Storia ed origine del Cane Nudo del Messico
Dal dio Xolotl alle ceramiche di Colima, fino a Frida Kahlo
Questa razza è in Messico da tremila anni, ha dato il nome a un dio e ha rischiato di sparire due volte: prima con la conquista spagnola, poi con il Novecento. In questa pagina trovi le ceramiche che la ritraggono, il ruolo che aveva nel viaggio dei morti, come è stata salvata negli anni Cinquanta e perché oggi è il cane simbolo del Messico.
Sommario
Da dove viene il Cane Nudo del Messico

Lo standard apre con quattro parole: l’origine di questi cani è antichissima. E per una volta non è retorica: i cani senza pelo compaiono nell’arte messicana da almeno duemila anni.
Le testimonianze più famose sono le ceramiche della cultura di Colima, sulla costa del Pacifico, datate fra il 200 avanti Cristo e il 500 dopo Cristo: cani panciuti, senza pelo, con le orecchie grandi, modellati con una precisione che permette di riconoscere la razza a duemila anni di distanza.
Quei vasi non erano soprammobili: venivano messi nelle tombe. E il perché sta nel nome della razza.
Xolotl era il dio azteco legato alla morte, e lo Xoloitzcuintle era considerato, dice lo standard, testimonianza vivente del dio Xolotl da cui, evidentemente, deriva il nome della razza. In lingua nahuatl, itzcuintli vuol dire cane: il nome è letteralmente il cane di Xolotl.
Il suo compito era preciso: guidare le anime dei defunti fino alla loro dimora eterna. Nella cosmologia mesoamericana il morto attraversava i nove livelli dell’oltretomba fino a Mictlan, e per farlo aveva bisogno di un cane che gli facesse da guida.
Da qui la parte più dura della storia. I cani venivano uccisi ritualmente e sepolti o bruciati accanto al loro padrone, perché la guida serviva subito. Chi non poteva permettersi un cane vero, metteva in tomba una statuetta di terracotta: è per questo che oggi ne abbiamo tante.
C’era anche un uso pratico, e riguarda quella pelle calda: lo Xolo veniva appoggiato sulle parti dolenti come una borsa dell’acqua calda vivente, per il mal di pancia e i reumatismi. La medicina tradizionale messicana lo usa ancora nel racconto popolare.
E infine il capitolo che a noi suona peggio di tutti, che lo standard riporta: la sua carne era considerata una delicatezza e si mangiava durante cerimonie speciali come un rituale della loro religione. Non era macelleria, era liturgia. Ma il risultato, dice il testo, fu che la razza perse un gran numero di esemplari, rischiando l’estinzione.
Come il Cane Nudo del Messico è stato salvato

Dopo la conquista spagnola il declino diventò rapido: i cani europei arrivarono in massa e lo Xolo restò confinato, dice la storiografia della razza, nei villaggi di montagna più isolati. All’inizio dell’Ottocento era quasi introvabile.
La prima traccia moderna arriva dagli Stati Uniti, e ha un nome: nel 1887 un cane messicano chiamato Mee Too viene registrato nel libro delle origini dell’American Kennel Club. Nel 1940 un altro Xolo, Chinito Junior, diventa il primo campione americano della razza.
Poi il vuoto: senza allevatori e senza cuccioli, la razza viene togliata dai registri americani. È il punto più basso.
La svolta arriva dal Messico. La Federación Canófila Mexicana, il kennel club nazionale, decide di riprendersi la razza autoctona, e lo fa con un gesto che dice tutto: dal 1940 uno Xoloitzcuintle sta nel suo logo. Non è marketing, è una dichiarazione di intenti.
Verso la metà degli anni Cinquanta una spedizione va a cercare i cani sopravvissuti nelle campagne remote, e ne trova dieci. Dieci cani: da lì è stata ricostruita l’intera popolazione moderna.
È un numero che spiega meglio di ogni altra cosa perché in questa razza la diversità genetica è un tema serio, e perché lo standard si prende la briga di spiegare, nel preambolo, come usare i cani con pelo in riproduzione per allargare la base.
Il riconoscimento pieno dell’American Kennel Club è arrivato solo nel 2011, centoventiquattro anni dopo Mee Too. Lo standard FCI oggi in vigore è del 2012, pubblicato in italiano nel 2014.
Frida Kahlo, i musei e il film Coco

Nel Novecento lo Xolo è diventato un simbolo, e non per merito dei cinofili: per merito degli artisti. Dopo la Rivoluzione messicana la cultura indigena torna al centro, e questo cane con tremila anni di storia era il soggetto perfetto.
Frida Kahlo e Diego Rivera ne tenevano diversi nella Casa Azul di Coyoacán, e li hanno messi nei loro quadri e nelle loro fotografie. L’immagine qui accanto è proprio Rivera con uno Xolo, nella casa che oggi è il museo di Frida Kahlo.
Il legame con l’arte messicana continua: al museo Dolores Olmedo di Città del Messico, che conserva la più grande collezione di opere di Rivera e Kahlo, vive da decenni un gruppo di Xoloitzcuintle che i visitatori incontrano nei giardini. Sono parte della collezione .
Il salto nella cultura popolare mondiale è del 2017, con Coco della Pixar: Dante, il cane spelacchiato che accompagna Miguel nel mondo dei morti, è uno Xoloitzcuintle. E la sceneggiatura è più precisa di quanto sembri, perché è esattamente il mestiere che questo cane aveva tremila anni prima: guidare le anime.
L’effetto Coco si è visto anche in Europa, Italia compresa: le iscrizioni all’ENCI sono passate da una ventina l’anno a 47 nel 2022 e 48 nel 2023. Non è una prova scientifica, ma il calendario coincide.
Va detta anche la parte scomoda, perché in Messico se ne parla: una razza diventata di moda attira chi alleva senza criterio, e per un cane nudo con dentatura incompleta le cucciolate improvvisate si pagano sulla salute.
Oggi lo Xoloitzcuintle è il cane simbolo del Messico ed è entrato nell’immaginario di mezzo mondo, dopo essere stato a un passo dalla scomparsa due volte in cinque secoli. Per un cane che si occupava dei morti, è una bella rivincita.

