Storia ed origine dell’English Toy Terrier
Dalle rat pit vittoriane alla lista delle razze britanniche in via di estinzione
Poche razze hanno un passato così lontano dal loro presente. Oggi l’English Toy Terrier è un cane da compagnia da tre chili; centosettant’anni fa i suoi antenati lavoravano nelle rat pit dei pub londinesi, dove si scommetteva su quanti ratti un cane riusciva a uccidere in un’ora.
In questa pagina: i Black and Tan Terrier, le rat pit e Tiny the Wonder, gli incroci con i levrieri, la separazione dal Manchester Terrier nel 1924, il nome nuovo del 1960 e la situazione di oggi, con la razza nella lista delle autoctone vulnerabili britanniche.
Sommario
I Black and Tan Terrier: cani da ratti, non da salotto

L’antenato si chiamava Black and Tan Terrier, era un terrier inglese a pelo liscio ed è documentato almeno dal periodo Tudor. Il suo lavoro era uno: uccidere i topi.
Con la rivoluzione industriale, dal 1760 in avanti, le città inglesi si riempiono di gente e di magazzini, e i ratti diventano un problema di massa. Un terrier che sapesse liberare una cantina o una stalla era uno strumento di lavoro, non un vezzo.
Da quel bisogno pratico nasce lo spettacolo. Nei pub si allestiscono le rat pit: recinti circolari dove si liberava un certo numero di ratti e si lanciava dentro un terrier, mentre il pubblico scommetteva su quanti ne avrebbe uccisi e in quanto tempo.
Non era un fenomeno di nicchia: nel periodo di massima diffusione, secondo il club di razza, Londra contava almeno settanta rat pit.
Conviene ricordarlo senza edulcorarlo, perché è la ragione per cui questa razza esiste. E conviene notare che lo standard FCI di oggi, descrivendo il carattere, cita ancora quel passato: sveglio, ricordando che storicamente sapeva cavarsela nella rat pit.
Tiny the Wonder, due chili e mezzo di leggenda

Il cane più famoso di quel mondo pesava 2,5 kg e si chiamava Tiny the Wonder. Nel 1848 uccise 200 ratti in meno di un’ora.
Apparteneva a Jemmy Shaw, proprietario della Blue Anchor Tavern a Finsbury, a Londra, uno dei personaggi di riferimento di quel giro. Il cane veniva presentato come fenomeno da esibizione, e le cifre venivano annunciate come record sportivi.
Sulle cifre, per correttezza, le fonti non concordano: c’è chi parla di 200 ratti e chi di 300, e in un mondo di scommesse e di richiami pubblicitari è normale che i numeri crescano. Il punto però resta: un cane da due chili e mezzo faceva un lavoro che sembra impossibile.
Quel tipo di cane – piccolissimo, nero focato, rapido – è l’antenato diretto dell’English Toy Terrier di oggi. La differenza è che allora la selezione premiava chi uccideva più ratti, e oggi premia chi ha le orecchie giusti.
Le rat pit vengono progressivamente vietate in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento, insieme agli altri combattimenti fra animali. E la razza, per sopravvivere, deve cambiare mestiere.
Il cambio di mestiere: dai ratti ai ring

Attorno al 1850 gli allevatori cominciano a cercare cani più eleganti, adatti alle esposizioni che stanno nascendo. E per ottenerli incrociano i Black and Tan con Whippet e piccoli levrieri italiani.
Nella foto: una tavola del 1890 in cui il Toy Terrier nero focato e un piccolo levriero – in tedesco Windspiel – sono disegnati uno accanto all’altro. È esattamente la parentela di cui stiamo parlando.
Da quegli incroci vengono le caratteristiche che ancora oggi distinguono la razza: il collo lungo e arcuato, il dorso leggermente curvo, l’ossatura fine che lo standard definisce eminentemente desiderabile.
Vengono anche i guai. Cercando cani sempre più piccoli e più fini, in quegli anni si arriva a soggetti fragilissimi, e la moda della taglia minima è una delle ragioni per cui la varietà miniatura ha rischiato di sparire.
Nel 1873 nasce il Kennel Club britannico, il primo del mondo, e nel 1880 apre una classe dedicata al Black and Tan Terrier. La razza entra ufficialmente nel mondo delle esposizioni.
1903 e 1924: la separazione dal Manchester Terrier

Per anni grandi e piccoli restano la stessa razza, divisi solo per taglia. Poi arrivano due date che sistemano la questione.
Nel 1903 i Black and Tan Terrier miniatura vengono riconosciuti come categoria distinta: è il momento in cui la strada dei piccoli si separa da quella dei grandi.
Nel 1924 i Black and Tan Terrier di taglia normale vengono ufficialmente rinominati Manchester Terrier, dal nome della città inglese che ne era diventata il centro di allevamento. Da quel momento sono due razze con due nomi.
Nel marzo del 1938, a Crufts, un gruppo di appassionati fonda il Miniature Black and Tan Terrier Club, che esiste ancora oggi col nome di English Toy Terrier (Black and Tan) Club.
E finalmente nel 1960 il Kennel Club adotta il nome attuale: English Toy Terrier (Black and Tan). Alcune fonti indicano il 1962 come anno del riconoscimento, e la discrepanza dipende da quale passaggio formale si prende come riferimento.
Negli Stati Uniti e in Canada la stessa razza non ha mai cambiato nome: è classificata come Toy Manchester Terrier, cioè come varietà toy del Manchester. È un dettaglio utile, perché i dati sanitari americani su quella razza riguardano anche la nostra.
Oggi: una razza autoctona vulnerabile

La fine della storia è un problema aperto. L’English Toy Terrier è una delle razze britanniche più rare, ed è nella lista delle razze autoctone vulnerabili del Kennel Club.
I numeri: negli anni Cinquanta le registrazioni annuali nel Regno Unito erano in media 170; oggi sono circa 100. Il club di razza la descrive come la decima razza autoctona più vulnerabile della lista.
In Italia la situazione è quella di una razza da appassionati: secondo le API dell’ENCI sul codice di razza 013 sono nati 49 cuccioli in nove anni, con un picco di 18 nel 2021 e uno solo nel 2024, e c’è un unico allevamento con affisso, in Emilia Romagna.
Il paradosso di questa razza è che il suo problema non è la salute e non è il carattere: è la domanda. In un mercato pieno di cani piccoli di moda, un terrier nero focato senza pelo lungo e senza colori vistosi fa fatica a farsi notare.
Per chi la cerca, la conseguenza pratica è duplice: le liste d’attesa sono lunghe, e la base genetica è piccola. Sono le due cose di cui parlare con un allevatore, e nella pagina Allevamento c’è come si fa.

