Storia ed origine del Korean Jindo
Un cane isolato per millenni e protetto per legge dal 1962
La storia del Jindo è la storia di un’isola. Il cane porta il nome del posto da cui viene, e da quel posto, ancora oggi, non può uscire senza una serie di regole che nessun’altra razza al mondo ha.
In questa pagina: da dove viene, perché si è conservato così puro, cosa vuol dire essere monumento naturale numero 53 e com’è la situazione in Italia.
Sommario
Da dove viene il Korean Jindo

Lo standard è disarmante nella sua onestà: non ci sono documenti scritti sull’origine del Korea Jindo Dog, ma testimonianze autorevoli concordano che questa razza esiste da diverse migliaia di anni nell’isola di Jindo, situata all’estremità sud-ovest della penisola coreana.
Jindo è la terza isola più grande della Corea del Sud, quella che vedi dall’alto nella foto. Fino a tempi recenti era separata dalla terraferma da un braccio di mare, ed è esattamente questo il punto della storia.
Lo standard lo dice con una frase che spiega tutta la razza: la razza è stata ben preservata in questa isola per le difficoltà di trasporto di quei tempi. Nessun cane entrava, nessun cane usciva, e per secoli quei cani si sono riprodotti solo fra loro.
Fra le varie teorie sull’origine, dice sempre lo standard, quella maggiormente accettata è che il Jindo Dog sia nativo della Corea: non arrivato da fuori, ma formatosi lì.
Il nome coreano è semplice: Jindo-kae o Jindo-kyon, dove kae e kyon vogliono dire semplicemente cane. Il cane di Jindo.
Monumento naturale numero 53

Nel 1962 il governo coreano ha dichiarato il Jindo monumento naturale numero 53, mettendolo sotto la legge di protezione del patrimonio culturale. Non è un titolo onorifico: è una tutela giuridica, la stessa che riguarda monumenti e siti storici.
Le conseguenze pratiche sono uniche nel mondo dei cani. Solo i cani nati sull’isola possono essere registrati ufficialmente come Jindo dal governo sudcoreano, e solo dopo aver superato un’ispezione.
A sei mesi ogni cucciolo sostiene una valutazione morfologica: se la supera viene microchippato ed entra nel registro. Sull’isola i cani registrati sono oltre seimila.
E poi c’è la regola che spiega perché questo cane è così raro fuori dalla Corea: i cani registrati non possono lasciare l’isola, e per portarne dentro altri serve un permesso governativo, con obbligo di sterilizzazione per il cane che entra.
È un sistema pensato per una cosa sola: impedire che il patrimonio genetico dell’isola venga diluito. Il risultato è che il Jindo è insieme una delle razze più protette e una delle più difficili da trovare fuori dal suo paese.
Il ponte e il Jindo fuori dall’isola

L’isolamento che ha creato la razza è finito nel 1984, quando è stato aperto il ponte di Jindo, quello nella foto, che collega l’isola alla terraferma. Da quel momento la protezione non poteva più essere geografica: doveva diventare burocratica.
Fuori dalla Corea il Jindo esiste, ma in numeri piccoli e con una storia diversa: discende da cani usciti dal paese prima delle regole attuali, oppure da soggetti nati sulla terraferma coreana e non registrati come patrimonio nazionale.
Negli Stati Uniti è arrivato soprattutto attraverso le famiglie coreane emigrate e le basi militari americane in Corea, e oggi ci sono alcuni allevatori. In Europa è rarissimo.
La razza è riconosciuta dalla FCI dal 2005, con lo standard numero 334, ma il riconoscimento internazionale non ha cambiato le regole coreane sull’esportazione.
In Italia la situazione è netta: l’ENCI non ha registrato nessun cucciolo di Korea Jindo Dog e non esiste nessun affisso.
Il Jindo, la Corea e le storie di fedeltà
In Corea il Jindo non è semplicemente una razza: è un simbolo nazionale, come il Kishu e l’Akita in Giappone, ma con un’intensità in più.
La ragione sta nella qualità che il suo standard mette al centro: è estremamente fedele al suo padrone… cane di un solo padrone… non perderà mai l’affetto verso colui che lo ha cresciuto da cucciolo.
Attorno a questa caratteristica la cultura popolare coreana ha costruito decine di storie di cani venduti lontano che tornano a casa dopo mesi di cammino. Sono racconti che ogni coreano conosce, e che hanno reso il Jindo il cane per antonomasia del paese.
Sul piano pratico, per chi ne prende uno, quella fedeltà si traduce in due cose. La prima è bella: un legame con la sua persona che pochi cani hanno. La seconda va saputa: un Jindo adottato da adulto impiega tempo ad affezionarsi, anche se lo standard rassicura che accetta facilmente il nuovo proprietario.
E c’è una terza cosa, meno romantica e molto concreta: un cane con questo legame soffre la solitudine e non gradisce i cambi di casa. È una razza da prendere sapendo che è per sempre.

