Storia ed origine del Cane di San Bernardo
Dall’ospizio del 1695 a Barry, e il barilotto che non è mai esistito
Poche razze hanno una storia documentata come questa: il cenno storico dello standard cita documenti iconografici del 1695, una nota negli atti dell’ospizio del 1707, il nome del primo allevatore e la data esatta del riconoscimento.
In questa pagina: come nasce il cane dell’ospizio, chi era Barry, perché il barilotto di brandy non è mai esistito e quanti San Bernardo ci sono oggi in Italia.
Sommario
L’ospizio a 2.469 metri

Tutto comincia da un edificio: l’ospizio situato sulla cima del colle del Gran San Bernardo, a 2.469 metri d’altezza, è stato fondato nell’XI secolo per offrire un rifugio ai viaggiatori e ai pellegrini.
Il colle collega il Vallese svizzero alla Valle d’Aosta ed è uno dei valichi alpini più antichi d’Europa. D’inverno, prima delle strade moderne, attraversarlo poteva costare la vita.
I cani arrivano molto dopo la fondazione: dalla metà del XVII secolo, i monaci tenevano grandi cani da montagna destinati alla guardia e alla difesa.
Guardia e difesa, si noti. Il salvataggio è venuto dopo, ed è stata una scoperta più che un progetto.
Le prove documentali sono precise, e nel mondo delle razze canine è una rarità: la presenza di questi cani è attestata da documenti iconografici del 1695 e da una nota negli atti dell’ospizio dell’anno 1707.
Da dove venivano? Dal posto: i diretti antenati erano stati i grandi cani di fattoria molto diffusi nella regione. Nessuna origine esotica, nessun mastino importato: i cani delle stalle della valle.
Il passaggio al salvataggio lo racconta la riga successiva: ben presto questi cani furono utilizzati per accompagnare i viaggiatori e soprattutto per ritrovare e salvare quelli che si erano persi nella neve e nella nebbia.
Barry e i soldati di Bonaparte

La fama arriva per due strade, e lo standard le cita entrambe: le cronache pubblicate in varie lingue su come questi cani salvavano vite dalla morte bianca, e i racconti dei soldati che nel 1800 raggiunsero il colle con l’armata di Bonaparte.
Nel maggio del 1800 Napoleone fece passare il Gran San Bernardo a quarantamila uomini diretti in Italia. Quei soldati tornarono a casa con la storia dei monaci e dei loro cani, e la raccontarono in mezza Europa.
E poi c’è lui. Lo standard lo nomina in una riga: il leggendario Barry divenne così il prototipo del cane da salvataggio.
Barry visse fra il 1800 e il 1814, e la tradizione gli attribuisce una quarantina di persone salvate. Il numero esatto non è verificabile, ma la sua fama sì: è probabilmente il cane più famoso della storia europea prima del Novecento.
Alla sua morte non fu sepolto. Il suo corpo è conservato al Museo di storia naturale di Berna, dove ha una sala dedicata, ed è quello che vedi nella foto qui accanto.
Il nome è rimasto: all’ospizio, per tradizione, c’è quasi sempre un cane che si chiama Barry, e la fondazione che oggi si occupa dell’allevamento storico porta lo stesso nome.
Va detta però una cosa che rovina un po’ la cartolina: Barry non è il San Bernardo di oggi. Guarda la foto: è un cane più leggero, più asciutto, con una testa molto meno imponente. Il gigante moderno è arrivato dopo, con la selezione dell’Ottocento.
Il barilotto di brandy non è mai esistito

È l’immagine più famosa del mondo cinofilo, e non ha nessun fondamento storico: negli archivi dell’ospizio del Gran San Bernardo non risulta che i cani abbiano mai portato barilotti di liquore.
L’origine del mito ha un nome, una data e un autore. Nel 1820 un pittore inglese di diciassette anni, Edwin Landseer, dipinse un quadro intitolato Alpine Mastiffs Reanimating a Distressed Traveller.
Nel quadro due grandi cani trovano un viaggiatore sepolto nella neve, e al collare di uno dei due il pittore aggiunse un barilotto. Un dettaglio inventato, messo lì per riempire la scena.
Il quadro ebbe un successo enorme, e il pubblico prese il barilotto per un fatto. Da lì è arrivato in tutte le illustrazioni, in tutti i cartoni animati e su tutti i souvenir di mezza Europa.
Il buon senso, del resto, basterebbe: dare alcol a una persona in ipotermia è una delle cose peggiori che si possano fare, perché dilata i vasi periferici e accelera la perdita di calore. I monaci lo sapevano benissimo.
Quello che i cani facevano era un’altra cosa, e non aveva bisogno di barilotti: cercavano nella neve, trovavano la persona sepolta, scavavano e poi si sdraiavano addosso al malcapitato per tenerlo caldo mentre il compagno tornava all’ospizio a chiamare i monaci.
Il barilotto, oggi, è rimasto un accessorio da fotografia. Come quello nella foto qui accanto: bello da vedere e storicamente falso.
Dal 1867 al cane nazionale svizzero

La razza moderna nasce nella seconda metà dell’Ottocento, quando i cani dell’ospizio smettono di essere solo cani da lavoro e diventano una razza allevata con criterio.
La prima data è del 1867: Heinrich Schumacher di Hollingen, vicino a Berna, fu il primo a dare ai suoi cani dei documenti genealogici.
Poi arriva il 1884, e in un anno solo succede tutto. A febbraio viene aperto il libro svizzero delle origini, e lo standard racconta un dettaglio che vale una pagina di storia: il primo cane iscritto in questo libro nazionale fu il San Bernardo Leon; le 28 iscrizioni seguenti riguardarono pure dei San Bernardo.
Le prime ventinove registrazioni della cinofilia svizzera erano tutte San Bernardo. Non serve aggiungere altro sul peso che questa razza aveva nel paese.
Il 15 marzo 1884 viene fondato a Basilea il Club Svizzero del San Bernardo.
E la data finale è il 2 giugno 1887: in occasione di un congresso internazionale di cinologia il San Bernardo fu riconosciuto ufficialmente come razza d’origine svizzera e lo standard dichiarato come unico documento che fa testo; da allora, il San Bernardo è considerato come cane nazionale svizzero.
In quegli stessi decenni la razza viene incrociata con il Terranova, ed è da lì che arriva la varietà a pelo lungo. All’ospizio, però, si continuò a preferire il pelo corto: nella neve il pelo lungo raccoglie palle di ghiaccio e appesantisce il cane.
Il San Bernardo dopo l’ospizio

Nel Novecento il lavoro di soccorso in montagna cambia: arrivano l’elicottero, le squadre organizzate e i cani da valanga più leggeri e veloci. Il San Bernardo esce di scena come cane operativo e diventa un’altra cosa.
Diventa un cane di famiglia, e un’icona. Nella foto qui accanto, degli anni Cinquanta, il ruolo è già quello: un bambino, una slitta e un cane enorme e paziente.
È anche il periodo in cui la razza cresce di taglia. I San Bernardo dell’Ottocento erano cani da sessanta o settanta chili; oggi si arriva tranquillamente a novanta, e la selezione espositiva ha spinto in quella direzione.
Non è stato senza costi: più mole vuol dire più problemi articolari e una vita più corta. È il compromesso di tutte le razze giganti, e ha senso saperlo.
L’allevamento storico dei cani dell’ospizio esiste ancora e oggi è gestito da una fondazione svizzera, che d’estate porta alcuni cani al colle, dove si possono vedere.
E il colle è ancora lì, a 2.469 metri, con l’ospizio, il lago e i cani. È uno dei pochi posti al mondo dove una razza si può incontrare esattamente dove è nata.
Il Cane di San Bernardo in Italia

In Italia il San Bernardo è una razza di casa, ma i numeri stanno calando in modo netto: fra il 2015 e il 2024 sono nati 5.139 cuccioli, ma si è passati da 660 l’anno a 325.
In dieci anni le nascite si sono dimezzate, ed è un fenomeno che riguarda quasi tutte le razze giganti: costi di mantenimento, spazio necessario e consapevolezza crescente dei problemi di salute.
Il dato italiano distingue le due varietà, e racconta una cosa interessante: nel 2024 sono nati 207 cuccioli a pelo lungo e 118 a pelo corto. La varietà che all’ospizio scartavano è oggi la più richiesta.
Gli allevamenti con affisso sono venti, distribuiti su tutta la penisola con una concentrazione in Sicilia, che ne ha sei, seguita dal Lazio con tre e da Lombardia e Piemonte con due ciascuna.
Il resto è distribuito fra Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Basilicata, Puglia e Trentino Alto Adige.
Trovare un cucciolo, quindi, non è difficile. Il problema, con questa razza, è un altro: capire prima se si è pronti a un cane di ottanta chili che vivrà otto o dieci anni.

