Storia ed origine dell’Erdélyi Kopó

Dal cane dei re ungheresi al decreto del 1947: una razza tornata dall’estinzione

Poche razze hanno una storia così drammatica. L’Erdélyi Kopó era il cane da caccia preferito dell’aristocrazia ungherese nel Medioevo; all’inizio del Novecento era quasi estinto; fra il 1944 e il 1968 non risulta registrato un solo cucciolo.

In questa pagina: il cane dei Carpazi, le due varietà, il crollo di inizio Novecento, il decreto del 1947 raccontato dalle fonti di razza, la ripartenza del 1968 e i numeri di oggi, Italia compresa.

Sommario

Il cane da caccia dell’aristocrazia ungherese

Fotografia del 1901 scattata a Nagyszeben con un cacciatore e i suoi kopó al guinzaglio

Lo standard FCI dice che la razza è antica e che è stata determinata dalle particolarità del clima, del territorio e delle condizioni di caccia. E poi indica il suo momento migliore: ha raggiunto il suo apice nel Medioevo.

Nella foto: un cacciatore con i suoi kopó a Nagyszeben, l’attuale Sibiu, in una fotografia del 1901.

Nel Medioevo era il cane da caccia preferito dell’aristocrazia. Non era un cane da contadini: era il cane con cui si cacciava il grosso selvatico nei territori del regno d’Ungheria, in una regione che oggi è divisa fra Ungheria, Romania e Slovacchia.

Poi il mondo cambia. Lo standard riassume il declino in una riga tecnica ma eloquente: con lo sviluppo dell’agricoltura e della silvicoltura, la razza fu respinta nei boschi senza sentieri dei Carpazi.

È in quei boschi che la razza si è conservata, ed è lì che si sono formate le sue due varietà: quella ad arti lunghi per la selvaggina grossa e quella ad arti corti per il folto e le rocce. Erano sempre tenute insieme, nella stessa muta.

Va detto che, come per tutte le razze antiche, il legame fra i cani del Medioevo e i cani di oggi è di tipo e non di pedigree: i registri arrivano molto più tardi, e la continuità è quella di una tradizione di caccia, non di un libro genealogico.

Inizio Novecento: la razza quasi scompare

Francobollo romeno del 2005 con la testa di un Erdélyi Kopó e la scritta copoi ardelenesc

All’inizio del XX secolo, dice lo standard senza giri di parole, il segugio ungherese era quasi estinto.

Nella foto: il francobollo emesso dalla Romania nel 2005, dove la razza è chiamata copoi ardelenesc. Oggi è un simbolo condiviso fra Ungheria e Romania.

Le ragioni del crollo sono le stesse di mezza Europa: la caccia cambia, i grandi predatori scompaiono, le mute aristocratiche si sciolgono, e i cani da seguita locali vengono sostituiti da razze straniere più di moda.

Poi arrivano i confini. Dopo la Prima guerra mondiale la Transilvania passa dall’Ungheria alla Romania, e una razza che porta nel nome il nome di quella regione – Erdély è la Transilvania in ungherese – si trova a cavallo di una frattura politica.

Il 1941 segna un primo tentativo di recupero: secondo le fonti di razza si parte da 27 soggetti. È poco, ma è un inizio, e per qualche anno sembra funzionare.

Poi arriva la Seconda guerra mondiale, e per questa razza è la catastrofe.

Il 1947 e i ventiquattro anni di silenzio

Fotografia del 1970 di un uomo che tiene per il muso un Erdélyi Kopó

Questa è la parte della storia che va raccontata con le fonti in mano, perché è pesante. Secondo le fonti di razza, all’inizio del 1947 un decreto del governo romeno dichiarò indesiderabili le razze canine ungheresi e ne ordinò l’eliminazione.

Nella foto: un Erdélyi Kopó in una fotografia del 1970, due anni dopo la ripartenza dell’allevamento.

La motivazione ufficiale, riportano le stesse fonti, era che quei cani danneggiavano le colture e la selvaggina. La motivazione reale, secondo la letteratura cinofila – Wikipedia in inglese cita Bruce Fogle – era un’altra: eliminare i cani sopravvissuti serviva a rimuovere il ricordo del fatto che la Transilvania era stata ungherese.

Il risultato è documentato dai registri, e da questo punto in poi non serve interpretare: fra il 1944 e il 1968 non risulta registrato nessun cucciolo di questa razza. Ventiquattro anni di silenzio, durante i quali molti consideravano la razza estinta.

I pochi cani rimasti erano dove erano sempre stati: nelle valli senza strade dei Carpazi, in mano a contadini e cacciatori che continuavano a usarli senza interessarsi di pedigree.

Nel 1963, il 30 marzo, la FCI riconosce e standardizza la razza. Sulla carta esiste; sul territorio, praticamente, no.

1968: la ripartenza da poche decine di cani

Due Erdélyi Kopó neri focati fotografati su un terreno aperto e sassoso

La data che tutti citano è il 1968: lo standard FCI scrive che l’allevamento determinato è ripreso nel 1968.

Concretamente, un gruppo di appassionati ungheresi andò a cercare i cani superstiti nelle valli dei Carpazi e in Transilvania. Secondo le fonti di razza, l’intera popolazione moderna discende da poche decine di cani ritrovati in quegli anni.

È un dato che spiega due cose. La prima è che la razza è viva: dal nulla si è tornati a un allevamento organizzato. La seconda è che la base genetica è strettissima, ed è il motivo per cui, anche oggi, la parentela fra i riproduttori è il tema centrale.

Una perdita non si è recuperata: la varietà ad arti corti non è mai tornata. Lo standard, che di solito è un documento asciutto, la dà per scomparsa.

Oggi la razza vive in Ungheria e in Romania, dove è un simbolo condiviso: gli ungheresi la chiamano erdélyi kopó, i romeni copoi ardelenesc, e entrambi i paesi la considerano parte del proprio patrimonio.

Le stime delle fonti di razza parlano di 800-1.000 cani in Ungheria e di 80-90 cuccioli registrati ogni anno; nel 2012 i cuccioli con pedigree furono circa cento, quasi tutti nati in Ungheria o in Transilvania.

L’Erdélyi Kopó in Italia

Qui arriva la sorpresa, perché i numeri italiani sono più alti di quanto si aspetterebbe. Interrogando le API dell’ENCI sul codice di razza 241 si trovano 126 cuccioli in nove anni.

Il dettaglio: 19 nel 2015, 17 nel 2016, 30 nel 2017 – l’annata migliore – 18 nel 2018, 22 nel 2019, poi il calo, con 5 nel 2020, 9 nel 2021, zero nel 2022 e 6 nel 2023.

Centoventisei cuccioli in nove anni, per una razza che nel mondo ne fa ottanta o novanta l’anno, significa che l’Italia ha avuto un ruolo non banale. E gli affissi registrati sono uno: un allevamento in provincia di Cosenza, in Calabria, che alleva anche altri due segugi balcanici.

Il perché non è misterioso: in Italia i segugi si usano, e chi caccia il cinghiale in terreni difficili guarda anche alle razze dell’Europa centrale e balcanica. L’Erdélyi Kopó, con la sua resistenza e la sua voce, è un cane che in quel contesto ha senso.

Per chi lo cerca oggi, le strade sono due: l’unico allevamento italiano, e i paesi d’origine, Ungheria e Romania. Nella pagina Allevamento ci sono i costi e le domande da fare.

QuandoCosa è successo
MedioevoLa razza è il cane da caccia preferito dell’aristocrazia ungherese
OttocentoAgricoltura e silvicoltura la spingono nei boschi senza sentieri dei Carpazi
Inizio NovecentoLa razza è quasi estinta
1941Primo tentativo di recupero, con 27 soggetti
1947Le fonti di razza riportano un decreto romeno che ordina di eliminare i kopó
1944-1968Nessun cucciolo registrato: la razza è considerata estinta
30 marzo 1963Riconoscimento e standardizzazione FCI
1968Riprende l’allevamento sistematico, da poche decine di cani ritrovati
Oggi800-1.000 cani in Ungheria, 80-90 cuccioli l’anno