Akita Inu
Uno sguardo sulla razza e tutte le caratteristiche
L’Akita Inu in breve
L’Akita Inu è il più grande dei cani giapponesi e il protagonista della storia di cane più famosa del mondo: quella di Hachiko, che aspettò il suo professore alla stazione di Shibuya per quasi dieci anni. Nato per la caccia all’orso con i cacciatori Matagi e dichiarato Monumento Naturale del Giappone nel 1931, è un cane da 67 centimetri e 30-40 chili, con quattro colori ammessi e la firma dell’urajiro, il bianco crema su muso, petto e ventre. Il carattere è da samurai: composto, fedele, docile e ricettivo, silenzioso in casa, riservato con gli estranei, con un legame assoluto con i suoi. Non è un cane per tutti, e chi lo sceglie per il film salta la parte importante: la devozione di Hachiko era una cosa costruita. Prima la carta d’identità, poi si entra nel dettaglio.
Storia ed origine dell’Akita Inu

La storia parte dal 1603 con i Matagi, i cacciatori tradizionali del nord del Giappone, e i loro cani da caccia all’orso: gli antenati diretti della razza. Nella pagina trovi l’epoca dei combattimenti con gli incroci Tosa e Mastiff, il divieto del 1908 e la consacrazione del 1931, quando nove soggetti vengono dichiarati Monumento Naturale del Giappone. E poi c’è lei, raccontata con le date vere e le fotografie d’epoca: la storia di Hachiko, dal cucciolo di Odate del 1923 ai dieci anni di attesa alla stazione di Shibuya dopo la morte del professor Ueno, con la statua inaugurata nel 1934 alla sua presenza e l’ultima foto, quella della veglia dell’8 marzo 1935.
C’è la pagina più dura: la guerra, con i cani requisiti per le pellicce militari e la razza quasi estinta, salvata anche mascherando gli Akita da Pastori Tedeschi.
E c’è il bivio del dopoguerra che spiega perché oggi esistono due Akita: la linea Dewa del famoso Kongo-go che conquista i militari americani e parte per gli USA, il restauro giapponese sui Matagi, e la separazione FCI del 1999. Con la parentesi di Helen Keller, che nel 1937 porta in America il primo Akita dopo aver chiesto di Hachiko. Chiude il conto del film del 2009: il boom italiano fino alle 1.797 iscrizioni del 2017 e il riflusso a 768, che alla razza sta facendo solo bene.
Carattere e descrizione dell’Akita Inu

Il più grande dei cani giapponesi: 67 centimetri per i maschi, 30-40 chili, il doppio mantello con due mute epiche l’anno e la coda arrotolata sul dorso. Nella pagina trovi la testa spiegata pezzo per pezzo, con gli occhi a triangolo e l’espressione da samurai bonario, e la regola che firma la razza: l’urajiro, il bianco crema obbligatorio su muso, petto e ventre. Ci sono i quattro colori con le foto, compreso il tigrato spettacolare e il capitolo dedicato all’Akita bianco, che qui è un colore pieno e non un difetto pagato caro. E la risposta alla ricerca più frequente: il nero non esiste, e la maschera nera è squalifica: quello è l’Akita Americano.
Sul carattere trovi la traduzione delle quattro parole dello standard, composto, fedele, docile e ricettivo: un cane silenzioso, pulito come un gatto, riservato con gli estranei e devoto ai suoi fino alla leggenda.
C’è il capitolo onesto che risponde a chi chiede se è pericoloso: no con le persone, da gestire con gli altri cani dello stesso sesso, con la cornice di responsabilità che un cane così merita. E poi la convivenza con bambini, cani e gatti, la salute con il suo capitolo autoimmune particolare, dall’adenite sebacea alla sindrome VKH-simile, la vita media di 10-13 anni e il bilancio finale: a chi può dare un legame assoluto e a chi invece conviene un’altra razza.
Addestramento ed educazione dell’Akita Inu

La premessa che regge la pagina: l’Akita non è testardo, è selettivo. Capisce tutto alla prima, e la decima ripetizione la considera una domanda sulla tua fantasia. Trovi il metodo che funziona con le razze giapponesi: sessioni brevissime, richieste sensate, tono calmo e il rispetto come valuta di scambio, perché la fiducia di questo cane si conquista una volta e si perde per sempre. C’è il capitolo sulla socializzazione non negoziabile: l’archivio di normalità da costruire nei primi mesi e la gestione dell’adolescenza, quando i maschi alzano la posta con gli altri maschi.
Trovi la sorpresa sul movimento: un cane a energia media, tappeto decorativo in casa e camminatore di rango fuori, con la tabella della settimana tipo, l’avvertenza seria sul caldo e quella sul richiamo, che con un istinto predatorio così è una lettera d’intenti.
Ci sono i cinque errori che si pagano il doppio, dallo sceglierlo per il film alla mano pesante all’area cani come palestra sociale. E le attività giuste per un indipendente: dog trekking, ricerca olfattiva, rally obedience gentile e attivazione mentale, con una regola d’ingaggio sola: proporre, non imporre.
Allevamento dell’Akita Inu

L’Akita italiano è nel dopo-boom, e per chi compra è il momento migliore da anni: dalle 1.797 iscrizioni del 2017 alle 768 del 2024, con il mercato dell’impulso sgonfiato e gli allevatori veri rimasti in campo. Nella pagina trovi i prezzi reali, 1.500-2.500 euro con pedigree e la soglia d’allarme sotto i mille, tipica degli import illegali dall’Est. C’è la lista degli esami con la parte speciale della razza: oltre ad anche e occhi, la trasparenza sulle malattie autoimmuni, che non hanno test predittivo e si affrontano solo scegliendo un allevatore che delle sue linee parla apertamente.
Trovi la mappa dei 75 affissi in 15 regioni, col Lazio in testa, le domande da fare comprese quella sui nonni e quella diretta sui casi di adenite sebacea nelle linee, e il test finale che non tradisce mai: l’allevatore giusto di Akita è quello che prima prova a dissuaderti.


