra cosa: ogni cento persone cercate con le unità cinofile da valanga, sette sono state trovate ancora vive. Con l’apparecchio ARTVA addosso, invece, quarantuno su cento.
Non è un giudizio sui cani. È una questione di orologio: quando la squadra cinofila decolla, la persona è sotto la neve da mezz’ora buona, e mezz’ora è il tempo in cui la probabilità di sopravvivere crolla. Il cane arriva alla fine della catena dei soccorsi, e proprio per questo fa un lavoro che nessun altro può fare: cercare chi non aveva niente addosso, su un campo di neve grande come diversi campi da calcio, senza sapere dove guardare.
Questo è il quarto pezzo della serie sui mestieri dei cani. Vediamo chi impiega le unità cinofile da valanga in Italia, come si sceglie il cane, perché le razze sono quasi sempre le stesse cinque e perché la razza conta meno di come il cane è stato cresciuto.
Sommario:
Cosa fa un’unità cinofila da valanga quando parte la chiamata
Il mestiere è cercare persone sepolte sotto la neve di una valanga usando il naso, quando non c’è un segnale da seguire. In Italia lo fanno le unità cinofile da valanga (UCV) del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, insieme ai gruppi cinofili della Guardia di Finanza, dei Carabinieri, della Polizia di Stato e, in Alto Adige, del soccorso alpino dell’Alpenverein. Un’unità è sempre una coppia: un conduttore e il suo cane, e i due lavorano solo insieme.
La chiamata arriva al 112. La centrale fa alzare l’elicottero, che carica la squadra e la porta sul deposito della valanga. Lì il conduttore divide il terreno e manda il cane a lavorare per settori, contro vento: il cane esplora da solo, e quando incrocia l’odore di una persona che filtra attraverso la neve si ferma, raspa e abbaia. A quel punto si sonda in quel punto e si scava. Un cane regge cicli di lavoro di una quarantina di minuti, poi ha bisogno di recuperare, e per questo sulle valanghe grandi si portano più unità.
La stagione è corta e concentrata: in Italia l’88 per cento degli incidenti da valanga avviene fra dicembre e aprile. In Svizzera, dove i numeri sono più alti, si contano ogni inverno oltre cento incidenti e gli elicotteri della Rega volano una trentina di missioni in valanga l’anno.
Sotto la neve si muore in mezz’ora, e il cane parte dopo
Per capire il mestiere bisogna guardare la curva di sopravvivenza sotto la neve, che i medici di montagna hanno costruito sui casi reali. Su 332 persone completamente sepolte in Svizzera fra il 1981 e il 1989, la probabilità di essere ancora vivi nei primi quindici minuti era del 93 per cento; fra i quindici e i quarantacinque minuti precipitava a circa il 25 per cento, perché chi non ha una sacca d’aria davanti alla bocca soffoca. Uno studio più recente su 633 sepolti in Austria e Svizzera conferma la forma della curva: crollo rapido, poi un secondo gradino che porta al 25-28 per cento dopo circa trentacinque minuti, e da lì la curva si appiattisce.
Adesso mettiamoci i tempi di un soccorso organizzato. Bisogna che qualcuno dia l’allarme, che la centrale attivi la squadra, che l’elicottero arrivi. In Tirolo, su dodici anni di interventi per persone completamente sepolte, la durata mediana della sepoltura è stata di 85 minuti e i sopravvissuti sono stati il 18,3 per cento. Lo stesso studio dice una cosa che ai cinofili non fa piacere sentire: fra le persone localizzate dai cani e quelle localizzate con le sonde non c’è una differenza significativa di sopravvivenza, mentre chi viene visto a occhio se la cava molto meglio, perché vuol dire che era in superficie o quasi.
Ecco perché i manuali ripetono che il salvataggio vero lo fanno i compagni, sul posto, nei primi minuti, con ARTVA, pala e sonda. Il cane non è in gara con l’ARTVA: arriva dopo, e lavora sui casi che l’ARTVA non copre.
Chi trova i travolti, secondo vent’anni di incidenti italiani
I dati italiani più completi sui modi in cui i travolti vengono ritrovati stanno in uno studio dell’ARPAV per l’AINEVA, che ha riletto gli incidenti dal 1984 al 2003. Su quel periodo 497 persone sono rimaste completamente sepolte, cioè con testa e torace sotto la neve: 175 sono state tirate fuori vive, 322 erano morte. Contando ogni cento persone cercate con un certo sistema, i ritrovati vivi sono stati quarantuno con l’ARTVA e sette con le unità cinofile.
Sette su cento sembra poco finché non si guarda chi sono quelle persone: sono quelle che nessun apparecchio stava cercando, perché addosso non avevano niente. In Italia, in quegli anni, l’attrezzatura da autosoccorso era presente in 69 casi su 641, l’8 per cento, e solo il 19 per cento dei sepolti è stato individuato con l’ARTVA, contro il 42 per cento del Canada. Il cane è l’unico strumento che funziona su chi non porta niente, ed è anche l’unico che può dire a una squadra dove non serve più scavare.
La percentuale dei ritrovati vivi con le unità cinofile, per fortuna, negli ultimi decenni è salita, e la spiegazione degli autori è tutta organizzativa: squadre elitrasportate e telefoni che accorciano il tempo della prima chiamata. In Svizzera, fra il 1995 e il 1999, il tempo medio passato sotto la neve dalle persone cercate con le unità cinofile è calato di 152 minuti, arrivando intorno ai sessanta minuti.
Come si sceglie un cane da valanga: si guarda come gioca
Nel soccorso alpino il cane non si compra addestrato: lo cresce il conduttore, che è prima di tutto un operatore di soccorso alpino e resta un volontario. Il cucciolo si prende a otto-nove settimane da linee da lavoro, e da quel momento la coppia entra in un percorso che dura anni.
Quello che si cerca in un cucciolo è sempre lo stesso, e non è l’olfatto: il naso ce l’hanno tutti. Si cerca un cane che giochi come se ne andasse della vita, perché la ricerca è costruita sul gioco (il figurante nascosto nella buca di neve diventa il compagno di gioco che compare alla fine), un cane socievole e curioso, perché sul posto ci sono elicotteri, estranei, gente sotto shock, e un cane che non molla dopo dieci minuti di neve in faccia. Alessandro Darman, istruttore della Scuola Nazionale del CNSAS, lo riassume così: «Devono essere atletici, molto socievoli e curiosi, oltre a sopportare bene il freddo e il caldo».
Poi comincia la scuola. I corsi nazionali del CNSAS dividono i cani in classe A, dai quattro mesi a un anno, e classe B, oltre l’anno. Per essere operativa un’unità deve superare i due gradi del corso della Scuola Nazionale UCV e, da lì in poi, un esame di verifica sul campo ogni anno, con allenamenti settimanali nel mezzo. La prima Scuola Nazionale UCV italiana è nata a Solda nel 1966 e per vent’anni ha formato i conduttori di tutto l’arco alpino. Il corso nazionale è arrivato nel 2025 alla cinquantottesima edizione, con diciotto unità cinofile in campo e cinquanta o sessanta persone al lavoro ogni giorno fra conduttori, figuranti e prove con l’elicottero.
Perché sono sempre malinois, border collie, pastori e retriever
Le razze che si vedono nei campi di addestramento sono quasi sempre queste: pastore belga malinois, border collie, pastore tedesco di linea da lavoro, labrador e golden retriever, più qualche grigione. Non è una classifica di intelligenza né di naso: è la lista dei cani che stanno dentro tutti i vincoli del lavoro in montagna insieme.
I vincoli sono quattro. Il primo è la taglia: il cane deve entrare in elicottero, essere imbragato e verricellato, e all’occorrenza essere portato in braccio su un pendio. Un cane di venti-trenta chili si gestisce, uno di sessanta no. Il secondo è il mantello: serve pelo che regga vento, neve e attese all’aperto, senza arrivare al pelo lungo che si carica di palle di ghiaccio. Il terzo è la motivazione: la ricerca dura ore e il premio arriva solo alla fine. Il quarto è il carattere sociale: un cane che si chiude o si allarma in mezzo agli estranei è inutilizzabile su un intervento vero.
Dentro questi vincoli, ci stanno decine di razze e moltissimi meticci. Per questo i responsabili delle scuole ripetono che conta il singolo cane e la linea da cui viene, non il nome della razza sul pedigree: è lo stesso discorso che abbiamo visto per i cani antiveleno e per i cani antidroga. Uno studio del 2015 ha messo alla prova in un compito di discriminazione olfattiva carlini, pastori tedeschi e levrieri: i carlini se la sono cavata meglio dei pastori tedeschi. Nessuno per questo porterà un carlino su una valanga, ed è proprio il punto: la razza si sceglie per tutto il resto, non per il naso.
I cani che restano fuori, e il motivo
Che fine ha fatto il san bernardo col barilotto
Il san bernardo col barilotto è l’immagine più famosa del soccorso in montagna, e viene da una storia vera: i monaci dell’ospizio del Gran San Bernardo usavano i loro cani per cercare i viandanti nella neve lungo il valico, e il più celebre, Barry, salvò un numero imprecisato di persone all’inizio dell’Ottocento. Il barilotto di liquore, invece, è un’invenzione dei pittori dell’epoca.
Nel soccorso di oggi il san bernardo non c’è più, e il motivo non è sentimentale: pesa troppo per l’elicottero e per il verricello, si stanca prima sul pendio e nella neve fresca affonda. Il mestiere non è cambiato, sono cambiati i mezzi con cui ci si arriva, e i mezzi hanno riscritto la lista delle razze. Lo stesso è successo ai cani guida, passati dai pastori tedeschi ai labrador.
La parte difficile dell’addestramento è l’elicottero
Il pezzo di addestramento che sorprende chi guarda da fuori non è la ricerca: è l’elicottero. Il cane deve salire e scendere con i motori accesi, restare fermo a bordo, farsi agganciare all’imbrago e scendere appeso al verricello sopra un deposito di neve, con il vento dei rotori che gli spara addosso neve e rumore. Si allena con voli apposta, in modo che il giorno dell’intervento sia routine.
In Alto Adige una unità cinofila da valanga presidia per tutta la stagione invernale la base di elisoccorso dell’Aiut Alpin Dolomites in Val Gardena, a turno con i colleghi degli altri corpi. È l’unica maniera per accorciare l’unico pezzo di tempo su cui il soccorso organizzato può ancora guadagnare qualcosa.
Il lavoro sulla neve è un ramo di una famiglia più larga, quella delle unità cinofile da soccorso: gli stessi cani, con un addestramento diverso, cercano dispersi in superficie, sotto le macerie e, come si è visto in Nepal dopo le alluvioni, nel fango.
Quanto dura la carriera e come si diventa conduttore
Un cane da valanga comincia a lavorare intorno ai due anni e smette di solito fra gli otto e i nove, quando l’usura delle articolazioni e il freddo cominciano a pesare. Non va da nessuna parte: vive in casa del conduttore da quando è cucciolo e ci resta da pensionato, mentre il conduttore, se può, comincia con un altro cane.
Diventare conduttore non è una scorciatoia per far lavorare il proprio cane. Prima si entra nel soccorso alpino e si diventa operatori, poi si prende il cucciolo, poi si fanno due anni di formazione e si superano i due gradi del corso nazionale, con verifica annuale. Chi vuole provare l’attività senza il resto può guardare alle prove di ricerca dei club cinofili, che sono lo sport corrispondente.
Se vai dove le valanghe cadono
- Il salvataggio lo fanno i compagni nei primi minuti: ARTVA acceso addosso, pala e sonda nello zaino, per ogni persona del gruppo. I dati italiani dicono che, in venti anni di incidenti, questa attrezzatura era presente in meno di un caso su dieci.
- L’ARTVA serve solo se lo sai usare: fai una prova di ricerca con il tuo gruppo all’inizio di ogni stagione.
- La chiamata al 112 va fatta subito, anche mentre si cerca: il tempo che passa fra la valanga e la partenza dell’elicottero è l’unico che i soccorritori non possono recuperare.
- Il bollettino valanghe si legge prima di partire, non dopo: in Italia l’88 per cento degli incidenti si concentra fra dicembre e aprile, e quasi sempre su pendii che qualcuno aveva già segnalato come critici.
Domande frequenti
Che razza sono i cani da valanga?
Nel soccorso alpino italiano si vedono soprattutto pastore belga malinois, border collie, pastore tedesco di linea da lavoro, labrador e golden retriever. Non c’è una razza obbligatoria: servono cani di taglia media, con pelo adatto al freddo, motivatissimi al gioco e socievoli, perché devono volare in elicottero e lavorare in mezzo a estranei.
Quanto in profondità sente un cane una persona sepolta?
Dipende dalla neve, dal vento e da quanto tempo la persona è là sotto, perché l’odore deve risalire attraverso il manto. Su neve non troppo compatta i cani segnalano regolarmente sepolture di uno-due metri, che è anche la profondità tipica registrata negli interventi (la mediana in uno studio tirolese è 1,25 metri). Neve ghiacciata e crosta dura rendono tutto più difficile.
Il cane è più veloce dell’ARTVA?
No, e non fa lo stesso lavoro. L’ARTVA porta i compagni sul punto in pochi minuti, ed è il sistema con cui si salvano più persone: quarantuno vive ogni cento cercate, nei dati italiani. Il cane arriva con la squadra organizzata, quasi sempre oltre la mezz’ora, e serve a cercare chi l’apparecchio non ce l’aveva.
Quanto tempo ci vuole per formare un’unità cinofila da valanga?
Circa due anni dopo aver preso il cucciolo, ai quali va aggiunto il percorso per diventare operatore di soccorso alpino, che viene prima. Servono i due gradi del corso della Scuola Nazionale UCV del CNSAS e poi un esame di verifica sul campo ogni anno.
I cani da valanga sono pagati?
I conduttori del CNSAS sono volontari, e il cane vive con loro come cane di famiglia. Nei corpi dello Stato, come la Guardia di Finanza, i conduttori sono personale in servizio e i cani sono in carico all’amministrazione.
Perché non si usa più il san bernardo?
Perché il soccorso oggi si muove in elicottero. Un cane da sessanta o settanta chili non si carica a bordo, non si verricella e affonda nella neve fresca. Il san bernardo del Gran San Bernardo è la storia vera da cui nasce questo mestiere, ma il mezzo con cui si arriva sul posto ha cambiato la taglia dei cani che lo fanno.
Cosa deve fare chi trova una persona sotto la neve prima che arrivino i soccorsi?
Chiamare il 112 e intanto cercare con l’ARTVA, sondare e scavare liberando prima la testa e il torace, perché il nemico è la mancanza d’aria. Ogni minuto guadagnato nei primi quindici vale più di tutto il resto della catena dei soccorsi.
Fonti. M. Valt, A. Cagnati, A. Crepaz (ARPAV, Centro Valanghe di Arabba), «Gli incidenti da valanga in Italia», Neve e Valanghe n. 49, AINEVA, con i dati 1984-2003 sulle modalità di ritrovamento dei travolti; H. Brugger e M. Falk, analisi di 332 sepolti in Svizzera 1981-1989 con la classificazione delle fasi di sopravvivenza, Wiener klinische Wochenschrift, 1992; P. Procter e altri, «Burial duration, depth and air pocket explain avalanche survival patterns in Austria and Switzerland», Resuscitation, 2016; M. Hohlrieder e altri, «Rescue missions for totally buried avalanche victims: conclusions from 12 years of experience», High Altitude Medicine and Biology, 2008; P. Haegeli e altri, «Comparison of avalanche survival patterns in Canada and Switzerland», CMAJ, 2011; CNSAS Alto Adige, pagina delle unità cinofile da valanga e storia della Scuola Nazionale UCV di Solda; servizio dal 58° corso nazionale unità cinofile da valanga del CNSAS al Col Gallina, con le dichiarazioni dell’istruttore Alessandro Darman e del presidente del CNSAS Veneto Giuseppe Zandegiacomo; Rega, «Quando i cani da valanga imparano a volare»; N. J. Hall e altri, «Performance of Pugs, German Shepherds, and Greyhounds on an odor-discrimination task», Journal of Comparative Psychology, 2015.
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