Storia ed origine del Kai
Il cane tigre di una valle chiusa fra le montagne dello Yamanashi
La storia del Kai è la storia di un isolamento. Lo standard FCI lo dice in una riga: la razza si è stabilita nel distretto di Kai (prefettura di Yamanashi), regione circondata da montagne.
In questa pagina: da quali cani viene, cosa c’entrano le montagne con la purezza della razza, il riconoscimento del 1934 e i numeri di oggi in Italia.
Sommario
Da dove viene il Kai

Lo standard non cerca fondatori né incroci: questa razza ha origine da cani di media taglia che esistevano anticamente in Giappone. È uno dei sei cani nativi giapponesi, e come gli altri non è stato creato da nessuno.
Il distretto di Kai è l’antico nome della prefettura di Yamanashi, la regione a ovest di Tokyo dominata dal monte Fuji. La stampa qui accanto è di Hiroshige e mostra il passo di Inume proprio in quella provincia: montagne, gole strette e sentieri.
È quella geografia ad aver fatto la razza. Una valle chiusa fra le montagne significa poche strade, pochi scambi e pochi cani che entrano da fuori. Il Kai si è formato lì, senza incroci, facendo un mestiere preciso: la caccia al cinghiale e al cervo sui pendii.
Da quel lavoro vengono tutte le sue caratteristiche fisiche: la muscolatura, i garretti particolarmente sviluppati che lo standard cita espressamente, l’andatura leggera e resiliente e un doppio pelo che regge il freddo di montagna.
Il branco e la purezza della razza

C’è una frase, nello standard, che merita di essere letta due volte: si pensa che la loro forte inclinazione a formare branco contribuisca al mantenimento della purezza della razza.
È un’affermazione insolita in un documento tecnico, e ha senso capirla. L’idea è che questi cani, lavorando e vivendo in gruppo fra loro, tendessero ad accoppiarsi all’interno del gruppo invece che con i cani di passaggio. Isolamento geografico più coesione sociale: due lucchetti sulla stessa porta.
Vera o no che sia la spiegazione, il risultato non si discute: il Kai è considerato uno dei cani giapponesi che ha conservato meglio il tipo originario, meno toccato dagli incroci con i cani occidentali arrivati in Giappone fra Ottocento e Novecento.
Nella vita di oggi quell’inclinazione al branco si sente ancora: è uno degli Spitz asiatici che convive meglio con gli altri cani, cosa che chi ha uno Shiba o un Akita apprezzerà.
Il Kai monumento naturale del Giappone

La data che conta è il 1934: in quell’anno la razza è stata dichiarata monumento naturale del Giappone. Non è un titolo onorifico, è una tutela prevista dalla legge giapponese per il patrimonio nazionale.
Sono gli anni in cui il Giappone si accorge di stare perdendo i propri cani nativi, travolti dagli incroci con le razze occidentali arrivate con l’apertura del paese. Fra il 1931 e il 1937 quasi tutte le razze giapponesi ricevono la stessa protezione, e il Kai entra nell’elenco nel 1934.
L’esemplare qui accanto è Kai Kuro-go, uno dei cani storici della razza, conservato ed esposto in un museo giapponese: è il tipo di cura che si riserva a un patrimonio nazionale, non a un cane.
Da allora il Kai è rimasto una razza di nicchia anche in patria, allevata soprattutto nella sua regione d’origine, e ha cominciato a uscire dal Giappone solo in tempi recenti.
Il Kai in Italia: una razza appena arrivata
In Italia il Kai è una novità vera. La serie dell’ENCI comincia nel 2018, e prima di quell’anno non risulta iscritto nessun cucciolo della razza.
Da allora i numeri sono questi: 1 cucciolo nel 2018, 1 nel 2019, 9 nel 2020, nessuno nel 2021, 2 nel 2022, 7 nel 2023 e 1 nel 2024. In tutto 21 cuccioli in sette anni.
L’affisso attivo è uno solo, in provincia di Roma. Sono numeri che dipendono da una manciata di cucciolate: un anno con nove cuccioli e uno con zero non dicono niente sulla tendenza, dicono soltanto che nel frattempo c’è stata o non c’è stata una nascita.
Per chi vuole un Kai la conseguenza è semplice: bisogna essere pazienti, mettersi in contatto presto e considerare anche gli allevamenti esteri, in Europa o in Giappone.

