Addestramento ed educazione del Grand Griffon Vendéen
Docile ma volitivo: come si tiene bene in mano un griffone vandeano
Lo standard del Grand Griffon Vendéen contiene la migliore istruzione per l’uso che si possa desiderare: docile, ma volitivo e appassionato, ha bisogno di essere tenuto bene in mano. Otto parole che spiegano perché con questa razza servono pazienza e coerenza, non fermezza a vuoto.
In questa pagina: quanto movimento serve, come si lavora sul richiamo con un naso così, la gestione della voce, il lavoro da limier, e gli errori che si vedono più spesso.
Sommario
Quanto movimento serve a un Grand Griffon Vendéen

Lo standard ha già risposto, e in modo drastico: questo cane ha bisogno di grandi territori. Tradotto in pratica: almeno due ore al giorno di attività, con una parte importante di lavoro olfattivo, e uscite lunghe di più ore quando si può.
Il tipo di movimento conta più della quantità. Un segugio da grossa selvaggina non si stanca camminando al piede: si stanca cercando. Un’ora di ricerca in un bosco vale tre ore di marciapiede.
Le attività che funzionano sono quelle che usano il naso: nose work, mantrailing, pista di sangue – che per un cane usato come limier è praticamente il suo lavoro – e dog trekking per la parte fisica.
Quello che invece non funziona è il giardino. Un Grand Griffon Vendéen lasciato in giardino non si sfoga: si annoia, e un griffone annoiato scava, ulula e studia il modo di uscire.
Il recinto è la prima spesa, e va fatto pensando a un cane che salta e che spinge. Se un vandeano prende una traccia lungo la rete, la rete diventa un problema tecnico.
Sui cuccioli valgono le regole di sempre: poco e spesso, niente scale a ripetizione e niente lunghe camminate forzate prima che la struttura sia formata. Un cane da 30 chili che crescerà per quattordici mesi non va sollecitato a sei.
Il richiamo, la longhina e la traccia
Il richiamo è il problema numero uno di questa razza, e la ragione è tecnica: lo standard lo descrive assiduo sulla traccia. Un cane assiduo sulla traccia, quando ha il naso pieno di cinghiale, non vi sente. Non è disobbedienza, è la funzione per cui è stato selezionato.
Il richiamo si costruisce prima, e sempre in condizioni facili: in casa, in giardino, in un campo recintato. Con premi che valgano, e con una regola d’oro: non chiamare mai il cane per fare qualcosa che a lui non piace. Se lo chiamate solo per rientrare, imparerà a non venire.
Fuori, lo strumento è la longhina da cinque o dieci metri. Permette al cane di annusare in libertà senza che parta, e a te di lavorare sul richiamo con una rete di sicurezza. È lo strumento più sottovalutato della cinofilia, e con i segugi è quasi obbligatorio.
Sul lavoro di traccia ha senso investire, perché è il modo migliore di far felice questo cane e di guadagnarci un cane più gestibile. Si comincia con piste corte di bocconcini, si passa a piste con il guinzaglio lungo, e chi vuole andare avanti trova nella pista di sangue una disciplina strutturata.
E c’è un dettaglio che chi ha segugi conosce bene: un cane che ha lavorato col naso torna a casa stanco nella testa, e la sera dorme. Il movimento fisico da solo non produce lo stesso effetto.
La voce: capirla e conviverci
La voce di questa razza è nello standard come qualità: ha una bella voce. In caccia serve al conduttore per capire da lontano cosa sta facendo il cane, e i cacciatori imparano a distinguere la voce dei propri cani una per una.
A casa, però, quella voce va gestita. Il metodo che funziona è sempre lo stesso: lasciare che avvisi due o tre volte, andare a controllare, dire una parola sola sempre uguale e premiare il silenzio. Un cane che sente di essere stato ascoltato smette prima di uno che viene sgridato.
Quello che non funziona è alzare la voce – per il cane sei due che abbaiano insieme – e non funzionano i collari antiabbaio, che puniscono senza dare un’alternativa.
Sulla gestione dell’ambiente si guadagna più che su qualsiasi esercizio: se il cane passa la giornata a controllare un cancello, abbaia cinquanta volte al giorno e diventa sempre più reattivo. Spostare la cuccia lontano dal confine risolve metà del problema in silenzio.
E vale la solita verità controintuitiva: un cane appagato abbaia meno. Prima di lavorare sull’abbaio, la domanda giusta è quanto ha camminato e quanto ha annusato quel giorno.
Gli errori più comuni con un griffone vandeano
Il primo errore è sottovalutare il naso. Chi lascia libero un vandeano in un posto aperto la prima volta scopre due cose insieme: che il cane è velocissimo e che il richiamo non esiste, se c’è una traccia fresca.
Il secondo è confondere docile con obbediente. Lo standard dice docile, e vuol dire che non è un cane duro con le persone. Poi dice volitivo e appassionato: ha idee sue, e pretendere obbedienza cieca porta solo a un braccio di ferro.
Il terzo è usare metodi coercitivi. Con un cane sensibile e testardo insieme, la durezza produce un cane che si chiude o che si ostina di più. La coerenza, invece, funziona: regole poche e sempre uguali.
Il quarto è trascurare il pelo. Duro con sottopelo denso significa nodi, e i nodi in un cane che entra nei roveti diventano forasacchi incastrati. Una spazzolata a settimana e un controllo dopo ogni uscita nei campi.
Il quinto è tenerlo solo. È un cane da muta: la compagnia di altri cani non è un lusso, è parte della sua normalità. Chi ne tiene uno solo deve compensare con presenza e lavoro.
E il sesto è prenderlo per la faccia. La testa da griffone con i mustacchi e le sopracciglia è irresistibile, ed è la ragione per cui qualcuno prende un cane da cinghiale da 30 chili pensando a un peluche. Se è la faccia che vi piace, il Petit Basset Griffon Vendéen ha la stessa espressione in trentaquattro centimetri.

