Storia ed origine del Cimarrón Uruguayo
Dai cani abbandonati dai conquistatori al simbolo dell’esercito uruguaiano
La storia del Cimarrón Uruguayo è la più dura fra quelle delle razze moderne: nasce dall’abbandono, passa attraverso un secolo in cui c’era una taglia sulla sua testa, e finisce con il cane diventato simbolo dell’esercito del suo paese.
In questa pagina: da dove vengono questi cani, come sono diventati selvatici, perché venivano uccisi a decine di migliaia, chi li ha salvati e quando la razza è stata riconosciuta.
Sommario
Da dove viene il Cimarrón Uruguayo

Lo standard FCI parte da un’ammissione: l’origine del Cimarrón Uruguayo è incerta. Quello che si sa è che discende dai cani portati dai conquistatori spagnoli e portoghesi, fra cui l’alano español, il molossoide da presa iberico.
Il resto lo racconta lo standard stesso, ed è un passaggio che in cinofilia non ha molti paragoni: questi cani, abbandonati nel Paese, si incrociarono fra loro. La selezione naturale ha fatto in modo che soltanto i più idonei, i più forti ed i più intelligenti siano riusciti a sopravvivere. È così che è nato il Cimarrón.
La parola cimarrón, nello spagnolo coloniale, indica l’animale domestico che torna allo stato selvatico. Per questi cani è la definizione esatta: nelle campagne, nelle sierre e nei valli dell’attuale Uruguay hanno vissuto per generazioni senza padroni, cacciando in branco e riproducendosi liberamente.
Il risultato di quella scuola è il cane di oggi: taglia media, ossatura forte, pelle spessa, pelo corto con sottopelo, nessuna esagerazione anatomica. Un animale che doveva correre, incassare, guarire da solo e mangiare quello che trovava. Le razze disegnate a tavolino, in confronto, sembrano tutte un po’ fragili.
Il secolo della taglia sulla testa dei cani

Dalla fine del Settecento i branchi di cani inselvatichiti diventano un problema grosso: attaccano il bestiame, che in quella terra era l’unica ricchezza. La reazione delle autorità è quella dell’epoca: si paga per ucciderli.
Le battute di caccia ai cimarrones vanno avanti per decenni e portano all’abbattimento di decine di migliaia di cani. Per incassare la ricompensa serviva una prova, e la prova erano le orecchie o la mandibola dell’animale ucciso.
Da quell’usanza nasce una tradizione che è arrivata fino allo standard FCI: chi teneva un cimarrón buono per il lavoro gli tagliava le orecchie corte, a orecchio di puma, così che il cane non venisse confuso con i selvatici e nessuno pensasse di incassare una taglia su di lui. È il motivo per cui il taglio delle orecchie, in Uruguay, non è mai stato percepito come una questione estetica. In Italia, comunque, la legge 201/2010 lo vieta.
Nello stesso periodo qualcuno capisce che quei cani valgono. I proprietari terrieri dei dipartimenti di Cerro Largo e Treinta y Tres, nel nord est del paese, cominciano a tenerli, selezionarli e usarli: guardia della casa, difesa e lavoro col bestiame. È lì che la razza sopravvive, in mano ai gauchos e alle estancias, mentre nel resto del paese la si sterminava.
Il cane dei gauchos e dell’esercito

Nella cultura rurale uruguaiana il cimarrón diventa una presenza fissa: sta con i gauchos, dorme fuori, lavora il bestiame, tiene lontano chi non deve avvicinarsi. Non è un cane da compagnia, è uno strumento di lavoro con quattro zampe.
Alla figura del cimarrón si è appiccicata anche una frase famosa, attribuita a José Gervasio Artigas, l’eroe nazionale uruguaiano: il giorno in cui resterò senza soldati, combatterò con un esercito di cani cimarrones. È un’attribuzione della tradizione popolare, e va presa per quello che è, ma dice bene che posto occupano questi cani nell’immaginario del paese.
Il riconoscimento più concreto è recente: il Cimarrón Uruguayo è simbolo e mascotte dell’Ejército Nacional, l’esercito uruguaiano, e sfila con i reparti alle parate militari del 18 luglio, la festa della Costituzione. Un cane che un secolo prima veniva ammazzato a taglia oggi cammina davanti alla truppa.
È anche il motivo per cui in Uruguay questa razza non è una razza fra le altre: è la razza, l’unica autoctona riconosciuta, e chi la alleva la tratta come un patrimonio nazionale.
Il riconoscimento della razza, dal 1989 alla FCI

La strada ufficiale inizia nel 1989, dopo anni di lavoro dei primi appassionati: l’Asociación Rural del Uruguay e il Kennel Club Uruguayo riconoscono la razza e nasce il primo registro ufficiale, insieme all’associazione degli allevatori.
Il passo internazionale arriva il 21 febbraio 2006, quando la FCI riconosce il Cimarrón Uruguayo. Lo standard oggi in vigore è il numero 353, nella versione del 2017: uno dei più recenti dell’intera nomenclatura, ed è anche per questo che è scritto in modo così preciso su proporzioni e colori.
In parallelo, la Sociedad de Criadores de Cimarrón Uruguayo ha affrontato il problema tecnico di ogni razza appena riconosciuta: pochi fondatori e rischio di consanguineità. Il lavoro è stato fatto con la Facoltà di Veterinaria dell’UDELAR, l’università pubblica uruguaiana, studiando la situazione zootecnica e il grado di parentela dei soggetti iscritti.
Fuori dall’Uruguay la razza è ancora agli inizi. In Italia l’ENCI non registra nessuna iscrizione negli ultimi dieci anni e non esiste nemmeno un affisso dedicato: chi ne vuole uno lo importa.
Dove va la razza adesso
Il Cimarrón Uruguayo è una razza giovane sulla carta e antichissima nei fatti, e questa contraddizione è il suo tema di oggi. Fuori dall’Uruguay i numeri sono minuscoli, e la sfida degli allevatori è tenere insieme due cose: allargare la base genetica e non perdere il carattere che la selezione naturale ha costruito in due secoli.
In Uruguay la razza è protetta come patrimonio nazionale e continua a lavorare nelle estancias, che è la garanzia migliore che esista: finché un cane fa il suo mestiere, il mestiere resta nel cane. Fuori, il rischio è quello classico delle razze esotiche, cioè che diventi un cane di immagine.

