Storia ed origine del Pastore Australiano
Un cane americano con un nome australiano: come è nata la razza
Cominciamo dalla cosa più divertente di questa razza: il Pastore Australiano non viene dall’Australia. Lo dice lo standard FCI in prima riga, alla voce origine: U.S.A. Il nome è il residuo di un viaggio, quello dei pastori baschi che arrivarono negli Stati Uniti passando dall’altra parte del mondo. In questa pagina trovi da dove viene per, come i rodei del dopoguerra l’hanno reso famoso, le tappe ufficiali dei riconoscimenti e quando è arrivato in Italia.
Sommario
Il nome più fuorviante della cinofilia
Nell’Ottocento molti pastori baschi emigrarono verso il West americano per lavorare con le pecore, e diversi di loro ci arrivarono dopo una tappa in Australia, dove la pastorizia era esplosa prima. Portavano con sé i loro cani, e gli americani fecero la cosa più semplice: chiamarono quei cani con il nome del posto da cui li avevano visti arrivare. Da lì, Australian Shepherd.
Sul resto dell’albero genealogico bisogna essere onesti: le teorie sono molte e le prove poche. Erano cani da lavoro di gente che lavorava, nessuno teneva registri, e nel calderone finirono con ogni probabilità collie britannici, cani da pastore baschi e tutto quello che si dimostrava utile con le bestie. Lo standard FCI taglia corto con una frase che vale più di dieci ipotesi: la razza come la conosciamo oggi si è sviluppata esclusivamente negli Stati Uniti. È lì che è diventata una razza, non in Australia e non nei Pirenei.
Il ranch prima di tutto: cosa doveva saper fare
Prima di essere un cane da esposizione o da agility, l’Aussie era il cane della fattoria, e la voce utilizzazione dello standard lo dice ancora oggi: cane da pastore di fattoria e ranch. Non era uno specialista: radunava le pecore, spostava i bovini, teneva d’occhio il cortile, seguiva l’uomo a cavallo per chilometri e la sera stava con la famiglia. Questa versatilità è ancora scritta nel suo carattere: è la ragione per cui oggi è bravo in quasi tutti gli sport cinofili e la ragione per cui non regge la noia.
Il modo di lavorare lo distingue dai collie britannici: l’Aussie spinge il gregge da dietro, usa il corpo, la spalla e la voce, e con i bovini serve proprio quello. Nei ranch americani gli servivano nervi saldi e iniziativa, non solo obbedienza. Chi oggi si stupisce perché il suo Aussie propone soluzioni invece di aspettare ordini sta guardando in faccia due secoli di selezione.
Rodei, cavalli e televisione: il boom del dopoguerra
La svolta arriva dopo il 1945, con l’esplosione dell’equitazione western: rodei, fiere del cavallo, film e programmi televisivi. L’Aussie ci entra come comprimario naturale, perché è il cane che c’è già nei ranch, e ne esce come star. Il nome che conta è quello di Jay Sisler, che negli anni Cinquanta e Sessanta girò gli Stati Uniti con un numero di cani da trick nei rodei: per un’enorme quantità di americani quello fu il primo Australian Shepherd della loro vita.
È un dettaglio che spiega molto della razza di oggi. La popolarità non è nata da un salotto o da una vittoria in esposizione, è nata da cani che facevano cose davanti a un pubblico: saltavano, riportavano, camminavano sulle zampe posteriori, imparavano sequenze lunghe. La predisposizione al lavoro insieme all’uomo che oggi riempie i campi di agility è la stessa che riempiva le arene sessant’anni fa.
I riconoscimenti ufficiali, in ordine
La razza si organizza nel 1957, quando nasce l’Australian Shepherd Club of America, che negli anni diventerà il più grande registro monorazza degli Stati Uniti. Il percorso verso l’AKC è più lento e passa da un secondo club, la United States Australian Shepherd Association, costituita nel 1990: il riconoscimento AKC arriva il 1 settembre 1991 e l’ingresso nel gruppo dei cani da pastore il 1 gennaio 1993.
In Europa il passaggio decisivo è del 21 maggio 2007, quando la FCI riconosce la razza in via definitiva assegnandole il numero 342, gruppo 1 sezione 1, senza prova di lavoro. Lo standard oggi valido porta la data del 26 marzo 2009. Da quel momento il Pastore Australiano può correre in tutte le esposizioni e le gare ufficiali europee, ed è quando la sua diffusione da noi comincia a correre.
In Italia: il club, gli allevamenti e i numeri
Il club italiano di razza è la Italian Australian and American Shepherd Association, riconosciuta dall’ENCI il 22 settembre 2009, a cui dal 26 gennaio 2021 l’ENCI ha affidato anche la tutela del Miniature American Shepherd. Sul territorio, oggi risultano 106 affissi ENCI che dichiarano di allevare la razza, concentrati soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna: tanti per una razza arrivata da poco, pochissimi rispetto alla quantità di cuccioli che si trovano online.
È il dato che racconta meglio il presente del Pastore Australiano in Italia: una razza diventata di moda in tempi rapidissimi, con una domanda che corre più veloce della selezione seria. La conseguenza la vediamo tutti: annunci a raffica, cuccioli merle come oggetti da collezione, e Aussie restituiti o abbandonati intorno all’anno e mezzo di età. Se hai in mente questa razza, la pagina sull’allevamento è quella da leggere due volte.
Il ramo mini: come nasce il Miniature American Shepherd
Negli Stati Uniti, tra gli anni Sessanta e Settanta, alcuni allevatori iniziarono a selezionare gli Aussie di taglia più piccola per ottenere un cane da conduzione più compatto. Per decenni la questione è stata un ginepraio di sigle e registri, finché la strada scelta è stata quella pulita: farne una razza separata, con il suo standard e il suo nome, che ha perso l’aggettivo australiano per diventare americano.
Il risultato è il Miniature American Shepherd, riconosciuto dalla FCI in via provvisoria il 4 settembre 2019 con il numero 367 e patronato ungherese, e iscrivibile con pedigree in Italia dal dicembre dello stesso anno. Le misure: maschi 35,5-46 cm, femmine 33-43,5 cm. Quando leggi pastore australiano nano in un annuncio, nella maggior parte dei casi si parla di questo cane, che è una razza a sé e non un Aussie in formato ridotto.

