Storia ed origine del Japanese Chin
Dalla corte imperiale giapponese ai salotti vittoriani
La storia del Chin comincia con una data precisa, il 732, e finisce nei salotti dell’Inghilterra vittoriana. In mezzo ci sono mille anni passati dentro i palazzi, che è esattamente il posto dove questo cane è stato costruito.
In questa pagina: da dove arriva, cosa ci faceva nel castello di Edo, come è finito in Occidente e perché la Regina Vittoria c’entra.
Sommario
Da dove viene il Japanese Chin

Lo standard FCI apre con una frase da leggere per intero: si suppone che gli antenati del Chin furono donati dai sovrani della Corea (sotto la dinastia Silla, dal 377 al 935) alla corte giapponese nel 732.
È il tipo di dettaglio che nelle storie di razza si legge di rado: non un secolo approssimativo, ma un anno. Sembra che nel corso dei 100 anni seguenti, un gran numero di Chin sia arrivato in Giappone, aggiunge lo standard.
Gli stessi cani, sempre secondo il documento FCI, viaggiarono anche in Cina (dinastia Tung, 618-910) e nella Corea del Nord (dinastia Po H’ai, 698-926), portati da diplomatici. Che è poi il modo in cui i cani da palazzo si sono sempre spostati in Asia: come regali fra corti.
Il Japanese Chin, insomma, di giapponese ha la selezione ma non l’origine. È in Giappone che è diventato quello che è oggi, ed è per questo che l’origine ufficiale FCI resta il Giappone.
Il quadro qui accanto è di Mori Sosen, pittore giapponese del periodo Edo: inchiostro e colori leggeri su seta. Il cane è già identico a quello che vedi oggi in esposizione.
Il cane del castello di Edo
Il passaggio successivo della storia è quello che spiega il carattere della razza. Durante il regno dello shogun Tsunayoshi Tokugawa (1680-1709) il Chin, dice lo standard, fu allevato come cane da compagnia nel castello di Edo, cioè nel palazzo del potere del Giappone dell’epoca, in quella che oggi è Tokyo.
Tsunayoshi non è uno shogun qualsiasi nella storia dei cani: è passato alla storia giapponese per le leggi a protezione degli animali che emanò, che gli valsero il soprannome di shogun dei cani. Che la razza sia stata coltivata proprio alla sua corte è una coincidenza che dice molto.
Un cane allevato per generazioni dentro un palazzo diventa una cosa specifica: piccolo perché lo spazio è quello, silenzioso perché il rumore in una corte non è gradito, pulito nei modi, capace di stare delle ore su un cuscino senza combinare niente. Tutte le caratteristiche del Chin di oggi hanno la loro spiegazione in quei due secoli.
È anche il motivo per cui questa razza, unica fra le tante nate in Asia, non ha nessuna funzione secondaria: non ha mai fatto la guardia, non ha mai cacciato, non ha mai tirato niente. Lo standard alla voce utilizzazione scrive tre parole: cane da compagnia.
Come il Chin è arrivato in Europa

Il primo a portarne uno fuori dal Giappone, secondo lo standard, fu un britannico: nel 1613, il capitano Searles introdusse un Chin in Inghilterra. Un solo cane, e poi per due secoli il silenzio.
La svolta arriva con l’apertura forzata del Giappone all’Occidente. Nel 1853, il comandante americano Perry ne portò un buon numero negli Stati Uniti; due dei quali vennero donati alla Regina Vittoria d’Inghilterra.
Da lì in poi la carriera europea del Chin è quella di tutti i cani da grembo passati per una casa reale: dal 1868 il Chin è diventato il cane da grembo preferito dalle dame dell’alta società. In Inghilterra per decenni lo chiamarono Japanese Spaniel, ed è con quel nome che compare nei quadri e nelle fotografie dell’epoca, come nel ritratto del 1924 qui accanto.
Il nome ufficiale, oggi, è tornato a essere quello giapponese: per la FCI e per l’ENCI la razza si chiama semplicemente Chin, ed è classificata nel gruppo 9 insieme al Pechinese, nella sezione che porta il nome di tutti e due.
Il Japanese Chin oggi in Italia

In Italia il Chin è una razza di nicchia stabile: fra il 2015 e il 2024 l’ENCI ha iscritto 749 cuccioli, con annate quasi sempre fra i settanta e i novanta.
L’anno che stona è il 2024, con 52 cuccioli: è il minimo del decennio, e arriva dopo il picco di 93 del 2017. Un calo che riguarda molte razze da compagnia rare, schiacciate dalla concorrenza dei soliti tre o quattro nomi di moda.
Gli affissi attivi sono tredici, concentrati soprattutto al nord: tre in Piemonte, due a testa in Emilia Romagna, Lazio e Liguria, uno in Toscana, Lombardia, Sicilia e Puglia.
Il dipinto qui accanto è di Frances C. Fairman, pittrice vittoriana specializzata in ritratti di cani, ed è la fotografia perfetta di cosa era questa razza nell’Ottocento europeo: quattro Chin in un salotto, senza nessun altro mestiere che quello di stare lì.

