Storia ed origine del Cane da Pastore Islandese
Dai vichinghi a Shakespeare, e da un passo dall’estinzione
Questa razza discende dai cani che i coloni vichinghi portarono in Islanda fra l’870 e il 930, e ha una storia documentata che passa da Shakespeare, da Buffon e da due volte in cui è stata a un passo dall’estinzione. In questa pagina trovi da dove viene, chi l’ha salvata e come sta oggi in Italia.
Sommario
Il cane dei vichinghi e le fattorie islandesi

Lo standard lo dice in una riga: è la razza discendente dei cani arrivati in Islanda con i primi coloni vichinghi (870-930 d.C.). Mille e centocinquant’anni sulla stessa isola.
La parte più bella del testo FCI, però, è quella dopo: la razza si è adattata, nel suo modo di lavorare, ai terreni del posto, ai metodi di allevamento e alla dura lotta per la sopravvivenza delle popolazioni islandesi nel corso dei secoli, rendendosi indispensabile per radunare il bestiame e nel lavoro quotidiano nelle fattorie.
Quella parola, indispensabile, va presa alla lettera. In un paese senza strade, senza recinti e con le pecore lasciate libere sugli altipiani per tutta l’estate, il cane era l’unico modo per ritrovarle e riportarle giù in autunno. Non era un lusso: era attrezzatura agricola.
Il mestiere non erano solo le pecore. Gli usi tradizionali di questa razza comprendono anche il lavoro con i cavalli, l’altro animale che in Islanda si muove in mandria e va radunato.
Sull’aspetto, una curiosità che vale come conferma: il cane dell’incisione qui accanto è del 1889 ed è identico a quello di oggi. Orecchie erette, coda arrotolata, testa triangolare. Sono passati centotrentacinque anni e non è cambiato nulla.
Shakespeare, Buffon e il Canis islandicus

Poche razze possono elencare le fonti che ha questa. La prima descrizione scritta risale al 1492, e nei tre secoli successivi il cane islandese finisce nei libri dei naturalisti e perfino a teatro.
Nel 1570 il medico inglese John Caius lo cita nel suo trattato sui cani britannici. Intorno al 1599 ci arriva Shakespeare: in Enrico V, Pistol insulta Nym chiamandolo Iceland dog, thou prick-ear’d cur of Iceland, cane dalle orecchie a punta d’Islanda. Vuol dire che a Londra, alla fine del Cinquecento, questi cani si vedevano abbastanza da essere riconoscibili in un’offesa.
Nel 1662 Sir Thomas Browne ne scrive con una frase che è rimasta: cani con la testa da volpe, che dicono siano nati fra cani e volpi. È esattamente l’espressione che oggi lo standard descrive come triangolare.
Nel 1755 il conte di Buffon illustra il Chien d’Islande nella sua Histoire Naturelle, e nel 1788 Gmelin fa la cosa più clamorosa di tutte: lo classifica come una specie a sé, Canis islandicus.
Il disegno qui accanto viene da un libro di viaggi ottocentesco sull’Islanda, e il cane ha un nome: Kári. È il dettaglio che rende questa razza diversa dalle altre razze rare: non l’ha inventata nessuno in un allevamento, la trovavi nelle fattorie e i viaggiatori la disegnavano perché era lì.
Poi, alla fine dell’Ottocento, arriva il disastro. Cimurro e altre malattie uccidono oltre il 75 per cento dei cani islandesi, e il paese reagisce vietando l’importazione di cani dall’estero. Quel divieto, paradossalmente, è anche quello che ha tenuto la razza pura.
Chi ha salvato la razza, e i numeri italiani

A metà del Novecento l’Islanda si modernizza, le fattorie cambiano e il cane perde il lavoro. Verso il 1950 di islandesi puri ne restavano pochissimi, e solo nelle zone più remote.
La razza è stata salvata da tre persone, e conviene ricordarne i nomi. In Inghilterra e negli Stati Uniti se ne occupa Mark Watson, che ne alleva in California e in Inghilterra e ne rimanda in Islanda. In Islanda lavorano il veterinario Páll A. Pálsson e Sigríður Pétursdóttir, che dalla sua fattoria fa ripartire l’allevamento sistematico.
Nel 1969 nasce l’HRFÍ, il kennel club islandese, con la conservazione di questa razza fra gli obiettivi dichiarati. Il risultato si vede subito: alla prima esposizione islandese, nel 1973, ventitré dei sessanta cani presentati erano islandesi.
La FCI riconosce la razza nel 1972, la società di razza islandese nasce nel 1979 e l’American Kennel Club arriva molto più tardi, nel 2010.
Nel 1994 succede la cosa che nessun’altra razza da pastore può dire: il parlamento islandese stabilisce che l’Íslenskur fjárhundur è parte del patrimonio culturale del paese. Non un simbolo turistico: un bene culturale, per legge.
Oggi la popolazione mondiale è stimata intorno ai cinquemila cani registrati (dato del 2022), la maggior parte in Islanda e in Scandinavia. È una razza salva, ma piccola, e la gestione della consanguineità resta il lavoro principale di chi la alleva.
In Italia è quasi inesistente. Fra il 2015 e il 2023 l’ENCI ha registrato 12 cuccioli in tutto, con sei annate a zero, e l’affisso dedicato alla razza è uno, nel Lazio. Chi ne vuole uno guarda all’Islanda e alla Scandinavia.

