Storia ed origine del Grande Bovaro Svizzero
Il cane del macellaio ritrovato nel 1908 da Albert Heim
La storia di questa razza ha una data e un luogo precisi: 1908, Langenthal, esposizione per i venticinque anni della società cinologica svizzera. Due cani presentati come Bovari del Bernese a pelo corto finiscono davanti al professor Albert Heim, che li guarda e capisce di avere davanti qualcosa di diverso: i resti del vecchio cane del macellaio.
In questa pagina: che cos’era il Metzgerhund, com’è andata quel giorno, come si è ricostruita la razza fra il 1909 e il 1939, e perché questi cani hanno passato secoli attaccati a un carretto.
Sommario
Il cane del macellaio

Prima di essere una razza, questo cane era un mestiere. Nelle valli svizzere e in mezza Europa i grandi cani tricolori a pelo corto erano i cani dei macellai, dei casari e dei carrettieri: tiravano il carretto del latte e della carne, facevano la guardia alla bottega e conducevano il bestiame al mercato.
Nella foto: un cane attaccato a un carretto in una fotografia d’epoca. Non è un Grande Bovaro Svizzero fotografato come tale, ma è esattamente il lavoro per cui questi cani esistevano.
Lo standard FCI riassume quel mondo in una riga: gli antenati di questo cane erano ampiamente diffusi in tutta Europa, allevati come cani da guardia, da tiro e da conduzione del bestiame.
Il nome tedesco di quel tipo di cane era Metzgerhund, cane del macellaio, e in Svizzera il traino con i cani è stato un mestiere vero fino agli anni Trenta del Novecento: latte, formaggio, pane e carne si muovevano su carretti tirati da cani nelle strade dei paesi.
Quando arrivano i camion, quel lavoro finisce. E qui sta il punto: un cane che esiste per un mestiere scompare col mestiere. È il motivo per cui, a fine Ottocento, il grande cane tricolore a pelo corto era quasi svanito, assorbito dai cani da montagna e dai meticci.
Chi si occupa di razze da lavoro conosce bene questa curva: prima il cane è indispensabile, poi diventa inutile, e per un ventennio nessuno lo alleva. Le razze che ce la fanno sono quelle che, in quel ventennio, incontrano qualcuno che le riconosce. Per questa razza quel qualcuno è stato Albert Heim.
1908, Langenthal: due cani sbagliati

Il racconto è nello standard FCI, e conviene leggerlo nella sua asciuttezza: nel 1908, a Langenthal, in occasione dell’esposizione del giubileo per i venticinque anni della Schweizerische Kynologische Gesellschaft, due Bovari del Bernese a pelo corto furono presentati al grande promotore dei bovari svizzeri, il professor Albert Heim.
Nella foto: Bello v Schlossgut, in una fotografia del 1908. È il cane che segna l’inizio della razza.
Il seguito della frase è la nascita di una razza: li riconobbe come rappresentanti del vecchio, scomparente, grande cane da montagna o cane del macellaio. Quei due cani non erano Bovari del Bernese sbagliati: erano l’ultimo pezzo di un tipo antico.
Albert Heim (1849-1937) era un geologo di fama internazionale e, insieme, il più importante cinologo svizzero della sua epoca: si è occupato di tutti e quattro i bovari svizzeri, e senza di lui almeno due di quelle razze non esisterebbero.
Nel 1909 la società cinologica svizzera riconosce il Grande Bovaro Svizzero come razza a sé e lo iscrive nel volume 12 del libro genealogico svizzero. Nel 1912 nasce il club di razza, con lo scopo dichiarato di promuoverla e mantenerla pura.
Il primo standard FCI, però, arriva soltanto il 5 febbraio 1939: trent’anni dopo il riconoscimento svizzero. Sono i tempi lunghi delle razze poco numerose, e la guerra che arriva subito dopo non ha aiutato.
Come si ricostruisce una razza con pochi cani

Ricostruire una razza partendo da pochi soggetti è un lavoro lento e rischioso. Nei primi decenni il Grande Bovaro Svizzero è stato allevato da un gruppo piccolissimo di appassionati, e i cuccioli iscritti si contavano su una mano.
Nella foto: Barri von Herzogbuchsee, che le fonti indicano come uno dei capostipiti della razza.
Il metodo, in questi casi, è sempre lo stesso: si cercano nelle campagne i soggetti che somigliano al tipo, li si registra come fondatori, e si incrociano fra loro tenendo sotto controllo la parentela. È lo stesso lavoro che in Spagna si è fatto col ratonero valenciano un secolo dopo.
Il rischio è la consanguineità, e in questa razza si vede ancora oggi: le patologie che il club di razza segnala – epilessia in testa – sono tipiche delle popolazioni ricostruite da pochi fondatori.
Dopo la Seconda guerra mondiale la razza si diffonde fuori dalla Svizzera, prima in Germania e poi nel resto d’Europa. Negli Stati Uniti arriva negli anni Sessanta e oggi è chiamata familiarmente Swissy: il club americano è una delle fonti migliori sulla sua salute.
Lo standard, alla fine dei cenni storici, dice come stanno le cose oggi con una frase semplice: oggi questi cani sono allevati anche in altri paesi europei, e sono particolarmente apprezzati come cani di famiglia per il loro temperamento calmo e affidabile. Da cane del macellaio a cane di casa in un secolo.
Il Grande Bovaro Svizzero in Italia

In Italia questa razza c’è, e i numeri lo dicono chiaramente: le API dell’ENCI, sul codice di razza 58, registrano 737 cuccioli fra il 2015 e il 2024. Vuol dire una media di settanta all’anno.
Nella foto: un Grande Bovaro Svizzero di un allevamento italiano, quello di Sondrio.
L’andamento del decennio: 105 nel 2015, poi 82, 74 e 109 nel 2018, il crollo a 25 nel 2019, la risalita a 78 e 89 nel 2021, un altro buco a 21 nel 2022, e infine 82 nel 2023 e 72 nel 2024.
Quei saliscendi non sono mode: sono il segno di una razza che dipende da pochissimi allevatori. Una cucciolata in più o in meno, in una razza così, sposta il totale nazionale del venti per cento.
Gli affissi registrati dall’ENCI per questa razza sono quattro: uno in Veneto (provincia di Padova), uno in Emilia-Romagna (Reggio Emilia), uno in Lombardia (Sondrio, che alleva anche gli altri bovari svizzeri) e uno in Toscana (Lucca).
Per dare la scala: nello stesso 2024 in Italia sono nati 1.321 Bovari del Bernese. Il cugino a pelo lungo è quindi diciotto volte più diffuso, e la ragione è quasi solo estetica: il Bernese ha vinto la gara della popolarità con il pelo.
Chi cerca un cucciolo, quindi, ha una strada breve ma stretta: quattro allevamenti in Italia, oppure l’importazione dalla Svizzera, dalla Germania o dai paesi dell’Est, dove la razza è ben rappresentata.

