Nell’area delle cave fra Tivoli e Guidonia Montecelio, alle porte di Roma, vive da anni un gruppo di una sessantina di cani che non si lasciano avvicinare. Nessuno li porterà in canile. Dal 24 settembre LAV, i due Comuni e la ASL Roma 5 hanno montato lì un ospedale veterinario da campo, con le aree di degenza prima e dopo l’intervento, e in meno di una settimana hanno sterilizzato 42 cani, 19 maschi e 23 femmine. Trentaquattro sono già tornati nel punto in cui erano stati presi, con il microchip, l’iscrizione all’anagrafe canina e una marca all’orecchio che li rende riconoscibili da lontano. Il progetto si chiama «Cani Liberi e Accuditi» ed è stato presentato il 9 ottobre, spiega LAV. La base legale è una norma del Lazio che la Regione ha riscritto a giugno: il cane di quartiere.
Da dove nasce il progetto
I cani delle cave sono quelli che i veterinari chiamano ferali o semiferali: nati e cresciuti senza contatto con le persone, organizzati in gruppi stabili, abituati a tenersi a distanza. Un censimento fatto a febbraio da Stray Dogs International Project, e aggiornato la settimana prima della conferenza, ne ha contati circa sessanta. Sono anni che stanno lì e sono anni che qualcuno chiede di toglierli.
Il protocollo firmato da LAV con i sindaci di Tivoli e di Guidonia prevede una sequenza precisa: censimento, cattura, valutazione sanitaria e comportamentale, sterilizzazione, microchip, iscrizione all’anagrafe, marca auricolare e monitoraggio nel tempo. I cani che risultano idonei a vivere liberi tornano nel luogo di cattura e nel loro gruppo. Quelli che hanno bisogno di cure vanno in una struttura e tornano dopo. I volontari autorizzati ne seguono la presenza e le condizioni, segnalano i problemi e controllano se arrivano cani nuovi. Anche il cibo e l’acqua passano da loro, in punti stabiliti. «La reimmissione non significa abbandono», è la frase con cui LAV ha chiuso la presentazione.
Perché non li portano in canile?
Perché un cane ferale in canile non è adottabile e la legge non permette di sopprimerlo. La legge quadro del 1991 vieta di uccidere i cani vaganti se non per malattia grave o pericolosità accertata e affida ai Comuni il compito di tenerli nei canili rifugio finché qualcuno li adotta. Per un cane cresciuto in un gruppo selvatico quel «finché» non arriva mai: resta in box per il resto della vita, a spese del Comune, in una struttura che ha già troppi ospiti. Nell’ultimo anno i canili italiani hanno raccolto dalla strada più di 25.000 cani.
La sterilizzazione e il ritorno sul posto fermano le nascite, che sono il modo in cui un gruppo di sessanta cani diventa un gruppo di cento. E lasciano i cani in un territorio che conoscono, con un gruppo che non viene smontato, invece di spostare il problema in un box. È il metodo che la Sicilia ha messo per legge e che aspettava ancora un parere a settembre.
Cosa dice la legge del Lazio sui cani di quartiere?
Dice che il Comune può riconoscerli come cani di quartiere e rimetterli dove stavano, a tre condizioni. La norma è l’articolo 9 della legge regionale 34 del 1997, che la Regione ha riscritto da capo con la legge 11 del 26 giugno 2026. Il servizio veterinario della ASL deve accertare, sui cani vaganti catturati, che non ci siano condizioni di pericolo per persone, animali e cose. I cani non devono avere un proprietario che li reclami. E prima di tornare liberi devono essere vaccinati, sterilizzati e sorvegliati, da veterinari pubblici o da veterinari delle associazioni.
La reimmissione poi è subordinata a tre passaggi che a Tivoli sono esattamente quelli del protocollo: la ASL individua l’associazione che si prende cura del cane liberato, controlla che i trattamenti e la sterilizzazione siano stati fatti. Il cane viene identificato e registrato a nome dell’associazione. Ogni cane di quartiere porta una medaglietta ben visibile con i dati del Comune. A Tivoli hanno scelto la marca all’orecchio, che si vede anche quando il cane non si lascia avvicinare. Il regolamento con cui si accerta la non pericolosità lo deve ancora scrivere la Giunta.
Chi risponde se un cane di quartiere morde?
Risponde il Comune, con una polizza che la stessa legge di giugno gli impone di stipulare. Il nuovo comma 7-bis dell’articolo 16 dice che il Comune «stipula adeguata polizza per la responsabilità civile derivante da danni causati dai cani randagi e dai cani di quartiere». È la risposta a una domanda che prima restava sospesa: un cane di nessuno che morde un ciclista o fa cadere un anziano lasciava la vittima a cercare un responsabile fra Comune e ASL, con cause lunghe e incerte.
Per i cani con un padrone la regola è un’altra e la conoscono bene i proprietari che hanno perso una causa: l’articolo 2052 del codice civile, quello di Corridonia. Per i cani di quartiere i danni li copre la polizza del Comune. L’associazione che li accudisce risponde delle cure, non dei danni. E chi dà da mangiare a un randagio fuori dai punti stabiliti non diventa il suo proprietario, come il TAR ha ricordato al sindaco di Olbia, ma a Tivoli il cibo passa dai volontari per una ragione pratica: un gruppo nutrito in un punto solo resta in quel punto e si lascia contare.
Cosa cambia per chi abita o passeggia vicino alle cave?
Cambia che i cani con la marca all’orecchio sono cani già visti, sterilizzati e seguiti, e non vanno segnalati come randagi. Un cane senza marca in quella zona, invece, è un cane nuovo. La segnalazione ai volontari o al Comune serve a inserirlo nel programma prima che si riproduca. Dare da mangiare per conto proprio, lungo le strade, è la cosa da non fare: sposta il gruppo verso le case e verso il traffico e vanifica il lavoro di chi li tiene nelle cave.
Resta la domanda che molti si fanno, se sia giusto lasciare sessanta cani a vivere liberi vicino a una città. La legge del Lazio risponde che è possibile a condizione che la ASL abbia escluso il pericolo e che qualcuno se ne occupi tutti i giorni. A Tivoli le due condizioni sono scritte nel protocollo. Quanto reggano nel tempo lo diranno i volontari e il conteggio del prossimo censimento, che è il solo numero che conta, come abbiamo scritto a proposito dei randagi in Italia. Per ora i numeri sono due: 42 sterilizzati in una settimana, 34 già a casa loro.
Fonti: LAV, comunicato del 9 ottobre 2026 sulla conferenza stampa di Tivoli Terme; legge regionale Lazio 26 giugno 2026, n. 11, articolo 2, pubblicata sul Bollettino ufficiale n. 52 del 30 giugno 2026, che riscrive l’articolo 9 e aggiunge il comma 7-bis all’articolo 16 della legge regionale 34/1997; legge 14 agosto 1991, n. 281, articolo 2. Le frasi fra virgolette sono della legge regionale e del comunicato LAV.





