Di tutte le cose che si insegnano a un cane, il richiamo è l’unica che un giorno può salvargli la vita: un cancello aperto, un capriolo che parte, un altro cane dall’altra parte della strada. Ed è anche la più fragile, perché non si gioca in casa ma là fuori, dove la tua voce è in gara con tutti gli odori del mondo. Il cane che non torna non è testardo e non ti sta sfidando: sta facendo un conto, e tornare da te in quel momento perde.

Il richiamo si costruisce facendo vincere quel conto tutte le volte, per mesi, prima di chiederlo quando serve. Qui sotto trovi come si fa da zero, i quattro modi in cui di solito lo rovinamo senza volerlo, cosa fare nel momento in cui il cane non viene, dove in Italia si può lasciarlo libero e cosa hanno misurato gli studi che hanno confrontato premio e collare elettrico. Il metodo è quello su cui concordano i veterinari comportamentalisti; i numeri vengono dagli studi, e sono tenuti separati.

Sommario:

Perché il cane non torna quando lo chiami

Prova a vederla dalla sua parte. Nove volte su dieci, quando lo chiami al parco, quello che succede dopo è il guinzaglio e la strada di casa: la parola «vieni» per lui vuol dire «è finita». Se poi, quando finalmente arriva, si prende una sgridata per averci messo tanto, ha imparato che arrivare costa. E se la parola l’hai ripetuta dieci volte mentre lui annusava, senza che succedesse niente, la parola si è consumata: è un rumore di fondo come il traffico. Non c’entra il carattere, c’entra la storia di quella parola.

C’è anche una finestra in cui il richiamo peggiora da solo. Uno studio inglese su cuccioli destinati a diventare cani guida ha misurato la risposta al «seduto» a cinque e a otto mesi: a otto mesi i cani rispondevano meno, ma solo alla persona che li accudiva, non a un estraneo. È l’adolescenza, ed è una fase che passa: se il tuo cane di otto o dieci mesi sembra non sentirti più, sta facendo il quattordicenne (di cosa vuol dire, in anni umani, abbiamo scritto qui). Alzare la voce non serve: si torna alla lunghina e ai premi come fosse il primo giorno.

I quattro modi di rovinare il richiamo

  • Chiamarlo solo per finire il divertimento. Se «vieni» precede sempre il guinzaglio, il cane impara a non venire. Va chiamato dieci volte per gioco, premiato e lasciato di nuovo libero, per ogni volta in cui lo si chiama davanti all’uscita.
  • Sgridarlo quando arriva. Anche dopo cinque minuti di inseguimento, il momento in cui arriva è il momento in cui ha fatto la cosa giusta. Il cane collega la sgridata all’arrivo, non al ritardo.
  • Ripetere la parola nel vuoto. Ogni «vieni» che non produce niente insegna che «vieni» non vuol dire niente. Si chiama una volta, quando si è quasi certi che venga.
  • Chiamarlo per le cose che odia. Bagno, gocce, pastiglie, la macchina per il veterinario: per quelle si va a prenderlo, il richiamo non si spende.

Come si insegna il richiamo al cane, passo per passo

Quello che segue è una procedura, non un dato misurato: è il modo di lavorare su cui concordano l’associazione dei veterinari comportamentalisti americani (AVSAB) e i grandi enti cinofili, e che un educatore adatta al singolo cane. L’idea di fondo è una sola: la parola di richiamo deve diventare il suono più bello che il cane conosce, e per farlo deve essere pagata ogni volta, con qualcosa che valga, per settimane, prima di chiederla in una situazione difficile.

FaseDoveCosa si fa
1. La parolain casasi sceglie una parola nuova (o un fischietto), non il nome e non il «vieni» già consumato; si dice e subito dopo arriva un boccone di quelli veri. Dieci volte al giorno, per una settimana, anche se il cane è a un metro
2. La distanzacasa e giardinosi chiama da un’altra stanza, poi dal giardino; ogni arrivo si paga. Il cane deve venire fin sotto la mano, non fermarsi a due metri
3. Le distrazioniparco, con la lunghinalunghina da 5-10 metri agganciata alla pettorina; si chiama quando il cane non è impegnato in niente di serio; se non viene, si raccoglie la corda senza parlare e si ricomincia più facile
4. Il rilascioovunquedopo il premio si dice «vai» e lo si lascia tornare a quello che faceva: quattro richiami su cinque finiscono con la libertà, non con il guinzaglio
5. La vita verasenza lunghina, dove si puòsi chiama poche volte, sempre pagando; ogni tanto un premio enorme a sorpresa. Ogni cane nuovo o odore nuovo è una distrazione da riprovare partendo dalla lunghina

Il premio conta quanto la parola. Il biscotto secco che il cane mangia tutti i giorni non regge il confronto con un altro cane: servono pezzetti di pollo, formaggio, wurstel, tenuti per il richiamo e per niente altro, e qualche volta il gioco della corda o una corsa insieme. Le calorie in più vanno tolte dalla ciotola, perché il richiamo non deve costare chili (qui quanto pesa un wurstel sulla giornata di un cane). Un trucco che funziona con quasi tutti i cani: quando lo chiami, mentre arriva, indietreggia o scappa nella direzione opposta. Un cane insegue chi si allontana e rallenta davanti a chi lo aspetta fermo, in piedi, chino su di lui, che per un cane è una postura poco invitante (ne abbiamo scritto nella guida sul linguaggio del corpo). Accucciarsi, girarsi di fianco e fare festa con la voce funziona meglio di qualunque comando.

I tempi: con un cucciolo che comincia a otto settimane il richiamo di base si vede in un paio di mesi, ma diventa affidabile fra le distrazioni non prima dell’anno, e regredisce nell’adolescenza. Con un cane adulto che non l’ha mai imparato si parte dalla fase 1 come se fosse un cucciolo, con una parola nuova, e ci vuole più pazienza perché c’è una storia da cancellare. Se il cane ha paure, reattività verso altri cani o una storia di fughe, il lavoro va impostato con un educatore, che vede quello che in un articolo non si vede.

Cosa fare quando il cane non torna

Succederà. Il cane è a cinquanta metri, ha il naso in una tana e la tua parola non arriva. In quel momento le cose da non fare sono due, e sono quelle che vengono più naturali: corrergli dietro, perché per lui diventa un gioco e lui è più veloce; e urlare il richiamo, perché ogni ripetizione nel vuoto lo consuma. Quello che funziona di solito: cambiare direzione e allontanarsi, magari con un rumore nuovo (un fischio, il sacchetto dei premi, un «oh!» acuto), e quando il cane alza la testa e viene, festa grande, anche se ci ha messo cinque minuti. Poi, per la settimana successiva, si torna alla lunghina: quel richiamo mancato dice che il livello era troppo alto, non che il cane è cattivo.

Se il cane è partito dietro a qualcosa, un capriolo o un altro cane, il richiamo in quel secondo non esiste per nessun cane del mondo: si lavora prima, sul non farlo partire, chiamandolo appena lo si vede irrigidirsi e puntare. Il cane che si blocca, alza la coda e fissa qualcosa sta per andare: i segnali che precedono la corsa sono descritti nella guida sugli incontri fra cani.

Premio o collare elettrico: cosa dicono gli studi

Sul richiamo esiste uno studio fatto apposta, ed è quello che ha messo a confronto il premio con il collare elettrico proprio sul «vieni». Lo hanno fatto all’Università di Lincoln, in Inghilterra, con 63 cani che il proprietario descriveva come cani che non tornano o inseguono animali, divisi in tre gruppi da 21. Il primo gruppo è stato addestrato con il collare elettrico da addestratori indicati dai produttori dei collari; il secondo dagli stessi addestratori ma senza collare; il terzo da addestratori indipendenti che lavoravano solo con il premio. Tutti hanno avuto fino a 150 minuti di lavoro in cinque giorni, su «vieni» e «seduto».

Cosa si è misuratoCon il collare elettricoSolo con il premio
«Vieni» riuscito al primo colpo71,0%82,5%
Tempo di risposta al «vieni»1,35 secondi1,13 secondi
Comandi necessari per sessionepiù ripetizionimeno segnali

I cani addestrati solo con il premio tornavano più spesso e più in fretta, e avevano bisogno di meno comandi. Gli stessi addestratori senza collare si sono fermati al 72,4 per cento, in mezzo. La conclusione degli autori è che il collare non serve nemmeno nel caso per cui viene venduto, cioè il richiamo del cane che insegue. Uno studio portoghese su 92 cani di sette scuole ha guardato l’altra faccia: i cani delle scuole che usavano metodi coercitivi mostravano più segnali di stress durante la lezione, avevano più cortisolo nella saliva dopo, e in un test fatto fuori dalla scuola si comportavano da «pessimisti», cioè si aspettavano meno cose buone dal mondo. Su queste basi l’associazione dei veterinari comportamentalisti americani ha scritto nel 2021 che non c’è nessuna prova che i metodi avversativi servano, in nessun contesto, e che per il cane vanno usati solo metodi basati sul premio.

In Italia il collare elettrico non è vietato da una legge nazionale, ma la Cassazione lo ha trattato più volte come maltrattamento di animali quando il suo uso provoca sofferenze: lo ha detto nel 2016 e lo ha precisato nel 2021, chiarendo che il reato sta nell’uso che fa soffrire il cane, con segni accertabili, non nel fatto di fargli indossare il collare. Prima di comprare uno strumento che ti espone a una denuncia e che negli studi funziona peggio del pollo, conviene fermarsi.

Dove si può lasciare il cane libero in Italia

Il richiamo si allena dove il cane può stare libero, e in Italia i posti non sono tanti. L’ordinanza nazionale sulle aggressioni dei cani, in vigore dal 2013 e prorogata di anno in anno (l’ultima proroga è del settembre 2026, ne abbiamo scritto qui), impone il guinzaglio non più lungo di 1,50 metri nelle aree urbane e nei luoghi aperti al pubblico, e la museruola sempre con sé. Fanno eccezione le aree per cani individuate dai Comuni, che sono il posto giusto per le prime prove senza corda, con il difetto che sono piene di distrazioni e spesso piccole. Poi ci sono i regolamenti comunali, che possono essere più severi, e la campagna: fuori dall’abitato il cane può stare libero dove non è vietato, ma va tenuto conto di chi caccia in stagione, delle greggi con i cani da guardia e delle strade.

La lunghina è il compromesso che risolve quasi tutto: dieci metri di corda leggera agganciata alla pettorina, mai al collare, lasciata strisciare a terra. Il cane ha la sensazione di essere libero, tu hai un modo di raccoglierlo senza chiamarlo a vuoto, e nei posti dove il guinzaglio è obbligatorio si accorcia. Per i cani che hanno paura dei rumori e scappano con i botti, il richiamo si allena a parte e c’è una guida dedicata.

Domande frequenti

A che età si comincia a insegnare il richiamo?

Dal giorno in cui il cucciolo arriva a casa, a otto settimane: si dice la parola e arriva il boccone, dieci volte al giorno, in casa. A quell’età il cucciolo ti segue comunque, ed è il momento migliore per attaccare alla parola qualcosa di bello. Il richiamo affidabile fra le distrazioni arriva dopo l’anno.

Il mio cane adulto non ha mai imparato: è tardi?

No. Si parte dalla fase 1 con una parola nuova, perché quella vecchia è consumata, e si fanno tutti i passi come con un cucciolo. Ci vuole più tempo, perché oltre a insegnare c’è da cancellare la storia di un «vieni» che non ha mai pagato.

Fischietto o voce?

Il fischietto ha tre vantaggi: suona uguale in tutte le bocche della famiglia, si sente da lontano e non porta il tono di voce arrabbiato. La voce ce l’hai sempre. Molti usano tutti e due: il fischietto per la distanza, la parola da vicino. L’importante è che il suono scelto venga pagato ogni volta.

Devo dare il premio ogni volta, per sempre?

Ogni volta per i primi mesi, finché il richiamo non regge fra le distrazioni. Poi si passa a premiare quasi sempre, con qualche premio enorme a sorpresa: il cane torna anche per vedere cosa c’è oggi. Il premio non va mai tolto del tutto, e il rilascio («vai») è un premio anche quello.

Il cane torna in casa e in giardino ma non al parco: perché?

Perché al parco la gara è un’altra: odori, cani, persone. Il richiamo va costruito anche lì, partendo dalla lunghina e da momenti in cui il cane non è impegnato, e pagato con premi migliori di quelli di casa. Se salti il passaggio, il cane impara che al parco la parola non vale.

Il collare a vibrazione o a spruzzo è diverso da quello elettrico?

Sono tutti strumenti che funzionano facendo succedere al cane qualcosa di spiacevole, e nello studio sul richiamo il gruppo che lavorava solo con il premio ha fatto meglio del gruppo con il collare. Se il richiamo non funziona il problema sta nella storia della parola e nel livello di difficoltà, e si risolve lì, con un educatore se serve.

Il comportamento lo deve vedere un esperto

Per capire perché un cane si comporta in un certo modo bisogna osservarlo dove vive, con chi vive e nel momento in cui il problema succede: è il lavoro di un educatore o istruttore cinofilo qualificato, e si fa a casa vostra. In rete dello stesso comportamento trovi venti spiegazioni diverse, e nessuna è stata scritta per il tuo cane. Se in ballo ci sono ansia, paure o aggressività, la figura giusta è il medico veterinario esperto in comportamento: è un medico, quindi può prima di tutto escludere una causa fisica.

Fonti: China L., Mills D.S., Cooper J.J., Efficacy of Dog Training With and Without Remote Electronic Collars vs. a Focus on Positive Reinforcement, Frontiers in Veterinary Science 7:508, 2020; Vieira de Castro A.C. et al., Does training method matter? Evidence for the negative impact of aversive-based methods on companion dog welfare, PLoS ONE 15(12), 2020; American Veterinary Society of Animal Behavior, Position Statement on Humane Dog Training, 2021; Asher L. et al., Teenage dogs?, Biology Letters 16, 2020; Ministero della Salute, ordinanza sulla tutela dell’incolumità pubblica dall’aggressione dei cani, 6 agosto 2013 e successive proroghe; Corte di Cassazione, sez. III penale, sentenze 21932/2016 e 10758/2021.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 10 settembre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.