Quasi 300.000 euro. È quanto è costata all’Usl 2 Marca Trevigiana la campagna messa in piedi per fermare la rabbia a Vittorio Veneto, scrive oggi Il Gazzettino, che ha pubblicato il conto voce per voce. Tutto era partito da un cane raccolto per strada in Marocco e portato in Italia in camper, a dicembre dell’anno scorso, senza vaccino, senza esami e senza quarantena. A fine maggio il cane si è ammalato e l’Istituto zooprofilattico delle Venezie ha confermato la rabbia. Da lì sono scattati l’unità di crisi del ministero, un’ordinanza del sindaco, sei mesi di isolamento per dieci cani, la profilassi per 32 persone e il vaccino obbligatorio per i quattromila cani del comune. La vaccinazione è stata gratuita per i proprietari. Il conto lo hanno pagato la Regione e l’azienda sanitaria.

Da dove è partito tutto

Il cane è entrato in Italia fra il 5 e il 6 dicembre 2025, a bordo di un camper. Un parente lo aveva trovato in Marocco, gli aveva fatto tenerezza e lo aveva caricato per regalarlo a una donna di San Giacomo di Veglia, una frazione di Vittorio Veneto. Una volta a casa l’animale è stato microchippato in regola. Per mesi non è successo niente. Il 27 maggio una clinica veterinaria lo ha visto arrivare con sintomi nervosi e ha avvisato i servizi veterinari. Il cane è stato soppresso e la carcassa è andata all’Istituto zooprofilattico di Legnaro, che è il centro di riferimento nazionale per la rabbia: diagnosi confermata e virus di origine marocchina, dice il comunicato dell’Istituto.

Il giorno dopo il ministero della Salute ha convocato l’unità di crisi. Dalla riunione sono uscite le misure: isolamento per sei mesi dei dieci cani che avevano avuto contatti diretti, censimento delle colonie feline, vaccino per tutti i cani e i gatti del comune. Il Servizio di igiene pubblica ha rintracciato 32 persone che avevano avuto a che fare con il cane o con la proprietaria e le ha messe in profilassi. La sindaca Mirella Balliana ha firmato un’ordinanza valida sei mesi. All’inizio i proprietari dovevano andare dal veterinario privato a loro spese. Poi la Regione ha deciso di pagare. Dal 15 giugno l’Usl ha aperto due centri vaccinali che hanno lavorato per un mese, sabato e domenica compresi.

Cosa serve per portare in Italia un cane da un paese fuori dall’Unione?

Microchip, vaccino antirabbico, un esame del sangue che dimostri che il vaccino ha funzionato, tre mesi di attesa e un certificato. Sono le regole del regolamento europeo sui viaggi degli animali da compagnia, le stesse in tutta l’Unione. Per i paesi fuori dall’UE c’è un elenco di stati considerati sicuri per la rabbia, dove bastano microchip e vaccino. Il Marocco non c’è. Per i paesi fuori dall’elenco serve anche la titolazione degli anticorpi: un prelievo di sangue fatto almeno trenta giorni dopo il vaccino, analizzato in un laboratorio autorizzato, con un risultato di almeno 0,5 unità per millilitro. Dal prelievo all’ingresso in Europa devono passare tre mesi. Serve anche un certificato sanitario firmato da un veterinario ufficiale del paese di partenza, da mostrare al controllo all’arrivo.

Il regolamento vale per chi viaggia con il proprio animale, al massimo cinque per persona. Un cane trovato per strada e regalato a qualcun altro non è nemmeno questo: per la legge è un trasferimento di proprietà e passa dalle regole degli scambi commerciali, più strette ancora.

Microchipprima del vaccino, leggibile con il lettore standard
Vaccinoantirabbico, su un cane di almeno dodici settimane; vale da 21 giorni dopo
Esame del sanguealmeno 30 giorni dopo il vaccino, in un laboratorio autorizzato dall’UE
Risultatoanticorpi ad almeno 0,5 unità per millilitro
Attesatre mesi dal prelievo all’ingresso in Europa
Certificatosanitario, firmato da un veterinario ufficiale del paese di partenza
Ingressoda un punto di entrata per viaggiatori, con controllo dei documenti
Quantial massimo cinque animali per persona, altrimenti è un movimento commerciale

Perché per il Marocco servono l’esame del sangue e tre mesi di attesa?

Perché la rabbia ha un’incubazione lunga e un cane può sembrare sano per mesi. È successo proprio a Vittorio Veneto: il cane è entrato a dicembre e si è ammalato a fine maggio. I tre mesi di attesa dopo il prelievo servono a far passare il periodo in cui un animale infettato prima del vaccino potrebbe ancora sviluppare la malattia. L’esame degli anticorpi serve all’altra cosa: dimostrare che il vaccino ha fatto effetto in quel cane, non solo che è stato fatto. In un paese dove la rabbia circola fra i cani di strada, come il Marocco, un cucciolo raccolto per terra può essere stato morso senza che nessuno se ne sia accorto.

L’Usl lo dice con una frase secca: la rabbia «è nel 100 per cento dei casi mortale, a meno che il paziente non ricorra immediatamente a una profilassi post-infezione». La profilassi, cioè il vaccino fatto subito dopo il contatto, funziona. Una volta comparsi i sintomi, non c’è più niente da fare, né per il cane né per la persona.

Cosa rischia chi porta un cane senza fare niente di tutto questo?

Il cane viene rimandato indietro, messo in isolamento a spese del proprietario o, se non c’è altra strada, abbattuto. Lo prevede il regolamento europeo per gli animali che arrivano senza i requisiti: l’autorità decide fra il rinvio nel paese di partenza, l’isolamento sotto controllo ufficiale finché le regole non sono rispettate e, come ultima scelta, l’eutanasia. I costi sono di chi ha portato l’animale. Questo quando il cane viene fermato al confine. Quando passa senza controlli, come a Vittorio Veneto, le conseguenze arrivano dopo. Il codice penale punisce chi causa la diffusione di una malattia degli animali pericolosa per il patrimonio zootecnico: reclusione da uno a cinque anni se lo fa apposta, una multa se lo fa per negligenza. Il Gazzettino non dice se il parente che ha portato il cane sia stato denunciato. Noi non lo sappiamo.

Resta il conto, che è la parte più concreta. Trecentomila euro di soldi pubblici per un cane. Non è un caso isolato nel modo di ragionare: lo abbiamo visto con i sette setter morti nel bagagliaio sull’A22, anche lì un viaggio organizzato come se le regole fossero un fastidio. La differenza è che qui il rischio non era solo per il cane.

Cosa ha dovuto fare chi ha un cane a Vittorio Veneto?

Vaccinare il cane entro quindici giorni e tenerlo a guinzaglio corto finché il vaccino non fa effetto. L’ordinanza della sindaca, in vigore per sei mesi, obbliga al vaccino antirabbico tutti i cani e i gatti con più di tre mesi domiciliati nel comune. I cani possono circolare nei luoghi pubblici solo al guinzaglio di un metro e mezzo al massimo, fino a 21 giorni dopo la puntura, cioè finché la copertura non è efficace, riporta Sky TG24. Per i gatti il consiglio è di tenerli in casa il più possibile.

La campagna gratuita è partita il 15 giugno in due centri, uno a San Giacomo di Veglia e uno in centro città, aperti tutti i giorni dalle 9 alle 18 per un mese, solo su prenotazione, spiegava Quotidiano Sanità. Chi aveva già vaccinato il cane dal veterinario privato fra il 29 maggio e il 10 giugno poteva chiedere il rimborso, fino a 55 euro per animale. Ai cani senza microchip lo mettevano lì, a 21,71 euro. Secondo il Gazzettino la campagna si è chiusa senza raggiungere l’obiettivo di coprire tutti i cani del comune: l’ordinanza però resta in vigore e il vaccino resta obbligatorio.

Quanto è costato e chi ha pagato?

Vaccini comprati57.000 euro
Rimborsi ai proprietariquasi 60.000 euro
Veterinari esterni68.000 euro
Personale dell’Usl27.000 euro
Isolamento di dieci cani per sei mesioltre 56.000 euro
Gestione dei centri vaccinalioltre 20.000 euro
Avvisi spediti ai proprietari5.000 euro
Totalequasi 300.000 euro, a carico della Regione e dell’Usl

La voce più grossa sono i vaccini, oltre 115.000 euro fra quelli comprati dall’Usl e quelli rimborsati a chi era già andato dal privato. Poi il personale, quasi 100.000 euro, in gran parte veterinari esterni chiamati per reggere i due centri. I dieci cani in isolamento nel canile sanitario di Ponzano sono costati più di 56.000 euro in sei mesi. La Regione ha messo i soldi subito, in forza dello stato di emergenza. L’Usl ha anticipato il resto.

La rabbia in Italia c’è ancora?

No, nei cani domestici no. L’Italia è un paese indenne dalla rabbia dal 2013. L’ultimo focolaio vero era quello delle volpi, fra Friuli, Veneto e Trentino, cominciato nel 2008 e chiuso nel 2011 con le esche vaccinali sparse dagli elicotteri. Da allora i casi che si vedono sono tutti importati: cani arrivati da paesi dove la malattia circola, quasi sempre portati da chi li ha trovati in vacanza e non ha voluto lasciarli. Il vaccino antirabbico in Italia non è obbligatorio. I quattromila cani di Vittorio Veneto, infatti, non lo avevano. Diventa obbligatorio per viaggiare all’estero e per entrare in Italia dall’estero e sta nel calendario che abbiamo spiegato nella guida alle vaccinazioni del cucciolo.

L’Usl ha chiuso il comunicato con un consiglio che vale per chiunque viaggi: evitare il contatto con gli animali nei paesi dove la rabbia è endemica. Il cucciolo che ti segue in spiaggia in Marocco si può portare a casa. Si fa con il microchip, il vaccino, l’esame del sangue e tre mesi di pazienza. Chi ha saltato tutto questo a dicembre ha fatto spendere 300.000 euro a tutti gli altri e ha fatto morire il cane che voleva salvare.

Fonti: Il Gazzettino, cronaca di Treviso, 15 ottobre 2026; comunicato dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, 29 maggio 2026; Quotidiano Sanità, 11 giugno 2026; Sky TG24, 1 giugno 2026; regolamento (UE) 576/2013 sui movimenti a carattere non commerciale di animali da compagnia, articoli 5, 10, 34 e 35 e allegato IV; articolo 500 del codice penale. La frase fra virgolette è dell’Usl 2, riportata dal Gazzettino.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 15 ottobre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.