Storia ed origine del Grand Griffon Vendéen

Dal Greffier del Cinquecento a Hubert Dezamy: cinque secoli di griffoni

Lo standard del Grand Griffon Vendéen è uno dei pochi che si prende la briga di elencare gli antenati per nome, e sono nomi che portano molto indietro: il Greffier, ovvero il cane bianco del re dell’inizio del Cinquecento, il Griffon Fauve de Bretagne, il chien gris de Saint-Louis e il Griffon de Bresse, discendente di antenati segusiani.

In questa pagina: chi era il Greffier, come è nato il pelo duro dei vandeani, il crollo dopo la Seconda guerra mondiale, l’uomo che ha salvato la razza, e i numeri italiani di oggi.

Sommario

Il Greffier, il cane bianco del re

Dipinto di Rosa Bonheur: il cane Barbaro dopo la caccia, legato accanto a un secchio

Lo standard comincia da una frase che sembra un enigma: all’inizio esisteva solo il Grand Vendéen, una varietà a pelo corto di vandeano discendente dal Greffier o dal cosiddetto cane bianco del re. Il traduttore aggiunge una nota: inizio del XVI secolo.

Nella foto: Barbaro dopo la caccia, dipinto di Rosa Bonheur (1822-1899), la più grande pittrice animalista dell’Ottocento francese. Su Wikimedia Commons il quadro è catalogato proprio fra le immagini di questa razza.

I chiens blancs du roy erano le grandi mute reali francesi, e la cinofilia francese li considera l’origine di mezza famiglia dei segugi bianchi. Il nome Greffier, secondo il racconto tradizionale, viene da un cane bianco appartenuto al greffier, cioè al cancelliere, del re: da lui sarebbe partita una linea diventata famosa.

Il punto interessante è quel pelo corto: il vandeano delle origini non era un griffone. Il pelo duro e ispido è arrivato dopo, e lo standard dice da dove: dal Griffon Fauve de Bretagne, che entra per una parte importante nelle linee di sangue del Greffier.

Gli altri due nomi completano il quadro. Il chien gris de Saint-Louis, i cani grigi che la tradizione lega alle crociate e di cui oggi si considera erede il Griffon Nivernais. E il Griffon de Bresse, che lo standard fa discendere da antenati segusiani, cioè dai cani dei Segusiavi, la popolazione gallica citata dagli autori latini come allevatrice di cani da caccia.

Messa così, la genealogia di questa razza tocca cinque secoli documentati e ne suggerisce altri venti. Non per niente lo standard, nella prima riga dell’aspetto generale, la definisce una razza molto antica.

Che cosa fa un limier, e perché questa razza lo fa

Fotografia del 1907: due uomini con una muta di griffoni vandeani davanti a una cancellata

Nel capitolo utilizzazione lo standard scrive una cosa che gli altri segugi da muta non hanno: questo cane si usa generalmente in muta, ma anche individualmente come limier (cane tenuto al guinzaglio e usato per riprendere una traccia fredda).

Nella foto: una muta di griffoni vandeani in una fotografia del 1907, dalle tavole di The new book of the dog di Robert Leighton. Gli uomini in uniforme sono i conduttori dell’equipaggio.

Il limier – in italiano si dice cane da rapproche o da traccia – è quello che lavora all’alba, prima che la caccia cominci. Al guinzaglio, con calma, cerca la traccia notturna dell’animale e stabilisce dove è passato e dove si è messo a riposare.

È un lavoro completamente diverso da quello della muta: richiede naso finissimo, concentrazione e la capacità di lavorare da solo con un uomo. Nella vénerie francese il limier è il cane di cui il maître d’équipage si fida di più.

Ecco perché lo standard dice naso fine prima di dire bella voce, e perché la razza è arrivata fino a noi anche fuori dalle grandi mute: un cane che sa fare il limier è utile anche a un cacciatore con il fucile e un solo cane.

Sempre nel capitolo utilizzazione c’è un’altra frase da notare: è un cane per cacciatori con o senza fucili. Nella vénerie classica non si spara: si segue la muta a cavallo. Questa razza lavora bene in entrambi i mondi, e la cosa l’ha salvata.

Il pelo che viene dalla Bretagna

Griffon Fauve de Bretagne fulvo dal pelo ruvido accucciato su una poltrona

Se il vandeano delle origini era a pelo corto, il pelo duro dei griffoni vandeani ha una provenienza precisa. Lo standard non lascia dubbi: non va dimenticato il Griffon Fauve de Bretagne nelle sue origini, perché entra per una parte importante nelle linee di sangue del Greffier.

Nella foto: un Griffon Fauve de Bretagne. Non è un Grand Griffon Vendéen: è la razza bretone da cui, secondo lo standard, i vandeani hanno preso il pelo ruvido.

Il Fauve de Bretagne è una razza antichissima e più piccola – 48-56 cm – con il pelo duro e il colore fulvo. È il classico cane da cinghiale delle macchie bretoni, e nell’Ottocento è stato a un passo dall’estinzione.

Il senso di quell’incrocio è tutto funzionale. Un cane che entra nei roveti ha bisogno di un mantello che lo protegga, e il pelo duro con sottopelo denso è esattamente questo: lo standard dei vandeani, infatti, mette insieme le due cose, non rifiuta la macchia spinosa e pelo lungo senza esagerazione, ispido e duro.

Da quell’incrocio nasce il tipo griffone che oggi rende riconoscibili le quattro razze vandeane: pelo ruvido, mustacchi, sopracciglia, e un’espressione che i francesi chiamano malicieuse, birichina.

Nel Novecento la stessa idea è tornata utile a rovescio: quando le razze vandeane hanno avuto bisogno di sangue, il serbatoio più vicino sono state le razze sorelle della stessa famiglia, non cani estranei.

Il crollo dopo la guerra e l’uomo che ha salvato la razza

Briquet Griffon Vendeen bianco e grigio in stand di profilo su un ring

Il Club du Griffon Vendéen nasce nel 1907, e il suo primo presidente, Paul Dezamy, scrive il primo standard delle razze vandeane. È il momento in cui questi cani, da patrimonio locale, diventano razze codificate.

Nella foto: un Briquet Griffon Vendéen, la razza media della famiglia. Anche lui è passato dallo stesso imbuto storico del Grand Griffon.

Poi arriva la Seconda guerra mondiale, e per i cani da muta francesi è una catastrofe: equipaggi chiusi, canili svuotati, cibo che non c’è. Il Grand Griffon Vendéen, che era la razza più grande e più costosa da mantenere, si riduce a pochissimi soggetti e arriva a un passo dall’estinzione.

La ricostruzione è opera di Hubert Dezamy, giudice e figura centrale della cinofilia francese del dopoguerra, che raduna i pochi cani rimasti e ricostruisce la razza selezionando con criterio. Nel 1969 il club pubblica un nuovo standard.

È una storia che assomiglia a quella di molte razze da muta francesi, ma con un finale migliore: il Grand Griffon Vendéen è arrivato fino a oggi con un tipo riconoscibile e senza essere assorbito dalle razze sorelle.

Va detto però come stanno le cose adesso: le fonti francesi parlano di una razza sempre meno diffusa, la cui sopravvivenza dipende da puristi e appassionati. Nel 2024 il libro genealogico francese ne ha iscritti 82, contro i 130 dell’anno prima.

Il Grand Griffon Vendéen in Italia: i numeri veri

Qui arriva la parte che distingue questa razza da quasi tutte le altre razze francesi da muta: in Italia esiste. Le API dell’ENCI, sul codice di razza 282, registrano 54 cuccioli in dieci anni, dal 2015 al 2024.

L’andamento racconta una storia precisa: numeri minimi fino al 2020 (uno o due cuccioli l’anno, con un picco di sette nel 2018), poi il salto – 15 nel 2021 e 13 nel 2022 – e infine il rientro, con 7 nel 2023 e 4 nel 2024.

Sono i numeri tipici di una razza che dipende da pochissimi allevatori: due anni buoni vogliono dire due o tre cucciolate in più, non un cambio di moda.

L’ENCI registra un solo affisso italiano per questa razza, e sta in Calabria, in provincia di Cosenza: un allevamento che lavora anche sul Gascon Saintongeois, cioè su un’altra razza francese da muta. Non è un caso: sono cani da cinghiale, e il cinghiale in Calabria non manca.

Per fare un confronto, nello stesso 2024 la Francia ha iscritto 82 cuccioli di questa razza. Vuol dire che l’Italia, con quattro, non è così lontana come si potrebbe pensare: parliamo di una razza rara in tutta Europa.

AnnoCuccioli iscritti in ItaliaNote
20152Il decennio comincia con numeri minimi
20161
20172
20187Prima cucciolata vera
20192
20201
202115Il picco del decennio
202213Secondo anno buono
20237
20244In Francia, nello stesso anno, 82 iscritti
Totale54 in dieci anniUn solo affisso italiano, in Calabria