Storia ed origine del Puli
Dai magiari alla puszta: mille anni di un cane che valeva un anno di stipendio
Il Puli è il cane da pastore dell’Ungheria antica, e la sua storia si riassume in un dato che dice più di dieci pagine: un pastore era disposto a pagare un anno di stipendio per un buon Puli.
In questa pagina: le origini asiatiche, il lavoro in coppia con il Komondor, il salvataggio della razza all’inizio del Novecento e i quattro cani sbarcati in America nel 1935.
Sommario
Da dove viene il Puli

Lo standard FCI liquida le origini in due righe caute, e fa bene: il Puli è una razza da pastore ungherese di origine asiatica. I suoi antenati arrivarono molto probabilmente nel bacino dei Carpazi con i magiari in migrazione, che vivevano da nomadi allevatori.
Nella foto: la statua di un Puli a Kunszentmiklos, in Ungheria, opera dello scultore Sandor Gyorfi. In Ungheria questo cane è un simbolo nazionale, e i monumenti sono più di uno.
Il Puli Club of America usa una formula più diretta: è l’antico cane da pastore d’Ungheria, introdotto dalla migrazione dei magiari dall’Asia centrale più di mille anni fa.
Esistono altre ipotesi, e vanno prese per quello che sono. L’AKC riporta la tesi secondo cui sarebbero stati i cumani a portare questi cani in Ungheria a metà del XIII secolo, e cita somiglianze con cani di India, Cina occidentale e Tibet. Nessuna di queste ricostruzioni è dimostrata, e chi ve la racconta come un fatto vi sta raccontando una storia.
Quello che è certo è il resto: da secoli, nella puszta, la grande pianura ungherese, il Puli conduce le pecore. E la sua taglia non è mai stata una scelta estetica ma una specifica di lavoro: una descrizione riportata nel 1924 dice che il Puli usato con le pecore è sempre più basso del punto più alto degli stivali del pastore.
Il Puli e il Komondor lavoravano insieme

La domanda che si fanno tutti è perché l’Ungheria abbia due razze a cordoni. La risposta è che facevano due mestieri diversi, sullo stesso gregge.
Il Puli è il cane che conduce: piccolo, velocissimo, capace di girare su se stesso e di cambiare direzione in un istante, lavora di giorno, sotto gli occhi del pastore.
Il Komondor è il cane che difende: cinquanta chili e più, cordoni bianchi, lavora soprattutto di notte e da solo, contro lupi e ladri.
Le due razze convivevano sullo stesso gregge e si dividevano le ore. È il modo più chiaro per capire perché il Puli sia costruito come un atleta di 13 chili e il Komondor come un molosso.
C’è poi una terza razza ungherese che entra nella storia, il Pumi, nato in tempi più recenti dall’incrocio dei cani locali, Puli compreso, con cani da pastore arrivati da Germania e Francia. Il Pumi ha il pelo riccio ma non cordato, e le orecchie dritte con la punta piegata: vederli vicini toglie ogni dubbio.
Quanto valeva un Puli nell’Ungheria antica
C’è un dato, riportato dall’AKC, che dice tutto di come questo cane fosse considerato: i pastori ungheresi erano disposti a pagare un anno di stipendio per un buon cane da conduzione.
Conviene fermarsi un attimo su quella frase. Un anno di lavoro, per un animale. Non era sentimentalismo: un Puli che lavorava bene faceva risparmiare al pastore ore di cammino ogni giorno e pecore perse ogni stagione. Era, letteralmente, un investimento.
È anche il motivo per cui la razza si è mantenuta pura per secoli senza libri genealogici e senza club: chi comprava un cucciolo lo comprava dal cane che aveva visto lavorare, e nessuno perdeva tempo con i cani mediocri.
Poi, come per tutte le razze da lavoro, arriva il Novecento. Cambia l’agricoltura, cambiano i greggi, e il numero di cani crolla. All’inizio del secolo il Puli, in Ungheria, rischia seriamente di sparire.
Chi ha salvato il Puli

Il recupero della razza porta il nome di un professore di veterinaria: Emil Raitsits, della facoltà di veterinaria di Budapest, che intorno al 1912 comincia a cercare, radunare e selezionare i Puli rimasti.
Raitsits non lavora da solo. Si mette insieme ad Adolf Lendl, direttore dello zoo di Budapest, e il programma di allevamento sperimentale parte dentro lo zoo: uno dei posti più strani in cui sia mai stata salvata una razza canina.
Nel 1915, in piena Prima guerra mondiale, viene scritto il primo standard del Puli. Raitsits pubblicherà poi un libro sulla razza nel 1924, che è la fonte da cui arrivano molte delle descrizioni d’epoca che ancora si citano.
Il lavoro di quegli anni ha una conseguenza che si vede ancora oggi: la razza è stata ricostruita a partire dai cani da lavoro, con criteri di funzionalità, e questo spiega perché il Puli di oggi sia ancora un cane atletico e non una decorazione.
I quattro Puli sbarcati in America nel 1935

La storia americana del Puli comincia con un esperimento del governo, non con un appassionato.
Nel 1935 il ministero dell’agricoltura degli Stati Uniti importa quattro Puli di razza pura e li porta a Beltsville, nel Maryland, per testarne le capacità di lavoro con il bestiame e confrontarle con quelle di altre razze.
I cani vanno molto bene. I risultati dell’esperimento, però, non vengono mai pubblicati, e la cosa finisce lì: ma quei quattro cani restano, e sono il nucleo da cui nasce la popolazione americana della razza.
L’AKC riconosce il Puli nel 1936, nel gruppo dei cani da pastore. Negli Stati Uniti la razza non è mai diventata popolare, ma ha una comunità di appassionati solida, ed è da lì che arrivano i programmi sanitari più seri che esistano su questa razza.
Il Puli oggi
In Ungheria il Puli è un simbolo nazionale: sta sui francobolli, ha le sue statue e viene tirato fuori in tutte le occasioni in cui il paese si racconta.
Nel resto del mondo è un cane di nicchia, che ogni tanto si prende un momento di celebrità. Il Puli più conosciuto degli ultimi anni è Beast, il Puli bianco di Mark Zuckerberg, che ha fatto scoprire la razza a milioni di persone che non sapevano nemmeno che esistesse.
In Italia i numeri sono impietosi: 34 cuccioli in dieci anni, con due anni consecutivi a zero (il 2022 e il 2023) e nessun affisso registrato. Chi vuole un Puli, in pratica, guarda all’Ungheria o all’est Europa.
È un peccato, perché è una razza che avrebbe tutto per funzionare in Italia: taglia media, salute buona, testa eccellente e nessuna esigenza particolare a parte quel pelo. Probabilmente è proprio il pelo la barriera all’ingresso.

