Storia ed origine dello Schnauzer
Il cane da scuderia della Germania del Sud che si chiamava Pinscher
Lo Schnauzer ha una storia di lavoro molto concreta, e un nome che è arrivato tardi. Qui trovi da dove viene, come si chiamava prima, come sono nate le altre due taglie e come sta la razza in Italia oggi.
Sommario
Il cane da topi

Il sommario storico dello standard è breve e bellissimo. Originariamente lo Schnauzer era utilizzato nella Germania del Sud come cane da scuderia, che si sentiva perfettamente a suo agio in compagnia dei cavalli.
Ma il suo mestiere vero era un altro, e lo standard lo racconta con una frase da leggere: pieno di zelo, spiava i roditori e li uccideva in un batter d’occhio, il che gli valse, nel linguaggio popolare, il soprannome di cane da topi.
È un mestiere che spiega mezzo carattere della razza. Un cane che passa la giornata in una stalla, fra cavalli e persone, deve essere calmo con quello che conosce e fulmineo con quello che va cacciato. Da lì viene quella combinazione di temperamento vivace e calma cautela che lo standard mette in cima.
E spiega anche una cosa pratica di oggi: lo Schnauzer ha un istinto predatorio vivo verso i piccoli animali. Non è un difetto, è il mestiere per cui è nato, e va tenuto presente se in casa ci sono conigli, criceti o uccellini.
Il pelo duro non è un vezzo estetico ma un attrezzo da lavoro: protegge dai morsi dei roditori e dalle intemperie, e la barba proteggeva il muso. Anche le sopracciglia folte servivano a riparare gli occhi.
Quando si chiamava Pinscher a pelo duro
Il nome Schnauzer è arrivato tardi, e lo standard lo dice con precisione: all’epoca della fondazione del club del Pinscher e Schnauzer nel 1895, portava ancora il nome di Pinscher a pelo duro.
Cioè: fino a poco più di un secolo fa questo cane non era una razza a sé, ma la varietà a pelo duro del Pinscher. Il Pinscher a pelo liscio e il Pinscher a pelo duro erano lo stesso cane con due mantelli diversi, e nelle stesse cucciolate potevano nascere entrambi.
La parola Schnauzer viene da Schnauze, che in tedesco vuol dire muso: è, letteralmente, «quello col musone». Il nome nasce da un soggetto che vinse un’esposizione a fine Ottocento e che era registrato con quel nome, e finì per identificare tutta la varietà.
La separazione fra le due razze è arrivata poi, con la selezione che ha portato a due tipi distinti. Ed è nello stesso periodo che sono nate le altre due taglie: il gigante dalle zone della Baviera dove serviva un cane più grande per la guardia e per condurre il bestiame, e il nano dalla selezione verso il basso di soggetti più piccoli.
Oggi le tre taglie sono tre razze FCI distinte, ciascuna col suo standard: gigante (181), medio (182) e nano (183). Il medio, quello di questa pagina, è il capostipite di tutti.
Lo Schnauzer in Italia oggi

I numeri italiani raccontano una razza rara e in calo: si passa dai 232 cuccioli del 2017 ai 153 del 2024, con un picco isolato di 297 nel 2021. In dieci anni fanno 2.082 cani, cioè circa duecento all’anno.
È un dato che sorprende, perché lo Schnauzer è una razza notissima. Ma la notorietà, in questo caso, riguarda soprattutto il nano, che è molto più diffuso: quando si dice «schnauzer» in Italia, nella maggior parte dei casi si sta parlando del piccolo.
Il calo del 27% in dieci anni segue la sorte di molte razze di taglia media senza una moda alle spalle. È un peccato, perché il medio è probabilmente il più equilibrato dei tre: abbastanza piccolo da stare ovunque, abbastanza grande da fare qualcosa.
Il dato sulle varietà è interessante e lo abbiamo dai registri ENCI: negli ultimi dieci anni sono stati iscritti 1.175 pepe e sale contro 907 neri. Il pepe e sale vince, ma di poco.
Gli allevamenti con affisso ENCI sono appena 23, con la Lombardia in testa e poi Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Marche. Ventitré allevamenti in tutta Italia significano attesa e, quasi certamente, un viaggio.

