Storia ed origine del Grand Anglo-Français Tricolore

Dai Poitevin ai Foxhound: come è nato il più diffuso dei tre anglo-francesi

Anche lo standard di questa razza non ha il capitolo storico: comincia dalla classificazione FCI e passa direttamente all’aspetto generale. Quello che si sa viene dalle fonti cinofile francesi, e il punto di partenza è un incrocio: i Poitevin tricolori con i Foxhound inglesi.

In questa pagina: chi erano i Poitevin, perché nell’Ottocento la Francia è andata a prendere i cani in Inghilterra, cosa vuol dire il nome Anglo-Français, com’era una giornata di caccia a corsa e quanti cani di questa razza nascono oggi.

Sommario

Il Poitevin, il cane da cui viene il tricolore

Poitevin tricolore in stand di profilo su una pedana di esposizione

Il Poitevin è una delle grandi razze da muta francesi: alto 62-72 cm nei maschi, elegante, veloce, con il mantello tricolore e la sella nera. Viene dal Poitou, nel centro-ovest della Francia, e ha una storia leggendaria fra i cinofili francesi.

Nella foto: un Poitevin in esposizione. Non è un Grand Anglo-Français Tricolore: è la razza francese da cui il tricolore anglo-francese ha preso il mantello e l’eleganza.

Nel suo standard il Poitevin ha una nota che spiega molto anche di questa razza: il mantello è tricolore con la sella nera, o tricolore con grandi macchie nere; a volte bianco e arancio; il pelo color lupo è piuttosto frequente. Quella stessa tolleranza per il pelo mescolato torna nel Grand Anglo-Français Tricolore col nome di louvard.

Il Poitevin era il cane delle grandi mute da lupo e da cervo, ed è famoso per la resistenza: nella letteratura venatoria francese si raccontano cacce di sei o sette ore. Ma era anche una razza fragile nei numeri, e nell’Ottocento ha rischiato più volte di sparire.

Nel 2024 il libro genealogico francese ha registrato 110 Poitevin: più del Grand Anglo-Français Tricolore, che ne ha 65. Le due razze convivono negli equipaggi, e spesso nella stessa muta.

Perché la Francia è andata a prendere i cani in Inghilterra

Poitevin tricolore in stand accanto al conduttore in una esposizione

Nell’Ottocento la vénerie francese si ricostruisce dopo il crollo delle grandi mute dell’ancien régime, e chi rifonda un equipaggio si trova davanti un problema pratico: i cani francesi sopravvissuti sono pochi, disomogenei e spesso consanguinei.

Nella foto: un altro Poitevin in esposizione. È il tipo francese da cui parte la selezione di questa razza.

In Inghilterra, nello stesso periodo, il Foxhound era diventato il cane da muta più efficiente d’Europa: un secolo di caccia alla volpe organizzata aveva prodotto cani veloci, resistenti e soprattutto capaci di lavorare compatti.

L’idea francese è stata semplice: prendere il tipo inglese e incrociarlo con i propri cani, tenendo il naso, la voce e l’ossatura francesi e guadagnando velocità e coesione. Da quegli incroci nascono le razze anglo-francesi.

I risultati si chiamavano bâtards, cioè bastardi. Non era un insulto: nella cinofilia francese dell’epoca indicava un incrocio voluto fra due razze pure, e quei cani erano ricercati proprio perché funzionavano.

Il dosaggio, però, era la parte delicata. Se il sangue inglese diventa troppo, il cane perde il naso e la voce; se resta troppo poco, non si guadagna niente. Lo standard di questa razza fotografa esattamente quel compromesso: cane solido a predominanza francese, che esprime in gradi diversi l’origine Foxhound.

Anglo-Français, un nome del 1957

Il nome che oggi identifica queste razze è recente. Secondo le fonti cinofile la denominazione Anglo-Français è stata adottata ufficialmente nel 1957 per tutte le varietà nate dagli incroci fra segugi francesi e Foxhound: fino a quel momento i cani si chiamavano coi vecchi nomi locali o, semplicemente, bâtards.

Dopo quella data la famiglia si è ordinata per colore, e sono nate tre razze grandi con tre numeri di standard: il Tricolore (322), il Blanc et Noir (323) e il Blanc et Orange (324).

C’è poi una cosa da chiarire, perché confonde tutti: Grand non si riferisce necessariamente alla taglia del cane. Si riferisce alla grande vénerie, cioè alla caccia alla selvaggina grossa. È la stessa logica per cui esiste l’Anglo-Français de Petite Vénerie: quello è il cane per la piccola vénerie, e infatti è più piccolo, 48-56 cm (scheda della razza).

Il riconoscimento FCI della razza porta la data del 1983, che è anche la data dello standard ufficiale valido; il testo attualmente in circolazione è la traduzione del 1996. Da allora non è stato riscritto: è uno degli standard più vecchi ancora in uso nel gruppo 6.

Un’ultima nota sui nomi, per orientarsi fra le schede francesi: quando trovi scritto chien d’ordre non si parla di obbedienza, ma di un cane che caccia in muta su un animale scelto. Il club di razza francese si chiama proprio Club du chien d’ordre.

Com’è una giornata di caccia a corsa

Tavola di Crafty del 1888 con cavalieri e cavalli al rendez-vous di caccia

La struttura di una giornata di vénerie è rimasta la stessa da secoli, ed è utile conoscerla perché spiega che cosa si chiede a questi cani. Si comincia col rapport: all’alba i valets de chiens hanno perlustrato il bosco e riferiscono dove sono gli animali.

Nella foto: una tavola di Crafty – pseudonimo di Victor Eugène Géruzez (1840-1906) – dal libro La chasse à courre, quarantotto tavole acquerellate pubblicate a Parigi nel 1888.

Poi c’è il rendez-vous, il raduno: cavalieri, cavalli, la muta e il maître d’équipage che decide su quale animale si andrà. È la scena che Crafty ha disegnato più volte, e che nelle sue tavole occupa sempre il primo terzo del libro.

Il momento in cui la caccia comincia si chiama laisser-courre: la muta viene sciolta sulla traccia scelta. Da lì in avanti i cani lavorano e gli uomini seguono, e per gran parte del tempo i cavalieri capiscono cosa succede solo dalla voce.

Il passaggio più difficile è il cambio: quando l’animale inseguito attraversa un branco di animali freschi, la muta deve restare sul primo. È la prova che separa un chien d’ordre da un cane che caccia per sé.

Alla fine, se la caccia si chiude, arriva la curée: i cani ricevono la loro parte e i corni suonano la fanfara dell’equipaggio. Ogni equipaggio ha la sua aria, e nelle fotografie d’epoca la curée è il momento che si ritrova sempre.

Il mondo intorno ai cani: cavalli, contadini, strade

Le tavole di Crafty raccontano una cosa che gli standard non dicono: la caccia a corsa era una faccenda sociale, che coinvolgeva un territorio intero. In una delle tavole un contadino indica la strada ai veneurs, e nel testo Crafty spiega che nella maggior parte delle nostre province il contadino non ama i veneurs, soprattutto se sono parigini.

Quel dettaglio dice molto sul contesto in cui queste razze sono state costruite. Una muta ha bisogno di territorio, e il territorio è di qualcuno: i rapporti con i proprietari, i contadini e i guardiacaccia erano parte del mestiere.

C’era poi la questione dei cavalli. Crafty dedica pagine intere ai cavalli da caccia, e una raccomandazione la ripete: il cavallo deve essere avvezzo a tutte le insidie dei cattivi cammini. Un cane da muta cresce in mezzo agli zoccoli e deve imparare a starci senza farsi male.

E c’era l’aspetto mondano, che nel libro è preso di mira con ironia: gli invitati, l’abbigliamento, le regole di comportamento. Crafty scrive che un invitato non deve mai superare il maître d’équipage, e che chi viola la regola deve almeno salutare al passaggio.

Tutto questo ha una conseguenza concreta sui cani. La vénerie era costosa e visibile, e chi poteva permettersela comprava i migliori riproduttori disponibili, anche all’estero. Le razze anglo-francesi sono nate esattamente da quella disponibilità di mezzi.

Il Novecento, le guerre e i numeri di oggi

Tavola di Crafty del 1888: cavalieri al galoppo su una strada con un cane davanti

Il secolo scorso è stato duro per tutte le razze da muta. Le due guerre mondiali hanno chiuso decine di equipaggi in Francia, e ogni equipaggio chiuso significava una muta dispersa: cani ceduti, linee interrotte, canili svuotati.

Le razze che hanno resistito lo hanno fatto per una ragione semplice: essere utili. Il Grand Anglo-Français Tricolore è, fra i tre, quello che negli equipaggi ha funzionato meglio, e questo si vede nei numeri di oggi.

Le statistiche ufficiali delle iscrizioni al LOF, pubblicate ogni anno dalla Société Centrale Canine, danno per il 2024: 65 Grand Anglo-Français Tricolore, 33 Blanc et Noir e nessuna riga per il Blanc et Orange.

Nelle stesse tabelle il Français Tricolore ha 115 iscritti, il Poitevin 110, il Gascon Saintongeois 602 e l’Anglo-Français de Petite Vénerie 125.

Un avvertimento sulla lettura di questi numeri: nel 2023 molte di queste razze segnano zero, e l’anno dopo tornano a decine. Non è un crollo seguito da un boom: le mute iscrivono i cani a blocchi, e una parte dei cani nati negli equipaggi non passa affatto per il libro genealogico.

In Italia, infine, c’è un piccolo dato curioso: sul codice di razza 322 le API dell’ENCI registrano un cucciolo, nel 2017, e zero affissi. È l’unico dei tre Grand Anglo-Français che qui abbia almeno un cane a libro genealogico.

RazzaIscritti al LOF 2023Iscritti al LOF 2024
Grand Anglo-Français Tricolore065
Grand Anglo-Français Blanc et Noir033
Grand Anglo-Français Blanc et OrangeNon compareNon compare
Français Tricolore0115
Poitevin0110
Gascon Saintongeois850602
Anglo-Français de Petite Vénerie160125
Grand Bleu de Gascogne151122
Billy51

Perché queste tre razze restano separate

Tavola di Crafty del 1888: due cavalieri al galoppo sotto la pioggia in un bosco

Una domanda che viene naturale: se i tre Grand Anglo-Français sono identici tranne che nel colore, perché sono tre razze e non tre varietà di una sola? La risposta ha a che fare con la storia, non con la genetica.

Ognuno dei tre viene da un tipo francese diverso: il Tricolore dai Poitevin, il Blanc et Noir dal Gascon Saintongeois, il Blanc et Orange dal Billy. Il colore, in queste razze, è la firma della provenienza.

La conseguenza pratica è che nel Tricolore qualsiasi altro mantello è un difetto, e nel Blanc et Noir il tricolore è addirittura squalificante. Non si tratta di estetica: tenere i colori separati è il modo con cui la cinofilia francese ha deciso di conservare tre eredità diverse.

C’è anche un rovescio, e va detto: con popolazioni così piccole la separazione rigida rende la vita difficile agli allevatori. Il Blanc et Orange, che ha i numeri più bassi, rischia di sparire per assorbimento dentro le sorelle più numerose.

In questo, il Tricolore ha una responsabilità in più: essendo il più diffuso, è anche il serbatoio genetico su cui il futuro dell’intera famiglia anglo-francese, nella pratica, si appoggia.