Storia ed origine del Dogue de Bordeaux
Dall’Alan Vautre del XIV secolo al mastino dell’Aquitania
Il Dogue de Bordeaux è, per ammissione del suo stesso standard, una delle razze francesi più antiche, e ha una citazione medievale che vale da sola il capitolo. In questa pagina trovi da dove viene, perché fino all’Ottocento era conosciuto quasi solo in Aquitania e come sta andando oggi in Italia, dove i numeri stanno crollando.
Sommario
La presa più forte di tre levrieri

Lo standard apre così: è una delle razze francesi più antiche, probabilmente discendente dell’Alan e in particolare dell’Alan Vautre, il molosso da presa del medioevo.
E poi arriva la citazione, che è del XIV secolo: Gaston Phébus, conte di Foix, nel suo Libro di Caccia, scrive che l’Alan Vautre ha una presa più forte di tre levrieri. Sono più di seicento anni fa, ed è la descrizione di un cane usato per tenere la grossa selvaggina.
Sempre alla fine del Trecento compare la parola dogue, che in francese indica proprio questo tipo di cane e che è la stessa radice del nostro dogo e dell’inglese dog.
Il mestiere di questi molossi è stato per secoli quello che ci si aspetta: caccia alla grossa selvaggina, guardia alle proprietà, lavoro nei macelli e purtroppo anche i combattimenti, che lo standard ricorda apertamente definendolo antico cane da combattimento.
Un cane che per secoli non è uscito dall’Aquitania
C’è una riga dello standard che dice moltissimo sulla storia di questa razza: nella metà del XIX secolo questi mastini erano difficilmente conosciuti fuori dall’Aquitania.
Era, in altre parole, un cane locale: il molosso del sud-ovest della Francia, della regione di Bordeaux, allevato da chi ne aveva bisogno e conosciuto da pochi altri. Non era una razza di corte e non era una razza da esposizione.
Il riconoscimento e la diffusione arrivano più tardi, fra fine Ottocento e Novecento, quando la razza esce dalla Francia. Come per molti molossi, le due guerre mondiali la riducono a pochi soggetti e il lavoro di ricostruzione richiede decenni.
La popolarità internazionale, invece, esplode molto più tardi e per un motivo che non ha niente a che vedere con la cinofilia: il cinema. Dagli anni Novanta in poi il Dogue diventa un cane riconoscibile in tutto il mondo, e la richiesta cresce in fretta.
È il momento in cui una razza rischia di più: quando la domanda supera la capacità degli allevamenti seri di soddisfarla, e in mezzo si infila chi produce cuccioli senza controlli.
Il Dogue de Bordeaux oggi, in Italia

In Italia la razza sta scendendo, e in modo netto: dai 816 cuccioli del 2015 ai 199 del 2024, cioè il 76% in meno in dieci anni.
Il totale del decennio è di 4.862 cani registrati, e la curva è in discesa costante dal primo all’ultimo anno, con una sola piccola risalita nel 2019. È la parabola tipica delle razze che hanno avuto un momento di moda e poi si sono ridimensionate.
Non è necessariamente una cattiva notizia. Con i molossi giganti, i periodi di grande domanda sono quelli in cui nascono più cuccioli senza controlli sanitari, e un ridimensionamento riporta la razza nelle mani di chi la alleva per passione.
Gli allevamenti con affisso ENCI dedicati alla razza sono ventinove, distribuiti in modo insolitamente uniforme: quattro ciascuno fra Lombardia, Piemonte, Sicilia e Campania, poi Umbria e Lazio con tre.
Se stai cercando un cucciolo, nella pagina dell’allevamento trovi i prezzi reali e le domande da fare, a partire da quella sul cuore dei genitori.

