Allevamento dell’Anglo-Français de Petite Vénerie
Dove si trova un cucciolo in un paese con 688 nascite e zero affissi
Questa razza in Italia ha una contraddizione che va spiegata subito: fra il 2015 e il 2024 sono stati iscritti 688 cuccioli, ma gli allevamenti con affisso sono zero.
In questa pagina: quanto costa un cucciolo, dove si cerca, cosa chiedere a chi ve lo dà, cosa guardare in una cucciolata e i numeri anno per anno.
Sommario
Quanto costa un cucciolo di Anglo-Français de Petite Vénerie
In Francia, dove la razza ha un club e un mercato, un cucciolo iscritto al LOF, il libro delle origini francese, costa fra i 500 e i 650 euro. È il prezzo indicato dalla Société de Vénerie, ed è una cifra bassa rispetto alla media dei cani di razza: i segugi da lavoro si vendono fra cacciatori, non in vetrina.
In Italia un listino non esiste, perché non esiste un allevamento. Con zero affissi attivi, le 69 nascite medie all’anno vengono da cucciolate di cacciatori, e il prezzo lo fa l’accordo fra due persone che si conoscono.
Dove si cerca, allora. Il primo posto sono le associazioni venatorie e i gruppi cinofili che portano i segugi alle prove su lepre: è lì che si sa chi ha accoppiato e quando. Il secondo è l’ENCI, che pur senza affissi registra le cucciolate e può indicare i proprietari dei riproduttori. Il terzo è la Francia, dove la razza si trova con più facilità e con un club alle spalle.
Una raccomandazione che con le razze da caccia vale doppio: chiedi il pedigree. Un cane senza documenti, in una razza dove il pedigree costa poco e nessuno ci specula, è un cane di cui non si sa niente.
Il resto delle spese è quello di un cane di taglia media molto attivo: 400-700 euro il primo anno fra vaccini, microchip, sverminazioni ed eventuale sterilizzazione, e 70-100 euro al mese di mantenimento.
Sulla toelettatura si risparmia tutto: pelo corto, fitto e liscio, una spazzolata a settimana e finisce lì.
C’è invece una voce che molti dimenticano e che qui è obbligatoria: la recinzione. Un segugio che prende una traccia se ne va, e una rete bassa non lo ferma. Mettetela in preventivo insieme al cane.
Cosa chiedere a chi vi dà il cucciolo

Con una razza senza allevamenti registrati le domande cambiano. Non ha senso chiedere certificazioni che nel mondo dei segugi da lavoro nessuno rilascia: ha senso chiedere le cose che chi caccia sa benissimo.
La prima domanda è sui genitori al lavoro: cosa cacciano, con che muta, quante volte a settimana. È l’informazione che ti dice che cane vi entra in casa.
La seconda è sul carattere della madre, e va vista di persona. Lo standard mette fra i difetti eliminatori sia l’aggressivo sia l’eccessivamente timido: una femmina che non si lascia avvicinare è un segnale, e in una razza senza selezione ufficiale del carattere è il segnale più importante che hai.
La terza riguarda la convivenza: quanti cani ci sono, come stanno insieme, se i cuccioli hanno visto persone, macchine, rumori. Un cucciolo cresciuto solo in un recinto in campagna parte svantaggiato.
La quarta sono le lastre delle anche. Nessuno le obbliga in questa razza, e quasi nessuno le fa: se qualcuno le ha fatte, è un ottimo segno.
La quinta è il pedigree: in una razza con 688 cuccioli iscritti in dieci anni, i documenti ci sono. Se non ce li hai, chiedi perché.
E poi la domanda più utile di tutte, che vale anche fra amici: me lo riprendi se non funziona? Chi risponde di sì ha pensato al cane, non alla cucciolata.
Cosa guardare in una cucciolata

Il primo controllo si fa con due dita, ed è la cosa più caratteristica dello standard: le orecchie, tirate in avanti, devono superare il bordo del tartufo di circa due dita.
Devono anche essere attaccati fini sotto la linea degli occhi e leggermente girate. Orecchie corte, larghe, piatte o attaccate alte sono difetti, e in un cucciolo si vedono già.
Il secondo controllo è il tartufo, e va incrociato col colore: nei tricolori deve essere nero, nei bianchi e arancio marrone, colore tabacco. Un tartufo a farfalla, cioè spezzato di colore, è un difetto elencato.
Il terzo sono gli occhi: grandi, marroni. Gli occhi chiari e quelli sporgenti sono difetti espliciti.
Il quarto è la struttura. Lo standard chiede un cane solidamente costruito ma senza pesantezza, con il fianco un po’ ritirato ma senza aspetto da levriero: né un cane pesante né un cane sottile.
Il quinto è la coda: fine, ben inserita, senza quei peli più lunghi e ruvidi a spiga verso la punta che lo standard cita due volte come difetto.
E infine il comportamento del cucciolo con gli altri: in una razza da muta, un soggetto che si isola o che litiga con i fratelli è un dato più significativo che in qualsiasi altra razza.
L’Anglo-Français de Petite Vénerie in Italia, anno per anno

I numeri raccontano una razza in salute e invisibile allo stesso tempo. Si parte da 67 cuccioli nel 2015, si scende a 36 nel 2016 e si risale a 96 nel 2017.
Poi una fase stabile fra i cinquanta e i settanta cuccioli l’anno, fino al balzo del 2023: 111 iscritti, il record del periodo. Nel 2024 si torna a 69.
Il totale del decennio è di 688 cuccioli, con una media di circa settanta all’anno. Sono numeri superiori a quelli di molte razze da compagnia molto più conosciute.
E poi c’è la colonna che spiega tutto: zero affissi attivi sulla razza in tutta Italia. Nessun allevamento registrato, nessuna vetrina, nessun sito.
È la stessa fotografia di altre razze da caccia francesi presenti da noi, come il Grand Bleu de Gascogne e il Gascon Saintongeois: cani che esistono in numero consistente perché servono, non perché piacciono.
In Francia il quadro è simmetrico ma più strutturato: circa 200 iscrizioni l’anno contro le 400 degli anni Ottanta, con un rimbalzo del 52 per cento nel 2022 e una popolazione stimata intorno ai 2.000 cani.
Per chi cerca un cucciolo il messaggio pratico è semplice: in Italia si trova, ma bisogna entrare nel giro giusto. Non è una razza che si compra, è una razza che si conosce.

