Storia ed origine del Japanese Spitz
Un cane giapponese nato da uno Spitz tedesco, in poco più di vent anni
Lo Spitz giapponese è una delle razze più giovani che esistano, e ha una storia che si legge come un itinerario: parte dalla Germania, attraversa la Siberia e la Cina, arriva a Tokyo intorno al 1920 e diventa una razza nel 1948.
In questa pagina: da quale cane discende, come è stata costruita in vent’anni e com’è messa oggi in Italia.
Sommario
Da quale cane discende il Japanese Spitz

Lo standard FCI non lascia margini: si pensa che lo Spitz giapponese discenda dal grande Spitz tedesco bianco che era stato portato in Giappone verso il 1920, dopo aver attraversato il continente siberiano e il nord-est della Cina.
Il cane nella foto è proprio quello: un Grande Spitz tedesco bianco, il Großspitz, la varietà più grande della famiglia degli Spitz tedeschi. Chi conosce il Volpino italiano o il Pomerania riconosce subito l’aria di famiglia.
La rotta dice molto di come si spostavano i cani un secolo fa: dalla Germania verso est via terra, attraverso la Russia asiatica e la Manciuria, fino ai porti giapponesi. Non c’è una nave e un capitano come nella storia di altre razze: c’è un lungo scivolamento attraverso un continente.
Verso il 1920 questa razza fu presentata per la prima volta ad un’esposizione a Tokyo, scrive lo standard. È il momento in cui i cinofili giapponesi decidono che quel cane bianco ha senso essere selezionato per conto proprio.
Come è stata costruita la razza fra il 1925 e il 1948

La ricetta è descritta nello standard con una precisione da verbale: nel 1925, due coppie di grandi Spitz bianchi furono importati dal Canada; poi, fin verso il 1936, altri ne furono importati dal Canada, dagli Stati Uniti, dall’Australia e dalla Cina.
Quattro paesi in undici anni, per una base genetica che partiva da pochissimi soggetti. La loro discendenza fu poi incrociata per migliorare la razza, aggiunge il documento: gli allevatori giapponesi hanno lavorato di selezione, non di numeri.
Il risultato ha una data: dopo la seconda guerra mondiale, nel 1948, uno standard unificato della razza fu redatto dal Kennel Club Giapponese. E qui arriva la frase che colpisce di più: questo standard è ancora in vigore.
Quasi ottant’anni senza modifiche sostanziali, in una cinofilia che riscrive gli standard in continuazione, sono un’eccezione. Vuol dire che il cane che i giapponesi avevano in mente nel 1948 lo avevano già ottenuto.
La stampa tedesca qui accanto è del 1850 circa e ritrae uno Spitz bianco su un cuscino: è il tipo di cane da cui, settant’anni dopo, sarebbe partito tutto.
Il Japanese Spitz oggi in Italia
In Italia questa razza è, semplicemente, rara: fra il 2015 e il 2023 l’ENCI ha iscritto 122 cuccioli, e nel 2024 non ne risulta iscritto nessuno.
Guardata anno per anno la serie racconta una nicchia fragile: 31 cuccioli nel 2015, poi una decina scarsa all’anno, il minimo di 5 nel 2020 e una ripresa a 18 nel 2021. Sono numeri che dipendono da due o tre cucciolate.
Gli affissi attivi sono due, tutti e due in Piemonte, uno in provincia di Torino e uno in provincia di Vercelli. È una delle razze meno allevate fra quelle riconosciute dall’ENCI.
Il paradosso è che all’estero lo Spitz giapponese sta invece crescendo parecchio, soprattutto nel Regno Unito e nel nord Europa, dove è diventato un cane da città molto richiesto. In Italia, per ora, resta una razza da appassionati.

