Se a una persona mostri una forma tonda e una a punte e le chiedi quale si chiama «bouba» e quale «kiki», quasi tutti rispondono allo stesso modo: «bouba» è quella tonda. Lo si sa dal 1929. Da ieri si sa che i cani fanno lo stesso. Un gruppo dell’Università di Parma guidato da Eleonora Biffi ha messo settanta cani di famiglia davanti a due schermi, uno con una macchia rotonda e uno con una macchia spigolosa, e ha fatto partire i due suoni. Con «bouba» i cani hanno guardato più a lungo la forma tonda, con «kiki» quella a punte, scrivono gli autori sui Proceedings of the Royal Society B, la rivista di una delle accademie scientifiche più antiche del mondo. È la prima volta che l’effetto viene trovato in un cane. A febbraio un altro gruppo, a Padova, lo aveva trovato nei pulcini di tre giorni. L’idea che ne esce è che il legame fra suoni e forme non sia una cosa del linguaggio umano, ma qualcosa di più vecchio e più diffuso.

Da dove viene l’effetto bouba-kiki

L’effetto si chiama bouba-kiki e lo descrisse lo psicologo Wolfgang Köhler quasi un secolo fa, con due parole inventate: «baluba» e «takete». Funziona in quasi tutte le lingue e le culture provate, nei bambini piccoli, nei ciechi dalla nascita con le forme toccate invece che viste. Per decenni è stato letto come un pezzo di linguaggio: la bocca che si arrotonda per dire «bouba» e si tende per dire «kiki» spiegherebbe perché associamo quei suoni a quelle forme. Nelle scimmie, però, l’effetto non si trovava. Poi, a febbraio, l’Università di Padova lo ha trovato in pulcini appena nati, che non hanno né bocca da arrotondare né esperienza da cui imparare. La spiegazione linguistica ha cominciato a scricchiolare.

Il gruppo di Parma, con Paola Valsecchi, Maria Loconsole e Simona Normando di Padova e due collaboratori di Haifa e Jönköping, ha scelto il cane per un motivo preciso: è un animale che vive immerso nelle nostre parole senza parlarle. Se l’effetto c’è anche in lui, il linguaggio non è la causa. Il lavoro è uscito il 14 ottobre, lo racconta Phys.org.

Come hanno fatto l’esperimento?

Con due schermi, un altoparlante e una telecamera che guarda dove guarda il cane. Ogni cane entrava in una stanza con il proprietario e si metteva davanti a due schermi affiancati: su uno una forma nera tondeggiante, sull’altro una forma nera con le punte. L’altoparlante diceva «bouba» o «kiki» quindici volte, una ogni due secondi. Ogni prova durava trenta secondi: per i primi venti il proprietario teneva il cane fermo, negli ultimi dieci lo lasciava libero di andare dove voleva. Una telecamera registrava la testa del cane e un programma calcolava quanto tempo passava rivolta verso l’uno o l’altro schermo.

Il primo esperimento ha coinvolto 51 cani. Il secondo, con altri 19, è servito a chiudere una porta: i proprietari portavano cuffie con la musica, così non sentivano il suono e non potevano guidare il cane con il corpo, anche senza volerlo. È il controllo che manca in molti studi sui cani, dove la mano del padrone fa metà del lavoro senza che nessuno se ne accorga.

Cani70 cani di famiglia adulti, in due esperimenti (51 e 19)
Stimolidue schermi affiancati: una forma tonda e una a punte
Suoni«bouba» o «kiki», ripetuti 15 volte, una ogni 2 secondi
Prova30 secondi: 20 con il cane tenuto fermo, 10 libero
Misuradirezione della testa, letta da un programma sul video
Controllonel secondo esperimento i proprietari in cuffia, senza sentire il suono

Cosa hanno visto?

Che i cani guardano la forma che «suona» come il suono. In tutti e due gli esperimenti, con «bouba» la testa restava più a lungo verso lo schermo con la forma tonda, con «kiki» verso quello con le punte. La differenza è statisticamente solida e si è ripetuta con i proprietari in cuffia, quindi non veniva da loro. Nei dieci secondi di libertà il quadro è meno netto: nel primo esperimento i cani con «kiki» sono andati a esplorare di più la forma a punte, nel secondo non hanno mostrato preferenze. Gli autori lo ammettono: lo sguardo dice una cosa chiara, il comportamento libero la dice solo a metà.

La conclusione del lavoro è misurata: «Un’associazione spontanea fra suono e forma simile a quella umana è presente anche nei cani domestici adulti». Non spiega a cosa serva né come si formi e lo dice: «Servono altri studi per indagare la funzione e lo sviluppo di questo processo».

Cosa vuol dire per chi ha un cane?

Che il nome che dai al cane ha una forma. Lui la sente. Il cane non capisce che «kiki» è appuntito nel senso in cui lo capiamo noi. Nel suo cervello, come nel nostro, un suono secco con le consonanti dure tira verso le cose spigolose e un suono rotondo tira verso le cose morbide. È una corrispondenza fra sensi, udito e vista che si parlano. I cani ne hanno altre: dividono le parole usando le consonanti, come noi, e riconoscono la voce di chi vive con loro fra tante. Quello che capiscono delle parole resta poco: suoni, tono, abitudine. Ma i suoni li sentono con una finezza che questo studio allarga di un pezzo.

Chi vuole trarne una regola pratica ne ha una, piccola. Un richiamo breve con consonanti dure, «Kira», «Tito», arriva all’orecchio del cane come una cosa netta e definita. Un nome tutto vocali e consonanti morbide, «Lola», «Momo», arriva come una cosa tonda. Nessuno dei due è migliore. Ma se il cane si gira prima con l’uno che con l’altro, adesso c’è una ragione in più per cui succede.

Cosa non dice lo studio?

Perché sono cani adulti di famiglia, che vivono da anni in mezzo alle nostre parole. Lo studio non può dire se l’associazione è innata o imparata: per quello servirebbero cuccioli, come i pulcini di Padova. Non dice a cosa serva, in natura, collegare un suono a una forma. E non dice niente sul linguaggio in senso proprio: nessun cane ha capito che «kiki» è un nome. Ha solo guardato dove il suono lo portava. È la stessa cautela che vale per la testa inclinata quando gli parli: un segnale di attenzione, non di comprensione.

Resta un fatto nuovo e verificato su settanta cani, con un controllo che toglie di mezzo il padrone. Per un effetto che per novant’anni è stato considerato una cosa del linguaggio umano, trovarlo in un animale che non parla è un pezzo che cambia la mappa.

Fonti: E. Biffi, G. Pedretti, S. Normando, T. Lazebnik, M. Loconsole, P. Valsecchi, «Hearing shapes: the Bouba-Kiki effect in adult domestic dogs», Proceedings of the Royal Society B, volume 293, numero 2080, 14 ottobre 2026; Phys.org, 14 ottobre 2026 (Paul Arnold). Le frasi fra virgolette sono tradotte dall’abstract dello studio.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 15 ottobre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.