Storia ed origine del Norwegian Elkhound
Dai cani delle sepolture nordiche a Bamse, il capostipite importato nel 1865
Come per quasi tutti gli spitz nordici, lo standard FCI del Norsk Elghund non ha un cenno storico: comincia dall’aspetto e finisce ai difetti. La storia va cercata nei testi norvegesi, e ha un punto di partenza preciso, un cane arrivato dalla Svezia nel 1865.
In questa pagina: cosa dicono i ritrovamenti archeologici, chi era Bamse, come si cacciava e come si caccia ancora l’alce con questi cani, e quanti ne nascono oggi in Italia.
Sommario
Le origini antiche, dette con onestà

Di questa razza si legge ovunque che è vecchia di seimila anni. La formulazione corretta, quella che usano le fonti norvegesi, è più prudente: in Norvegia esistono resti ossei che mostrano un tipo di cane simile da almeno cinque o seimila anni.
La differenza non è un cavillo. L’enciclopedia nazionale norvegese lo scrive chiaramente: quei ritrovamenti non dimostrano una discendenza diretta fra i cani preistorici e l’elghund di oggi. Dicono che in Scandinavia c’erano cani di quel tipo, e che quel tipo è sopravvissuto perché funzionava.
Il Kennel Club britannico usa una formula simile parlando di una razza antica le cui radici affondano nella Norvegia della pietra, e nota quanto poco sia cambiato l’aspetto nel tempo.
Questo è già abbastanza per una razza: un cane da caccia nordico che nella forma resta uguale a se stesso per secoli, perché quella forma è quella giusta per il lavoro che fa.
La razza come la conosciamo oggi, però, con un registro, uno standard e un nome, nasce molto più tardi. E nasce, come spesso succede, da un singolo cane.
Bamse, il capostipite del 1865

Nel 1865 un uomo di nome Jens Gram importa dal Jämtland, la regione svedese al confine con la Norvegia, un cane chiamato Bamse. Passerà alla storia come Gamle Bamse Gram, il vecchio Bamse di Gram, ed è considerato il capostipite dell’elghund moderno.
Quanto abbia contato lo dice un dato di dodici anni dopo. Nel 1877 si tiene a Christiania, l’attuale Oslo, la prima esposizione canina dei paesi nordici, organizzata dall’associazione norvegese di cacciatori e pescatori e riservata solo ai cani da caccia. Fra gli elghund presenti, metà discendeva da Bamse.
In quella esposizione, e anche in quelle del 1880 e del 1887, i cani grigi e quelli neri gareggiavano ancora insieme, sotto un’unica etichetta: cani da alce e da orso. La distinzione fra le due razze, che oggi hanno standard separati, arriverà dopo.
Nel 1899 nasce il Norsk Dyrehundklub, il club dei cani da selvaggina, antenato dell’attuale federazione norvegese dei club dell’elghund. È il momento in cui l’allevamento diventa organizzato.
Lo standard della razza viene fissato nel 1905. Quello FCI oggi in vigore porta invece la data del 9 agosto 1999, ed è il documento su cui si basa tutta la descrizione di queste pagine.
Come si caccia l’alce con un elghund

Lo standard mette una riga sola nella casella dell’utilizzazione, e non serve altro: cane da caccia all’alce. Ma i modi di usarlo sono due, e sono molto diversi fra loro.
Il primo è il løshund, il cane sciolto. Lavora libero, cerca l’alce da solo su un territorio ampio, e quando la trova la tiene ferma abbaiando finché il cacciatore non arriva. È il modo che chiede più iniziativa, più resistenza e più voce.
Il secondo è il bandhund, chiamato anche ledhund: il cane lavora al guinzaglio, segue la traccia in silenzio e porta l’uomo a distanza di tiro. Qui contano il naso e l’autocontrollo.
Sono due mestieri che spiegano bene il cane che vi trovate in casa: uno che ha nel corredo sia l’autonomia di chi decide da solo, sia la capacità di lavorare attaccato a te per ore.
La FCI prevede per questa razza la prova di lavoro soltanto nei paesi nordici, cioè Svezia, Norvegia e Finlandia. Fuori di lì l’Elkhound si giudica solo sulla morfologia, e il suo lavoro non si vede più.
In Norvegia resta comunque un cane vivo e usato: si registrano di regola poco più di 750 cuccioli l’anno, e non sono cani da salotto.
Il Norwegian Elkhound oggi in Italia
In Italia questa razza è una rarità. L’archivio ENCI restituisce le iscrizioni a partire dal 2017, e da lì al 2024 i cuccioli iscritti sono stati dieci in tutto: uno nel 2017, tre anni a zero, poi uno, uno, due e cinque nel 2024.
Cinque cuccioli in un anno, per una razza così, sono un piccolo segnale: sono la metà di tutto il periodo, concentrati nell’ultimo anno disponibile.
Gli affissi attivi, però, sono uno solo, in Emilia Romagna, in provincia di Reggio Emilia. Tutto il resto della penisola è scoperto.
Chi vuole un Elkhound in Italia ha quindi due strade: mettersi in lista con l’unico allevamento italiano oppure guardare ai paesi nordici, dove la razza è comune e le cucciolate non mancano.
Una precisazione che serve, perché la confusione è facile: il Norsk Elghund nero è una razza FCI diversa, non una varietà di colore di questa. In Italia non ne nascono affatto.

