Storia ed origine del Grand Anglo-Français Blanc et Orange
Dal Billy del Poitou ai Foxhound inglesi, storia della razza più rara della famiglia
Lo standard FCI di questa razza ha una particolarità: non ha il capitolo storico. Va dalla classificazione all’aspetto generale, e nemmeno la revisione del 2023 ha aggiunto una riga sulle origini. La storia, quindi, va ricostruita da fuori.
Quello su cui le fonti concordano è l’incrocio di partenza: il Billy, la razza bianca del Poitou, con i Foxhound inglesi, alla fine dell’Ottocento. In questa pagina: perché si chiama Grand, cosa vuol dire Anglo-Français, com’erano le mute di quegli anni e quanti cani ne nascono oggi.
Sommario
Da dove viene il Grand Anglo-Français Blanc et Orange

Nell’Ottocento la vénerie francese riparte dopo il crollo delle grandi mute dell’ancien régime, e chi vuole rifare una muta ha davanti una scelta pratica: recuperare i vecchi cani francesi, che sono pochi e disomogenei, o comprare in Inghilterra i Foxhound, che nel frattempo sono diventati i migliori cani da muta d’Europa.
Nella foto: L’hallali aux étangs de Commelles, dipinto di Ladurner conservato al Musée Condé di Chantilly. Cavalieri e muta sulla riva degli stagni: è lo scenario in cui questi cani sono nati.
La risposta francese non è stata scegliere fra le due strade ma incrociarle, e da quegli incroci sono nate le razze che oggi chiamiamo anglo-francesi. Ognuna è partita da un tipo francese diverso, e questo spiega i colori.
Per il bianco e arancio il punto di partenza è stato il Billy, la grande razza bianca del Poitou, che porta nel nome il fiume e la regione di origine e che a sua volta discendeva dai vecchi cani bianchi del centro-ovest della Francia.
Il risultato è quello che lo standard descrive ancora oggi in una riga: un cane forte e potente che mostra più sangue inglese nella testa del suo collega tricolore. Tradotto: nel Blanc et Orange l’apporto del Foxhound si vede più che nelle sorelle, e si vede soprattutto in testa e nelle orecchie corte.
Nella cinofilia francese dell’epoca questi cani non si chiamavano ancora anglo-francesi: si chiamavano bâtards, cioè bastardi, e non era un insulto ma la definizione tecnica di un incrocio fra due razze pure fatto con uno scopo.
Perché si chiama Grand, e perché Anglo-Français

Il nome di questa razza è composto da due parole che, prese alla lettera, ingannano. Cominciamo da Grand: non indica necessariamente la taglia del cane, ma la grande vénerie, cioè la caccia alla selvaggina grossa – cervo, capriolo, cinghiale.
Nella foto: La Curée à la Table, dipinto di Ladurner al Musée Condé. La curée davanti a un’assemblea di veneurs e di invitati: la vénerie dell’Ottocento era anche questo, una cerimonia pubblica.
È la stessa logica per cui esiste l’Anglo-Français de Petite Vénerie: quello è il cane per la piccola vénerie, cioè per lepre, coniglio e volpe. Non è un cane piccolo per caso: è un cane per una caccia diversa.
La seconda parola, Anglo-Français, è arrivata dopo. Secondo le fonti cinofile il nome è stato adottato ufficialmente nel 1957 per tutte le varietà nate da incroci fra segugi francesi e Foxhound: prima di quella data i cani si chiamavano con i vecchi nomi locali o semplicemente bâtards.
Da lì in avanti la famiglia si è ordinata per colore, e oggi conta tre razze grandi con tre numeri di standard distinti: il Tricolore (322), il Blanc et Noir (323) e il Blanc et Orange (324), che è questa.
Il fatto che siano tre razze e non tre varietà ha una conseguenza concreta: non si incrociano fra loro sulla carta, e un cucciolo del colore sbagliato non è un cane fuori standard ma un cane di un’altra razza.
Il bianco e arancio nella cinofilia francese
Il gruppo dei segugi francesi bianchi e arancio è piccolo, antico e quasi tutto in via di estinzione. Conviene guardarlo insieme, perché spiega da dove viene il colore di questa razza.
Il più antico come tipo è il gruppo dei cani bianchi del re, i chiens blancs du roy delle mute reali, da cui la cinofilia francese fa discendere sia il Billy sia il Porcelaine.
Il Porcelaine è il più riconoscibile: bianchissimo, con macchie arancio rotonde che non formano mai una mantella e con la punteggiatura arancio sulle orecchie che lo standard definisce altamente caratteristica. È anche il più piccolo, 55-58 cm.
Il Français Blanc et Orange è la versione grande e senza sangue inglese recente, e ha un primato triste: è considerata la razza canina francese più rara. Nel 2024 il libro genealogico francese ne ha iscritti quattro.
Questa razza, il Grand Anglo-Français Blanc et Orange, è l’anello che unisce quel colore al sangue inglese. E paradossalmente sta peggio del cugino Français: nelle statistiche degli ultimi anni non compare affatto.
Com’erano le mute all’inizio del Novecento

Per capire il contesto in cui vivevano questi cani basta guardare una cartolina del 1908: decine di cani in una muta compatta, una dozzina di cavalieri, e un territorio di caccia che è una foresta intera.
Nella foto: una cartolina del 1908 del Rallye-Vielsalm, nelle Ardenne. Non sono cani di questa razza in particolare: sono la muta di un equipaggio dell’epoca, cioè l’ambiente in cui il Grand Anglo-Français Blanc et Orange si è formato.
Numeri come questi spiegano perché le razze da muta hanno avuto una storia così fragile. Una muta da quaranta o sessanta cani costa quanto un’azienda agricola: servono il canile, i cavalli, il personale, il cibo, il territorio.
Le due guerre mondiali hanno chiuso decine di equipaggi in Francia, e ogni equipaggio chiuso significava una muta dispersa. Le razze con pochi allevatori e nessuna diffusione fra i privati – come questa – sono quelle che hanno pagato il prezzo più alto.
Chi è sopravvissuto lo ha fatto per una ragione precisa: essere utile. Il Tricolore e il Blanc et Noir sono rimasti nelle mute perché funzionavano sul cervo e sul capriolo; il Blanc et Orange, che aveva già numeri piccoli, si è ridotto a poche linee.
Come si cacciava, e come si caccia ancora

Il lavoro di una muta di grande vénerie ha una struttura che è rimasta uguale da secoli. Si comincia col rapport, il rapporto: i valets de chiens hanno perlustrato il bosco all’alba e riferiscono dove sono gli animali. Poi si scelgono l’animale e i cani.
Nella foto: cacciatori a cavallo che aspettano il passaggio della selvaggina in una tagliata, la striscia aperta nel bosco. È lì che, nella caccia a corsa, si vede passare tutto.
Il laisser-courre è il momento in cui la muta viene sciolta sulla traccia scelta. Da quel momento i cani lavorano e gli uomini seguono: la caccia può durare tre o quattro ore, e per gran parte del tempo i cavalieri sanno cosa succede solo dalla voce dei cani.
La parte più difficile per i cani è il cambio: quando l’animale inseguito passa in mezzo ad altri animali freschi, la muta deve restare su quello di prima. È la qualità che distingue un chien d’ordre da un cane che caccia per conto suo.
Alla fine, se la caccia si chiude, c’è la curée: i cani ricevono la loro parte, e i corni suonano l’aria dell’equipaggio. È la scena che i pittori dell’Ottocento hanno dipinto mille volte, e che nelle fotografie d’epoca torna sempre.
Oggi in Francia la vénerie continua a esistere: la Société de Vénerie, fondata nel 1907, federa circa 350 equipaggi distribuiti in una settantina di dipartimenti, fra grande e piccola vénerie. È dentro quel mondo che sopravvivono razze come questa. Fuori da lì, semplicemente, non ci sono.
Quanti sono oggi: le statistiche dicono zero

Qui i numeri sono spietati e vengono da una fonte ufficiale: le statistiche delle iscrizioni al LOF, il libro genealogico francese, che la Société Centrale Canine pubblica ogni anno razza per razza.
Nelle tabelle del 2023 e del 2024 il Grand Anglo-Français Blanc et Orange non compare affatto. Non ha una riga con lo zero: non ha la riga. Le altre due sorelle sì: il Tricolore ha 65 iscritti nel 2024, il Blanc et Noir 33.
Per dare la scala completa: nello stesso anno il Gascon Saintongeois ha 602 iscritti, l’Anglo-Français de Petite Vénerie 125, il Grand Bleu de Gascogne 122, il Français Blanc et Orange quattro e il Billy uno.
Va detta anche la controparte, per correttezza: nelle mute non tutti i cani vengono iscritti al libro genealogico. Un equipaggio che fa nascere cuccioli per sé può non passare per il LOF, perché il valore di quel cane è il lavoro. Quindi zero iscrizioni non significa necessariamente zero cani.
Ma il senso non cambia: parliamo di una razza che nessuno alleva come tale al di fuori di poche mute, e che rischia di scomparire per assorbimento dentro le sorelle più numerose.
In Italia, infine, il conto è semplice: sul codice di razza 324 le API dell’ENCI registrano zero nascite e zero affissi. Non è mai arrivata, e non è nemmeno immaginabile che arrivi, perché qui la caccia a corsa a cavallo non si pratica.

