Carattere e descrizione del Chien d’Artois
Taglia, il tricolore fulvo scuro, la voce e il temperamento
Il Chien d’Artois ha uno standard che dedica alla voce utilizzazione più righe che al carattere, e le usa per raccontare tre scenari di caccia diversi. È il ritratto di un cane che si giudica per quello che fa.
In questa pagina: quanto è grande, il mantello tricolore che tira sul pelo di lepre o di tasso, quegli occhi dall’aria malinconica e dolce, la voce e a chi è adatto.
Sommario
Il Chien d’Artois in breve
Il Chien d’Artois è un segugio francese di media taglia: dai 53 ai 58 cm per maschi e femmine, con un peso medio di 28-30 kg. Ha il pelo corto e piatto e un mantello tricolore fulvo scuro che tira sul pelo di lepre o di tasso. Il carattere, testuale: cane vigoroso e rustico, dall’olfatto molto fine, che si unisce bene alla muta, equilibrato e affettuoso.
Quanto è grande un Chien d’Artois

Lo standard dà una misura sola per entrambi i sessi: dai 53 ai 58 centimetri al garrese, con una tolleranza di un centimetro, e un peso medio fra i 28 e i 30 chili.
Nella foto qui accanto c’è un Grand Anglo-Français Tricolore, non un Chien d’Artois: della razza esistono pochissime immagini pubbliche, e nel corso di queste pagine usiamo altri segugi francesi per illustrare il contesto, dicendolo ogni volta.
L’aspetto generale del Chien d’Artois sta in una riga: cane ben costruito, muscoloso e non troppo lungo, che dà l’impressione di forza e di energia.
Il non troppo lungo è confermato dai numeri: il rapporto fra altezza e lunghezza del corpo sta fra 10:10 e 10:11. Quasi un quadrato, per un segugio.
Un’altra proporzione dice molto sulla sua costruzione: l’altezza del torace sta alla taglia come 1 a 2. Il torace occupa esattamente metà dell’altezza del cane, e la linea sternale arriva al livello dei gomiti.
La testa ha il cranio forte, largo, abbastanza corto e lo stop accentuato. Il labbro superiore ricopre largamente l’inferiore e deve dare al muso, visto di profilo, una forma quadrata.
Le orecchie sono attaccate all’altezza della linea dell’occhio, larghe, quasi piatte, e c’è una misura precisa: arrivano all’estremità del tartufo.
La coda è forte, abbastanza lunga, spigata e portata a falce, e non ricade mai in avanti.
Il tricolore che tira sul pelo di lepre

Il colore è uno solo, e la descrizione è di quelle che restano in mente: tricolore fulvo scuro, che tira sul pelo di lepre o di tasso, con gualdrappa o grandi pezzature, la testa abitualmente fulva, talvolta carbonata.
Nella foto: un Grand Anglo-Français Tricolore, un altro segugio francese tricolore, usato qui per mostrare il tipo di mantello.
Pelo di lepre e pelo di tasso non sono colori, sono riferimenti: quel fulvo scuro sfumato e grigiastro che si vede sul dorso di una lepre o sul mantello di un tasso.
La gualdrappa è la macchia nera che copre il dorso come una coperta. In alternativa lo standard ammette grandi pezzature, cioè macchie nere ampie ma separate.
La testa è di regola fulva, cioè senza nero, e talvolta carbonata: con i peli dalla punta scura che le danno un effetto brunito.
Un difetto elencato riguarda proprio il colore: le moschettature, cioè i puntini colorati sul bianco. Il tricolore di questa razza dev’essere netto.
Il pelo è corto, spesso e abbastanza piatto: nessuna manutenzione particolare, una spazzolata a settimana e basta.
E poi ci sono gli occhi, che sono la firma della razza: rotondi, a fior di testa, dall’aria malinconica e dolce, di color bruno-scuro.
Aria malinconica e dolce in uno standard FCI è una rarità assoluta. L’occhio molto chiaro, invece, è un difetto da squalifica.
Il carattere del Chien d’Artois

Il paragrafo sul carattere è di una riga: cane vigoroso e rustico, dall’olfatto molto fine, che si unisce bene alla muta, equilibrato e affettuoso.
Nella foto: due Grand Anglo-Français Tricolore, un’altra razza di segugi francesi, usati qui per illustrare il tipo.
Si unisce bene alla muta è l’informazione più importante di tutta la riga, ed è quella che spiega il carattere di questo cane. Un segugio da muta deve andare d’accordo con gli altri cani, perché lavora in gruppo, spesso in sei o otto.
Nella pratica significa un cane socievole con i suoi simili, poco conflittuale e abituato a condividere spazio, cibo e lavoro.
Equilibrato e affettuoso è l’altra metà: con le persone è un cane tranquillo, senza le riserve dei guardiani e senza l’iperattività di certi cani da compagnia.
Vigoroso e rustico ricorda invece che questo non è un cane da divano. Lo standard lo descrive al lavoro in pianura, nel bosco e nelle macchie, e la sua velocità è media ma sostenuta: tradotto, tiene il ritmo per ore.
L’olfatto molto fine è la sua qualità principale, e lo standard la descrive con una frase che vale un paragrafo: sa ritrovare intelligentemente la pista perduta.
Il difetto caratteriale che lo standard elenca è uno solo, ed è significativo: il soggetto timoroso. In un cane che deve entrare nel folto dietro a un cinghiale, la timidezza è un problema di lavoro prima che di carattere.
Va detta poi la cosa che riguarda chi lo prende come cane di casa: la voce. Lo standard la definisce splendida, alta, e dice che si fa sentire da lontano. È un pregio a caccia e un problema in condominio.
Il lavoro: pianura, bosco e macchia

La voce utilizzazione di questo standard è una delle più dettagliate della nomenclatura FCI, perché descrive il cane in tre ambienti diversi, uno per uno.
Nella foto: una muta di segugi francesi tricolori al lavoro. Non sono Chien d’Artois, ma il contesto è esattamente quello descritto dallo standard.
In pianura: vista la finezza del suo fiuto, è capace di sventare le astuzie di una lepre. Le astuzie della lepre sono i suoi salti laterali e i ritorni sulle proprie tracce, e sventarle è il mestiere più difficile per un segugio.
Nel bosco: nei boschi di alberi ad alto fusto chiari e sparsi, sa portare a meraviglia un cervo nella direzione voluta. Non solo inseguire: portare nella direzione voluta, cioè guidare la selvaggina verso i cacciatori.
Nelle macchie: il suo coraggio e la sua bravura fanno sì che egli possa far uscire dal folto del bosco anche un cinghiale recalcitrante. È il lavoro più duro e più pericoloso che si chieda a un segugio.
E poi c’è la chiusura, che è la parte che spiega perché questa razza esiste: sei-otto cani d’Artois tricolori, ben omogenei, formano una piccola muta che può fare la gioia del più esigente Maestro d’equipaggio.
Ben omogenei è la chiave di tutta la cinofilia da muta francese: i cani devono somigliarsi non per estetica, ma perché una muta che corre alla stessa velocità e con la stessa voce lavora meglio di un gruppo di individui.
Il Maestro d’equipaggio, in francese maître d’équipage, è chi guida una squadra di caccia a cavallo. È un mondo che in Francia esiste ancora, e questa razza ne fa parte.
Artois, Basset Artésien Normand e i cugini francesi

La Francia ha la cinofilia da caccia più ricca del mondo, con decine di razze di segugi, e il Chien d’Artois è uno dei più antichi e dei più rari.
Nella foto: un Griffon Nivernais e un basset francese, due delle molte razze da seguita del paese.
Il parente più diretto è il Basset Artésien Normand, che porta nel nome la stessa regione: è nato dall’incrocio fra i bassetti d’Artois e quelli di Normandia, ed è di fatto la versione a zampe corte di questa famiglia.
Poi ci sono gli altri segugi di media taglia con cui il Chien d’Artois condivide sezione e mestiere: l’Ariégeois, il Porcelaine, il Billy e l’Anglo-Français de Petite Vénerie.
Il Griffon Nivernais fa lo stesso lavoro con un altro tipo di mantello, ruvido e ispido invece che corto e piatto.
Fuori dalla Francia il paragone più immediato è con il Beagle, che è più piccolo e infinitamente più diffuso, e con i Segugi Italiani, che cacciano in modo diverso: da soli o in coppia, non in muta.
È una differenza culturale prima che cinofila. In Italia il segugio è il cane del cacciatore singolo; in Francia è il cane di una squadra.
Quanto vive un Chien d’Artois e di cosa si ammala
È un cane rustico, come lo definisce il suo stesso standard, con una vita media intorno ai 12-14 anni e senza patologie ereditarie documentate come tipiche.
Il primo controllo restano le lastre di anche e gomiti: su un cane da lavoro di trenta chili sono la richiesta di base.
Il secondo sono le orecchie, ed è specifico di questa razza: lo standard le vuole così lunghe da arrivare all’estremità del tartufo. Orecchie così, pendenti e poco arieggiati, vanno controllate ogni settimana.
Il terzo sono gli occhi: lo standard li descrive a fior di testa, cioè poco infossati. In un cane che entra nel folto dietro a un cinghiale, sono più esposti a graffi e corpi estranei.
Il quarto è il pool genetico, ed è il tema serio. Questa razza è stata ricostruita negli anni Settanta a partire da pochissimi soggetti: il coefficiente di consanguineità non è una curiosità, è una domanda necessaria.
Il quinto sono i forasacchi: un cane da macchia, da aprile a luglio, li raccoglie ovunque. Controllo di orecchie, ascelle e spazi fra le dita dopo ogni uscita.
E il sesto è il peso: un segugio che non caccia e mangia come se cacciasse ingrassa in fretta.
A chi è adatto il Chien d’Artois
È adatto a chi caccia con i cani da seguita: è per questo che esiste, e lo standard lo dice in tre modi diversi.
È adatto a chi può tenerne più di uno: la muta ideale, secondo il testo, è di sei-otto cani.
È adatto a chi ha altri cani: si unisce bene alla muta significa che con i suoi simili sta bene.
È adatto a chi vive in campagna e cammina molto: è un cane con una velocità media ma sostenuta che tiene il ritmo per ore.
È adatto a chi cerca un cane equilibrato e affettuoso, senza le complicazioni caratteriali dei guardiani.
Non è adatto alla vita in appartamento: quella splendida voce si sente da lontano, ed è un problema con i vicini.
Non è adatto a chi lo lascia in giardino tutto il giorno: un segugio senza lavoro cerca la pista da solo, e la trova.
Non è adatto a chi non ha un giardino recintato sul serio: quando prende una traccia, non sente più niente.
E non è adatto a chi lo vuole in Italia: non risulta nessuna nascita registrata.

