Storia ed origine del Grand Anglo-Français Blanc et Noir
Dal bâtard anglo-saintongeois alle mute di oggi, passando per Crafty e Jules Beau
Lo standard FCI riassume l’origine di questa razza in una frase: viene dal bâtard anglo-saintongeois, un tipo comparso a metà dell’Ottocento dall’incrocio fra il Saintongeois e il Foxhound. Dietro quella frase c’è tutta la storia della vénerie francese.
In questa pagina: cosa sono i chiens d’ordre, perché nell’Ottocento si è andati a prendere il Foxhound in Inghilterra, due fotografie di una caccia del 1899 con i nomi dei protagonisti, e quanti cani di questa razza nascono oggi.
Sommario
Da dove viene il Grand Anglo-Français Blanc et Noir

La caccia col seguito di cani e cavalli, in Francia, è una faccenda vecchia di secoli. Nel Settecento le mute reali erano istituzioni con centinaia di cani, e i pittori di corte le ritraevano come si ritraggono gli eserciti: Jean-Baptiste Oudry disegnò per Luigi XV decine di scene di caccia, e da quei disegni si incidevano stampe come questa.
Nella foto: La Curée Faite, incisione di Jacques-Philippe Le Bas (1707-1783) da un disegno di Jean-Baptiste Oudry (1686-1755). La curée è il momento in cui i cani ricevono la loro parte, e in queste pagine tornerà più volte.
In quel mondo esistevano molte razze locali, spesso legate a una provincia e a una famiglia: nel sud-ovest i cani bianchi e neri picchiettati della Saintonge e della Gascogna, in altre zone i cani bianchi e arancio, i grigi, i neri e fulvi.
Poi arriva la Rivoluzione, e con la fine delle grandi case nobiliari sparisce anche la struttura che teneva in vita quelle mute. Molte razze antiche escono da lì decimate, e il Saintongeois è una di quelle: il racconto cinofilo francese dice che a metà Ottocento ne restavano pochissimi soggetti.
Quando nell’Ottocento la vénerie riparte, chi vuole rifare una muta ha due strade: recuperare i vecchi cani francesi, oppure andare a prendere quello che nel frattempo era diventato il miglior cane da muta d’Europa. Cioè il Foxhound inglese.
Che cos’è un chien d’ordre

Per capire questa razza serve una parola francese: chien d’ordre. Non vuol dire cane obbediente: vuol dire cane che caccia in muta, su un animale scelto, seguendo l’ordine dato dal conduttore e ignorando tutto il resto.
Nella foto: la pagina d’apertura di La chasse à courre, quarantotto tavole acquerellate di Crafty – pseudonimo di Victor Eugène Géruzez (1840-1906) – pubblicate a Parigi nel 1888. Sono il ritratto più vivo che esista della vénerie di quegli anni.
Il club francese che si occupa di queste razze si chiama esattamente così, Club du chien d’ordre, ed è lo stesso club il cui presidente, Pierre Astié, ha scritto nel 2007 il testo dello standard attuale insieme al cinologo Raymond Triquet.
La differenza fra un chien d’ordre e un normale cane da caccia è il rispetto del cambio: quando il cervo inseguito attraversa un branco di altri cervi e ne esce uno fresco, la muta deve continuare sul primo. Un cane che salta sull’animale nuovo manda per aria una caccia di tre ore.
È il motivo per cui in queste razze il carattere descritto dallo standard – amichevole, vicino agli uomini, facile in canile – conta tanto quanto il naso: un cane che non ascolta il conduttore, in una muta, è inutilizzabile.
Il Foxhound, il Saintongeois e il bâtard anglo-saintongeois
L’incrocio che sta all’origine di questa razza ha una data e una logica. La data è la metà dell’Ottocento, la logica è quella di sempre in cinofilia: prendere due cani che hanno qualità diverse e sperare che i figli le abbiano entrambe.
Dal Foxhound inglese si volevano velocità, resistenza al galoppo e quella capacità di lavorare compatti che gli inglesi avevano costruito in un secolo di caccia alla volpe. Dal Saintongeois si volevano l’ossatura, la voce e il naso dei vecchi cani francesi, più l’abitudine ai terreni umidi e cespugliosi del sud-ovest.
Il prodotto di quell’incrocio ha avuto un nome tutto suo prima di diventare una razza: bâtard anglo-saintongeois, cioè bastardo anglo-saintongeois. In cinofilia francese bâtard non era un insulto ma una definizione tecnica, e quei cani erano ricercati proprio perché funzionavano.
Lo standard attuale è ancora tutto costruito su quella doppia eredità. La frase ossatura forte, che ricorda le sue origini gascone-saintongeoise serve a impedire che la razza diventi un Foxhound bianco e nero: se sparisce la sostanza francese, sparisce il senso della razza.
E il colore fa lo stesso lavoro: bianco e nero obbligatorio, con le picchiettature e le tracce di fulvo pallido che vengono dai cani del sud-ovest. Il tricolore, che nel Foxhound è comunissimo, qui squalifica.
Una caccia del 1899, fotografata da Jules Beau

Questa fotografia ha centoventisette anni e viene da un album che si può ancora sfogliare: la Collection Jules Beau, il fotografo che fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ha documentato tutti gli sport francesi. Il volume decimo, anno 1899, contiene un laisser-courre al Château de Francport dal marchese de l’Aigle.
La didascalia stampata sul cartoncino si legge ancora, e dice: Le cerf est dépecé, la meute attend la curée – il cervo è squartato, la muta aspetta la curée. Sotto ci sono i nomi delle persone in piedi: Le M.is de l’Aigle, La Brisée, piqueur, e le valet de chiens, à pied.
Conviene spiegare quei nomi. Il piqueur è l’uomo che conduce i cani a cavallo, e nella vénerie francese i piqueur non si chiamano col loro nome: prendono un nome di caccia. La Brisée è uno di quelli, e viene dalla brisée, il ramo piegato che si lascia a terra per segnalare il passaggio dell’animale.
Il valet de chiens è invece l’uomo che sta con i cani a piedi: vive con la muta, la conosce cane per cane e nel canile è la persona che i cani ascoltano.
Quello che si vede nella foto è la disciplina di cui parla lo standard: decine di cani fermi, davanti a un cervo a terra, in attesa del segnale. Non è una qualità estetica: è esattamente il lavoro per cui questa razza è stata costruita.
La curée e la fanfara dell’equipaggio

La seconda fotografia dello stesso album mostra il momento successivo, e la didascalia lo racconta con precisione: La curée. Les restes de la bête sont livrés aux chiens tandis que les veneurs sonnent la de l’Aigle.
Quel la de l’Aigle alla fine della frase non è un errore di stampa: è il nome di una fanfara. Nella vénerie ogni equipaggio ha la sua aria di corno, e la si suona nei momenti solenni della giornata. Suonare la de l’Aigle significava annunciare, a chiunque fosse nel bosco, di chi era quella caccia.
I nomi stampati sotto la foto sono un elenco di famiglie della Terza Repubblica: Cte Pillet-Will, Cte Robert de l’Aigle, M.is de l’Aigle, M. Van de Vynckèle, Cte de Carné, e tre piqueur: Vivet, La Rosée e Gauchard.
La curée è la parte che al lettore di oggi risulta più cruda, e non c’è motivo di girarci intorno: i resti dell’animale vengono dati ai cani. Nella logica della muta ha una funzione precisa, cioè legare il lavoro fatto a una ricompensa che tutti i cani vivono insieme.
Dal punto di vista della razza, queste due fotografie valgono più di dieci descrizioni: sono la prova che a fine Ottocento, quando il bâtard anglo-saintongeois stava diventando il Grand Anglo-Français, mute come questa lavoravano già così.
La curée aux flambeaux e la vénerie di corte

C’è una versione spettacolare della curée, e nell’Ottocento era un evento mondano: la curée aux flambeaux, la curée alle torce, che si faceva la sera nel cortile di un castello, con il pubblico affacciato alle finestre.
Nella foto: una stampa dell’Ottocento incisa da Gustave Janet (1829-1898) da un disegno di M. Girin. Scene come questa si ripetevano a Compiègne, dove la corte del Secondo Impero organizzava le sue cacce.
Sono immagini che spiegano una cosa importante sulla storia di questa razza: fino alla Prima guerra mondiale la vénerie è stata anche rappresentazione sociale. Le mute erano il biglietto da visita di una famiglia, e questo ha avuto un effetto concreto sui cani: chi poteva permetterselo comprava i migliori riproduttori d’Inghilterra e li incrociava con i propri.
È lì che nasce il gusto per i cani grandi e imponenti che si vede ancora nello standard: 72 cm al garrese per un maschio sono la misura di un cane che deve fare impressione, oltre che lavorare.
Il rovescio è arrivato dopo. Le due guerre mondiali hanno chiuso decine di equipaggi, e i cani da muta sono spariti insieme alle strutture che li mantenevano. Le razze da muta francesi che oggi contano poche decine di nascite l’anno arrivano tutte da quel taglio.
Gli equipaggi, i canili e come si tiene una muta

Un cane da muta non vive in una casa: vive in un chenil, il canile dell’equipaggio. Ed è una struttura vera, con box, recinti, cucina per la razione e personale fisso.
Nella foto: una cartolina d’epoca del rendez-vous di caccia al castello di Billières, a Pau, con i cavalieri schierati e la muta davanti.
L’organizzazione di un equipaggio spiega perché queste razze non finiscono nelle case: servono un maître d’équipage che decide, i piqueur che conducono i cani a cavallo, i valets de chiens che vivono con la muta, i cavalli, il canile, e il territorio di caccia.
Dentro quel sistema il singolo cane conta per come funziona nel gruppo. Un soggetto bellissimo che caccia per conto suo viene tolto dalla muta; un soggetto mediocre che tiene la traccia e sta con i compagni resta. È una selezione dura e non guarda in faccia allo standard, e paradossalmente è la ragione per cui queste razze hanno conservato la funzione.
Questo spiega anche una cosa che a chi cerca un cucciolo sembra assurda: non esistono allevamenti di Grand Anglo-Français Blanc et Noir come esistono allevamenti di Labrador. Esistono equipaggi che fanno nascere cuccioli per rinnovare la propria muta.
Quanti sono oggi, in Francia e in Italia
Sui numeri di questa razza ci sono due fonti che dicono cose diverse, e ha senso metterle una accanto all’altra.
La prima è lo standard FCI, il cui testo risale al 2007: parla di circa 2.000 soggetti e 200 nascite l’anno, e aggiunge un dettaglio bellissimo e molto concreto – questa razza compone le mute di venti o più cacce al capriolo e di una caccia al cervo.
La seconda è la statistica ufficiale delle iscrizioni al LOF, il libro genealogico francese, pubblicata ogni anno dalla Société Centrale Canine: 12 iscritti nel 2022, zero nel 2023 e 33 nel 2024. Lo zero del 2023 non riguarda solo questa razza: nelle stesse tabelle segnano zero anche il Français Tricolore e il Poitevin, che l’anno dopo tornano rispettivamente a 115 e 110. Sono numeri che si muovono a blocchi, non curve di popolarità.
La differenza non è un errore: le due cose contano oggetti diversi. Lo standard stima la popolazione che lavora nelle mute, il LOF conta i cuccioli iscritti. In un mondo dove il valore di un cane è il suo lavoro e non il suo pedigree, una parte dei cani nati nei canili degli equipaggi non passa per il libro genealogico.
Per dare una scala, nelle stesse tabelle del 2024 il Gascon Saintongeois ha 602 iscritti, l’Anglo-Français de Petite Vénerie ne ha 125, il Grand Anglo-Français Tricolore 65, il Français Blanc et Noir uno solo. Il Grand Anglo-Français Blanc et Orange, il terzo dei tre fratelli, non compare nemmeno.
In Italia, infine, la risposta è secca: sul codice di razza 323 le API dell’ENCI registrano zero nascite e zero affissi. Questa razza qui non è mai arrivata, e la ragione è semplice: in Italia non esiste la vénerie a cavallo per cui è stata fatta.

