No. Messo davanti a uno specchio il cane lo guarda, a volte abbaia contro il cane che c’è dentro, spesso lo usa per vedere cosa succede alle sue spalle, e poi smette di occuparsene. Quello che non fa mai è usare il riflesso per guardarsi addosso.

Su questa risposta la ricerca è d’accordo da decenni. La domanda che si è aperta dopo è un’altra: se la prova dello specchio è una prova per gli occhi, e il cane il mondo lo legge con il naso, quella risposta riguarda il cane o riguarda la prova? Nel 2017 una ricercatrice americana ha provato a rifare lo stesso esperimento usando l’urina al posto del riflesso, e i cani hanno reagito. Cosa li abbia fatti reagire, però, è ancora in discussione.

Sommario:

Che cos’è la prova dello specchio

L’ha inventata Gordon Gallup nel 1970. L’animale viene prima abituato a uno specchio, finché smette di trattare il riflesso come un estraneo. Poi, mentre dorme o è sedato, gli si mette sulla fronte o su un sopracciglio un segno di colore inodore, in un punto che senza specchio non può vedere. Al risveglio lo si rimette davanti allo specchio e si guarda una cosa sola: se si tocca il segno.

Chi lo tocca, guardando il riflesso, sta usando l’immagine per esaminare il proprio corpo. Nessuno chiede che il segno venga tolto: basta che l’animale lo esplori. La passano gli scimpanzé e i bonobo, i bambini fra i diciotto e i ventiquattro mesi, e con gli adattamenti del caso i delfini, un elefante e una gazza. Le altre scimmie no. Il panda gigante, che vive da solo, neanche.

Perché è una prova tarata male per un cane

Perché prima ancora di chiedersi se un cane si riconosce, bisogna chiedersi se la prova è in grado di farglielo dire. La prova dello specchio dà per scontate tre cose: che l’animale prenda le informazioni importanti con gli occhi, che gli interessi come appare e che abbia l’abitudine di toccarsi e pulirsi addosso. Nelle grandi scimmie ci sono tutte e tre.

Nel cane non ce n’è nessuna. Il suo senso principale è l’olfatto, tanto che con il tartufo arriva perfino a sentire il calore a distanza; l’aspetto non è un canale di comunicazione fra cani, e il repertorio di gesti rivolti al proprio corpo è ridotto a grattarsi e leccarsi. Un cane che non tocca il segno può non essersi riconosciuto, ma può anche essersi riconosciuto benissimo e non avere nessun motivo per andare a toccarsi la fronte. La prova non distingue i due casi, e questo è il difetto da cui parte l’esperimento del 2017.

Come si costruisce uno specchio per il naso

Alexandra Horowitz, del Barnard College di New York, ha tenuto la struttura della prova e ha cambiato il senso. Al posto del riflesso, l’urina del cane stesso: il suo odore, quello che lascia in giro e che gli altri cani leggono. Al posto del segno rosso sulla fronte, un secondo odore mescolato dentro. La domanda diventa: quando il cane trova il proprio odore modificato, ci si ferma sopra più a lungo?

I proprietari raccoglievano l’urina del proprio cane la mattina stessa. In laboratorio un assistente ne metteva un millilitro e mezzo dentro barattolini di latta da tre centimetri con tre fori nel coperchio e li appoggiava a terra a due metri e mezzo dal cane, insieme a un terzo barattolo d’acqua messo in mezzo per non far correre il cane dritto verso le persone. Poi trenta secondi di tempo, liberi di andare dove volevano.

Il lavoro fatto per non suggerire la risposta è la parte migliore dell’esperimento. Chi posava i barattoli non sapeva cosa contenessero e restava di spalle. Il proprietario nemmeno, e per tenerlo occupato gli era stato dato il compito finto di contare le volte che il cane si girava a guardarlo. La misura, cioè i secondi con il naso a meno di dieci centimetri dal barattolo, è stata presa fotogramma per fotogramma da chi non sapeva quale barattolo fosse quale, e un terzo dei video è stato ricontato da una seconda persona.

Una precisazione sui partecipanti: erano tutti cani che avevano già fatto almeno un corso di nosework, la ricerca olfattiva sportiva. Nelle prove preliminari i cani non abituati ad annusare su richiesta non si avvicinavano ai barattoli, e senza avvicinamento non c’è niente da misurare. È un limite del campione e va tenuto presente.

Il confrontoCosa c’era nei due barattoliA cosa serviva
Sé contro sé modificatola sua urina / la sua urina più l’odore aggiuntola domanda principale
Sé contro un altrola sua urina / l’urina di un cane sconosciutoverificare che in laboratorio si comporti come in strada
Sé modificato contro il segnola sua urina più l’odore / il solo odore aggiuntoescludere che lo attiri l’odore nuovo e basta
Sé contro il cane di casala sua urina / l’urina del cane con cui vivecapire quanto pesa il fatto di conoscerlo

Cosa hanno fatto i trentasei cani del primo esperimento

Al primo giro hanno partecipato trentasei cani, sedici maschi e venti femmine, di sei anni di media, ventitré di razza e tredici meticci. Uno non si è mai avvicinato a entrambi i barattoli e non entra nei conti; dagli altri trentacinque sono uscite centonove prove valide.

ConfrontoRisultatoQuanto è solido
la sua urina modificata contro la sua urinapiù tempo sulla modificatanetto (1 su 10.000 che sia un caso)
l’urina di uno sconosciuto contro la suapiù tempo sullo sconosciutonetto (2 su 1.000)
la sua urina modificata contro il solo odore aggiuntonessuna differenzail risultato che apre il problema
la sua urina contro quella del cane di casanessuna differenzacampione piccolo, tredici cani

Le prime due righe sono quelle attese. La terza è il guaio, e a scriverlo è l’autrice stessa: se il cane si ferma sul proprio odore modificato tanto quanto si ferma sull’odore aggiunto da solo, non si può stabilire se lo interessi il proprio odore cambiato o se lo interessi quella sostanza. Nelle sue parole, l’interpretazione del risultato principale resta prematura.

Il motivo sta nella scelta del segno. Al posto del colorante inodore della prova classica, in questo primo esperimento è stato usato del tessuto biologico: due grammi di milza prelevati dall’autopsia di un cane morto di linfosarcoma, forniti dalla facoltà veterinaria della University of Pennsylvania e tagliati in ottanta pezzetti. La scelta era voluta, perché è un odore che i cani notano anche senza addestramento. Ha funzionato troppo bene: undici cani hanno reagito con quella che nel testo è descritta come un’espressione di disgusto, cioè testa tirata indietro di scatto, labbro ritratto, lingua che esce ripetutamente, una zampa alzata.

Il secondo esperimento, con l’anice al posto del tessuto malato

Un anno dopo l’esperimento è stato rifatto con dodici cani in un’altra struttura di New York, con un segno diverso: cotone imbevuto di olio essenziale di anice, l’odore che si usa nei corsi di nosework. Un odore riconoscibile e che non racconta niente, più vicino al segno di colore della prova originale.

Stavolta i tre confronti si sono incastrati. I cani si sono fermati più a lungo sulla propria urina modificata che sulla propria urina; più a lungo sulla propria urina modificata che sull’anice da solo; e fra la propria urina e l’anice da solo non hanno fatto differenza. Nessuno dei due odori, preso per conto suo, li interessava: li ha fermati la combinazione.

Su questo poggia la conclusione dello studio, che l’urina modificata attiri il cane in quanto modificata, e non in quanto odorosa. Il campione, però, è piccolo: undici cani e trentuno prove.

Perché chi ha inventato la prova dello specchio non è convinto

L’anno dopo la pubblicazione, Gordon Gallup, che la prova dello specchio l’ha inventata nel 1970, ha risposto insieme a James Anderson sulla stessa rivista. Riconoscono che lo specchio olfattivo è una traduzione ben costruita della prova del segno. Sulla conclusione sono categorici: né i cani né gli elefanti, i delfini, le gazze, i cavalli, le mante, i calamari o le formiche hanno mostrato prove solide e riproducibili di riconoscimento di sé, in nessun senso.

La differenza fra le due prove si vede mettendole a confronto. Nella prova dello specchio l’animale fa qualcosa al proprio corpo: si porta la mano alla fronte, va a toccare il segno. È un gesto rivolto a sé e si vede a occhio nudo. Nello specchio olfattivo il cane annusa più a lungo una scatoletta di latta. Il comportamento misurato non riguarda il suo corpo, e la frase «ha capito che quell’odore è suo» è l’interpretazione di chi guarda, non una cosa che il cane ha fatto.

C’è anche una spiegazione più semplice, e a metterla sul tavolo è Horowitz nelle sue conclusioni: la preferenza per quello che non si conosce. Se il proprio odore è familiare, il cane si ferma di più su tutto ciò che familiare non è, e i risultati vengono uguali senza bisogno di scomodare il riconoscimento di sé. Contro questa lettura c’è il fatto che nel secondo esperimento l’anice da solo, che era nuovo, ha attirato poco.

Resta un’ultima cosa, ed è la più semplice da controllare: nessuno ha rifatto l’esperimento. Le pubblicazioni che citano lo studio del 2017 sono trentotto, e l’idea dello specchio olfattivo è stata ripresa sui gechi e sui serpenti, mai in una replica sui cani.

Quello che invece il cane sa del proprio corpo

C’è un’altra strada, che non passa dal riconoscersi ma dal sapere dove si finisce. Un gruppo ungherese l’ha percorsa con due esperimenti puliti.

Nel primo, del 2020, i cani dovevano attraversare un’apertura ritagliata in una parete. Alcune aperture erano larghe, una sola era troppo stretta per loro. Verso quelle troppo strette si avviavano con più esitazione. Una volta arrivati davanti, non provavano a passare: la misura veniva presa sul singolo cane, con l’apertura tagliata sulle sue misure.

Nel secondo, del 2021, il cane sta in piedi su un tappetino e il proprietario gli chiede di portargli un oggetto. Nella prova vera l’oggetto è attaccato al tappetino su cui il cane ha le zampe, quindi tirandolo si tira il pavimento sotto di sé. Nel controllo l’oggetto è fissato al pavimento, e tirarlo è ugualmente impossibile, ma la causa non è il cane.

SituazioneCani che scendono dal tappetinoSu quanti
oggetto attaccato al tappetino sotto di lui2732
oggetto fissato al pavimento1432
oggetto libero, o tappetino tirato con una corda549

Nella prova vera i cani scendono prima, scendono più spesso e scendono tenendo l’oggetto in bocca; in settantasette prove su centotredici, una volta scesi, l’oggetto lo consegnano. Hanno collegato l’ostacolo al proprio peso sul tappetino e hanno risolto togliendo di mezzo sé stessi.

Questo è un risultato più solido dello specchio olfattivo e dice una cosa diversa: che il cane si rappresenta il proprio corpo come un oggetto che occupa spazio e fa resistenza. Sapere dove finisce il proprio corpo non è sapere chi si è. È il gradino sotto, e per adesso i cani stanno in piedi lì.

Perché allo specchio non guarda e all’angolo del muro sì

Una cosa che il cane distingue di sicuro è il proprio odore da quello degli altri, e si vede senza laboratorio. Nel 2001 il biologo Marc Bekoff ha passato cinque inverni a spostare pezzi di neve gialla lungo un sentiero del Colorado per vedere come reagiva il suo cane Jethro. Sulla propria urina si fermava poco e sempre meno col passare dei giorni; su quella degli altri cani l’interesse restava alto, e marcava sopra quella dei maschi più spesso che sopra quella delle femmine. È un cane solo e l’autore lo chiama uno studio pilota, ma l’esperimento del 2017 ha ritrovato la stessa cosa in laboratorio: sull’urina di uno sconosciuto i cani si fermavano più a lungo che sulla propria.

Da qui viene la conseguenza pratica. L’urina di un altro cane porta informazioni che al cane servono, la sua no, perché le sa già. Quando durante la passeggiata si ferma a un angolo e ci resta venti secondi, sta facendo la stessa operazione dei barattoli di latta: sta leggendo. Tirare il guinzaglio in quel momento è interrompere l’unica parte della passeggiata in cui riceve notizie.

E allo specchio non guarda per il motivo opposto. Il riflesso è muto: non ha odore, non dice chi è passato, non dice quando. Per un animale che si informa con il naso è una superficie che non contiene niente.

Domande frequenti

Il cane si riconosce allo specchio?

No. I cani guardano lo specchio e imparano a usarlo per vedere cosa c’è dietro di loro, ma non hanno mai superato la prova del segno, che chiede di usare il riflesso per esaminare una macchia messa sul proprio corpo.

Che cos’è la prova dello specchio?

Un esperimento inventato da Gordon Gallup nel 1970. Si mette all’animale addormentato un segno colorato e inodore in un punto che non può vedere da solo, e si guarda se davanti allo specchio va a toccarlo. La superano scimpanzé e bonobo, i bambini dai diciotto ai ventiquattro mesi, i delfini, un elefante e una gazza.

Il cane si riconosce dal proprio odore?

Distingue il proprio odore da quello degli altri cani: sulla propria urina si ferma meno che su quella di uno sconosciuto. Nell’esperimento del 2017 si è fermato più a lungo sulla propria urina quando ci era stato aggiunto un altro odore. I ricercatori, però, non sono d’accordo sul fatto che questo basti a chiamarlo riconoscimento di sé.

Perché il cane abbaia allo specchio?

Di solito succede all’inizio, e a un cane che non ci ha mai avuto a che fare: tratta l’immagine come un altro cane. Nel giro di poco smette, perché il riflesso non risponde, non ha odore e non si comporta come si comporterebbe un cane vero.

I cani capiscono di avere un corpo?

Su questo le prove sono più solide che sullo specchio. Davanti a un’apertura troppo stretta per loro esitano e non ci provano; e se devono sollevare un oggetto attaccato al tappetino su cui hanno le zampe, ventisette su trentadue scendono dal tappetino per riuscirci. Sapere dove finisce il proprio corpo, però, non è la stessa cosa che sapere chi si è.

Perché il mio cane annusa così a lungo dove hanno fatto pipì gli altri cani?

Perché è lì che stanno le informazioni: chi è passato, quando, maschio o femmina, in che condizioni. La propria urina la annusa molto meno, e l’interesse cala col passare dei giorni, perché quelle notizie le ha già.

Il comportamento lo deve vedere un esperto

Per capire perché un cane si comporta in un certo modo bisogna osservarlo dove vive, con chi vive e nel momento in cui il problema succede: è il lavoro di un educatore o istruttore cinofilo qualificato, e si fa a casa vostra. In rete dello stesso comportamento trovi venti spiegazioni diverse, e nessuna è stata scritta per il tuo cane. Se in ballo ci sono ansia, paure o aggressività, la figura giusta è il medico veterinario esperto in comportamento: è un medico, quindi può prima di tutto escludere una causa fisica.

Fonti. A. Horowitz, «Smelling themselves: Dogs investigate their own odours longer when modified in an olfactory mirror test», Behavioural Processes 143, pp. 17-24, 2017, letto per intero: sono suoi il disegno dell’esperimento, i due campioni di trentasei e dodici cani, i quattro confronti, i risultati e le espressioni di disgusto, la descrizione della prova dello specchio di G. G. Gallup Jr. (Science, 1970) e le sue conclusioni sulla preferenza per l’odore non familiare. La critica è in G. G. Gallup Jr. e J. R. Anderson, «The olfactory mirror and other recent attempts to demonstrate self-recognition in non-primate species», Behavioural Processes 148, pp. 16-19, 2018. Sulla rappresentazione del corpo: R. Lenkei e altri, «That dog won’t fit: body size awareness in dogs», Animal Cognition 23, pp. 337-350, 2020, e «Dogs (Canis familiaris) recognize their own body as a physical obstacle», Scientific Reports 11, 2761, 2021, letto per intero. La neve gialla è in M. Bekoff, «Observations of scent-marking and discriminating self from others by a domestic dog», Behavioural Processes 55, pp. 75-79, 2001. Il conto delle trentotto pubblicazioni che citano lo studio del 2017 è stato fatto su Europe PMC il 20 settembre 2026.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 20 settembre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.