Storia ed origine dell Hokkaido

Il cane degli Ainu, monumento naturale dal 1937

La storia dell’Hokkaido comincia con un viaggio: i cani giapponesi di media taglia che nel XII secolo accompagnarono gli emigranti da Honshu, l’isola principale, verso l’isola settentrionale di Hokkaido.

Da lì in poi sono gli Ainu, il popolo nativo dell’isola, a farne il cane che conosciamo. Qui dentro: le origini, la caccia all’orso, il riconoscimento come monumento naturale nel 1937 e la situazione di oggi.

Sommario

Da Honshu a Hokkaido nel XII secolo

Hokkaido bianco al guinzaglio in un campo

Il cenno storico dello standard è insolitamente circostanziato: la razza avrebbe origine dai cani giapponesi di media taglia che accompagnarono degli emigranti da Honshu a Hokkaido durante l’epoca Kamakura, negli anni 1140.

Il contesto è quello degli scambi fra Hokkaido e il distretto di Tohoku, il nord di Honshu, che in quel periodo si intensificarono. I cani arrivarono con le persone, come è quasi sempre successo.

Una volta sull’isola, quei cani si trovarono in un ambiente diverso: freddo rigoroso e forti nevicate, come dice lo standard. La selezione naturale e quella umana hanno fatto il resto, dando un cane con doppio mantello, piedi compatti e grande resistenza.

Va detto che il si dice con cui lo standard apre il capitolo non è una formula di stile: sono ricostruzioni tradizionali, non genealogie documentate. Su razze antiche come questa, la prudenza è d’obbligo.

Il cane degli Ainu e la caccia all’orso

Hokkaido rosso, la razza che gli Ainu usavano per la caccia

Il secondo nome della razza è Ainu-ken, cioè cane degli Ainu. Lo standard spiega perché: gli Ainu, gli abitanti nativi dell’isola, impiegavano questi cani per la caccia all’orso e altri animali.

È un dato che dice tutto sul carattere. Un cane di cinquanta centimetri non abbatte un orso: lo tiene a bada, lo distrae, lo trattiene abbaiando finché arrivano i cacciatori. Serve coraggio, sangue freddo e quella sicura valutazione delle situazioni che lo standard cita esplicitamente.

Per gli Ainu il cane non era un accessorio: era parte del sistema di sopravvivenza in un’isola difficile, insieme alla pesca e alla raccolta.

Questa storia spiega anche perché l’Hokkaido non è mai diventato un cane da compagnia di massa: è rimasto legato a un popolo e a un territorio, e quando quel modo di vivere è cambiato la razza è rimasta di nicchia.

Monumento naturale dal 1937

Hokkaido color crema in stand durante una esposizione

Nel 1937 il Giappone dichiarò la razza monumento naturale, e in quell’occasione, dice lo standard, prese il nome della regione d’origine: da Ainu-ken a Hokkaido.

Il riconoscimento come monumento naturale è una particolarità giapponese: non è un premio cinofilo, è una tutela statale che mette la razza fra i beni culturali del paese, come un tempio o un paesaggio.

Le razze autoctone giapponesi che hanno ricevuto questo status sono sei: oltre all’Hokkaido, Akita, Shiba, Kai, Kishu e Shikoku.

In Italia, però, l’Hokkaido resta una rarità assoluta: i registri dell’ENCI segnano quattordici cuccioli fra il 2015 e il 2020 (cinque nel 2015, tre nel 2016, cinque nel 2017, poi due annate a zero e uno nel 2020) e nessun affisso.

Chi la vuole guarda al Giappone o ai pochissimi allevamenti europei, sapendo che le esportazioni dal Giappone sono limitate proprio perché si tratta di un patrimonio nazionale protetto.