Quattro giorni fa, raccontando la ciclista di ventisette anni morta a Yuen Long inseguita da un gruppo di cani, avevamo scritto che la domanda era di chi fossero quei cani e che la risposta stava nel microchip. La risposta è arrivata ed è la più scomoda. In cinque giorni di ricerche il dipartimento dell’agricoltura e la polizia hanno catturato otto cani nella zona. Tre avevano il microchip, tutti con la licenza scaduta. Uno di questi, un meticcio di tredici anni chiamato Dai B, è intestato a Kent Luk, il fondatore di un’associazione che salva cani di strada. Luk è stato incriminato per non aver tenuto il cane sotto controllo e per la licenza scaduta. Se Dai B fosse fra i cani dell’aggressione non si sa ancora: lo dirà un test del DNA sulla saliva.

Perché il cane era intestato a un volontario?

La storia di Dai B l’ha raccontata lo stesso Luk ai giornalisti e poi in radio. Il cane, circa ventisei chili, viveva con una donna anziana che raccoglie cartoni e rottami intorno ai magazzini di Pok Wai. Nel 2018 si è ferito in una lite con i cani di un magazzino, l’associazione di Luk lo ha preso e curato, lo ha fatto sterilizzare con un programma della SPCA per i meticci e vaccinare. La donna però il microchip a suo nome non lo voleva. Luk allora lo ha intestato a sé e le ha restituito il cane.

L’ha fatto apposta, spiega: con il suo nome sul microchip, se la donna un giorno non ce l’avesse più fatta, il dipartimento avrebbe chiamato lui. Il cane non sarebbe sparito nel nulla. Quando lo hanno preso Dai B girava da solo, lento, sembrava tranquillo. Lo hanno portato via con una corda al collo. Resta trattenuto nel centro per la gestione degli animali dei Nuovi Territori in attesa del risultato del DNA: se risultasse fra i cani dell’aggressione, per Luk potrebbero arrivare altre accuse. Luk è tornato a cercare la donna a casa, senza trovarla e ha detto che se il cane verrà rilasciato lo prenderà l’associazione.

A che punto sono le ricerche?

Le ricerche sono andate avanti ogni giorno da lunedì 21. Giovedì 24, il quinto giorno, circa ottanta agenti sono partiti alle nove del mattino da Nam Sang Wai e hanno battuto le strade intorno al punto dell’aggressione, cercando i cani aggressivi e quelli senza microchip. Poco prima delle tredici l’operazione si è chiusa senza nessun cane sospetto. Il giorno prima un addetto del dipartimento era stato morso a una mano ed è stato ricoverato, in condizioni stabili. Il segretario all’ambiente Tse Chin-wan ha ripetuto che la legge sui cani verrà rivista, per rendere i proprietari più responsabili.

Perché a Hong Kong i volontari registrano i randagi a loro nome?

La vicenda di Dai B ha tirato fuori una questione più grande. Luk dice di avere a suo nome circa quattromila cani, «se non quattromila, più di tremila», su cinquemila salvati dall’associazione in tutti questi anni. Solo intorno a Pok Wai ce ne sono una decina intestati a lui e più di dieci ad altri volontari. A Hong Kong il microchip va intestato a una persona, non a un’associazione. I volontari mettono il proprio nome sui cani di strada che sterilizzano e vaccinano quando chi se ne occupa sul posto, un custode di magazzino o un raccoglitore, non vuole farlo.

Il motivo, secondo Luk, è un termine di quattro giorni. Un randagio senza microchip catturato dal dipartimento, se nessuno lo reclama entro quel termine, rischia di essere soppresso. Lui lo chiama «abbattimento di comodo»: un cane sano che muore solo perché non ha un padrone registrato. Chiede di rivedere l’ordinanza sulla rabbia, che risale a quando la malattia girava ancora in città e che oggi non ha più senso, visto che a Hong Kong non si vede un caso da decenni. Luk la mette così: un cane sospettato di aver morso resta isolato sette giorni per vedere se compaiono i sintomi, e allora almeno sette giorni andrebbero dati anche agli altri, poi il rilascio, l’associazione o l’adozione. Sulla vicenda di Yuen Long Luk è netto su un punto: la ricerca con il DNA è giusta. I cani che hanno fatto del male a una persona vanno soppressi.

Cosa risponde il governo di Hong Kong?

Il dipartimento ha risposto giovedì con una nota, riportata da Hong Kong Free Press. I quattro giorni, dice, sono solo il tempo che la legge fissa per fare le ricerche e trovare il proprietario. I cani catturati vengono controllati, si cercano microchip e licenza, si contatta chi è registrato. Quelli senza proprietario restano in osservazione nei centri; quelli sani e di carattere mite passano alle associazioni con cui il dipartimento lavora, per essere sterilizzati e dati in adozione. Il passaggio può richiedere settimane o mesi.

Sulla richiesta che le associazioni fanno da anni, cioè catturare, sterilizzare e rimettere i cani dov’erano, il dipartimento dice di no: un cane senza proprietario, anche sterilizzato, resta un rischio in una città così densa e in strada non torna. Chi registra un cane, aggiunge, si impegna a occuparsene per tutta la vita. Abbandonarlo è un reato. Il governo sta valutando multe più alte proprio per l’abbandono. Secondo Luk i proprietari dei magazzini di Pok Wai, sotto pressione, hanno cominciato a consegnare al dipartimento interi gruppi di cani.

Cosa dice Kent LukCosa dice il dipartimento
Il termine di quattro giornidopo, i randagi sani rischiano di essere soppressiè solo il tempo per trovare il proprietario
I cani senza padronesterilizzati e rimessi dov’eranoin osservazione, poi alle associazioni per l’adozione
Chi ne rispondechi è registrato, anche se il cane vive in stradachi è registrato, per tutta la vita del cane

Chi risponde di un cane che vive in strada?

Su una cosa le due parti sono d’accordo ed è quella che rende la vicenda interessante anche da qui: chi ha il nome sul microchip risponde del cane, anche se il cane dorme sotto un capannone e mangia da chi passa. È la stessa logica per cui in Italia il cane di quartiere non resta di nessuno. In Sicilia, per esempio, la legge regionale del 2022 dice che il cane vagante senza microchip viene registrato come cane di proprietà del Comune, sterilizzato e rimesso sul territorio: lo abbiamo raccontato con il decreto che ne fissa le regole, che aspetta un parere da luglio. A portargli da mangiare può essere un volontario, ma il nome sul microchip è quello del Comune.

A Hong Kong il cane di quartiere è rimasto una sperimentazione. Oggi il governo dice che i cani senza padrone in strada non ci tornano: chi li protegge può farlo solo mettendoci il proprio nome. Luk lo sa e lo dice: i volontari conoscono il rischio, se succede qualcosa «la colpa te la prendi tu». Lo fanno lo stesso perché un incidente si possa almeno ricostruire, invece di finire nel silenzio.

Adesso tutto aspetta il DNA. Se Dai B era fra i cani che hanno inseguito la donna, Hong Kong avrà la prima risposta alla domanda da cui era partito tutto. Sarà una risposta che mette sotto accusa proprio chi i cani di strada li curava. Se non c’era, i cani dell’aggressione restano da trovare, e con loro il nome di chi ne risponde. È lo stesso nodo che ha davanti la Turchia, che ha promesso di togliere dalla strada tutti i randagi entro ottobre: quando un cane vive fuori, prima o poi qualcuno deve dire di chi è.

Fonti: South China Morning Post; Dimsum Daily del 23 settembre e del 24 settembre per la storia di Dai B e le dichiarazioni di Kent Luk; The Standard per la quinta giornata di ricerche; Hong Kong Free Press per la nota del dipartimento dell’agricoltura, della pesca e della conservazione.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 25 settembre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.