Carattere e descrizione del Briard
Misure, il pelo di capra, i cinque colori e la malattia che ha fatto la storia
Il Briard, in italiano Cane da pastore di Brie, è un cane grande nascosto sotto un metro di pelo. Qui trovi le misure vere, il capitolo sul mantello con il limite minimo che lo standard fissa, i colori con la regola speciale del blu, il carattere e un capitolo salute da leggere anche se non prenderai mai un Briard, perché questa razza ha cambiato la storia della medicina.
Sommario
Il Briard in breve
Misura 62-68 centimetri nei maschi e 56-64 nelle femmine, per 30-40 chili. Lo standard lo descrive rustico, agile, muscoloso e ben proporzionato, vivace e sveglio, e il carattere sta in una riga: temperamento equilibrato, né aggressivo né pauroso, un cane che deve essere sicuro e ardito. Il pelo è lungo, flessuoso e secco, del tipo pelo di capra, e sotto i sette centimetri è già un difetto grave. Ha il doppio sperone obbligatorio sui posteriori. Vive 10-12 anni ed è raro in Italia: 28 cuccioli iscritti nel 2024 e sette allevamenti con affisso.
Quanto è grande un Briard

Le misure sono 62-68 centimetri nei maschi e 56-64 nelle femmine, con una tolleranza di due centimetri in più e uno in meno oltre la quale si viene squalificati. Il peso non è fissato e nella pratica sta fra i trenta e i quaranta chili: è un cane grande, anche se il pelo lo fa sembrare ancora più grosso.
La descrizione generale merita attenzione perché mette al primo posto una parola che oggi sorprende: rustico. Poi agile, muscoloso, ben proporzionato, vivace e sveglio. Non c’è niente di monumentale in questo cane, e chi lo vede solo nelle foto da esposizione se ne fa un’idea sbagliata: sotto il mantello c’è un cane da pastore asciutto e veloce.
C’è poi una particolarità anatomica che il Briard condivide con pochissime altre razze, fra cui il Beauceron: il doppio sperone sulle zampe posteriori. Lo standard lo motiva con la stessa formula affettuosa, per tradizione, i pastori hanno tenuto a conservare il doppio sperone, ma poi mette lo sperone semplice e l’assenza di speroni fra i difetti da squalifica. Tradotto: due speroni per zampa non sono un vezzo, sono un requisito.
Il pelo del Briard e quanto lavoro chiede
Lo standard descrive il mantello in una riga che dice tutto: flessuoso, lungo, secco, del tipo pelo di capra, con un leggero sottopelo. Quel secco è la parola chiave: un pelo morbido o lanoso è un difetto grave, così come un pelo più corto di sette centimetri.

Sulla testa il pelo forma barba, baffi e sopracciglia, e qui lo standard è più preciso di quanto la gente creda: le sopracciglia velano leggermente gli occhi. Li velano, non li coprono. Un Briard che non vede più fuori dalla frangia non è più tipico, è solo trascurato.
In pratica un mantello così chiede una spazzolata seria a settimana, fatta fino alla pelle con pettine e cardatore, più attenzione ai punti dove i nodi si formano per primi: dietro le orecchie, sotto le ascelle, all’interno delle cosce e attorno al collare. Saltare due settimane significa passare da mezz’ora di pettinatura a un pomeriggio di lavoro, e saltare due mesi significa rasare.
Non serve un toelettatore, se sei costante: il Briard non si tosa e non si sagoma, si pettina. Conviene mettere in conto anche il fango e i semi, perché un pelo lungo e secco raccoglie tutto quello che incontra.
I colori del Briard

I colori ammessi sono nero, fulvo, fulvo carbonato spesso con maschera, grigio e blu. Tutti possono presentare parti più chiare tono su tono e diverse sfumature di grigio.
Il blu è l’unico che ha una regola tutta sua, e la si legge in tre punti diversi dello standard: nei soggetti blu il tartufo è blu o bluastro invece che nero, le unghie non devono essere nere e sono ammessi occhi leggermente più chiari. In tutti gli altri colori un tartufo che non sia nero squalifica.
Sulle squalifiche di colore lo standard è lungo e conviene conoscerle, perché intercettano quasi tutto quello che gira negli annunci: fuori il bianco, il marrone e il mogano, fuori i mantelli di due colori distinti, fuori la lista bianca in testa e i peli bianchi all’estremità delle zampe, fuori il fulvo con la gualdrappa.
In Italia l’ENCI raggruppa le iscrizioni in due varietà: negli ultimi dieci anni sono nati 355 cuccioli fulvi e 151 fra neri e grigi. Il fulvo, insomma, è più di due terzi della razza.
Il carattere del Briard
Lo standard usa poche parole e sceglie bene: temperamento equilibrato, né aggressivo né pauroso, e poi la riga che fa la differenza, deve essere sicuro e ardito. Non è un cane timido e non è un cane che cerca guai: è un cane che non si tira indietro.

Nella vita di casa il Briard è famoso per una cosa in particolare: si attacca. Sceglie la sua famiglia e ci sta in mezzo, ti segue da una stanza all’altra e non gradisce la solitudine. Con i bambini è paziente e protettivo, e l’istinto da pastore lo porta spesso a sorvegliarli da solo, senza che nessuno gliel’abbia chiesto.
Con gli estranei è riservato: non fa feste, osserva, e da adulto ben socializzato lascia perdere. La guardia c’è, perché è nel mestiere di un cane che custodiva gli armenti, e va calibrata da cucciolo con tante esperienze e non repressa.
L’altra cosa da sapere è che è un cane intelligente e con opinioni. Impara in fretta, ma se una richiesta gli sembra insensata te lo fa capire, e con i modi bruschi si irrigidisce. È un cane per chi ha voglia di costruire un rapporto, non per chi vuole solo impartire ordini.
Quanto vive un Briard e di cosa si ammala

La vita media è di 10-12 anni. Il Briard ha un capitolo di salute che porta il suo nome nella letteratura medica mondiale, e non solo veterinaria: la cecità notturna congenita, legata a una mutazione del gene RPE65.
È una malattia recessiva, quindi servono due copie del gene difettoso perché il cane si ammali, mentre chi ne ha una sola è un portatore sano. Il cane colpito vede male o non vede affatto al buio fin da cucciolo, e la vista diurna peggiora col tempo. La buona notizia è che il test del DNA esiste, è stato messo a punto alla Cornell University, ed è esattamente quello che va chiesto su entrambi i genitori.
La parte che merita di essere raccontata, però, va oltre i cani. La stessa mutazione, nel gene RPE65, causa nell’uomo una forma di amaurosi congenita di Leber, una cecità infantile: circa il dieci per cento dei casi umani ha origine lì. Il Briard è stato il primo modello animale di quella malattia.
Nel 2001, alla Cornell University, la terapia genica ha restituito la vista a cani Briard ciechi: fu il primo successo di terapia genica per la cecità in un animale di grossa taglia. Da quella linea di ricerca è arrivata, nel 2017, l’approvazione da parte della FDA americana di Luxturna, la prima terapia genica oculare autorizzata negli Stati Uniti, che oggi si usa sui bambini.
Il resto della lista è più ordinario e riguarda la taglia: la displasia dell’anca, per cui valgono le radiografie dei genitori, la torsione dello stomaco, che in un cane grande col torace profondo va conosciuta perché non esiste alcun test che la preveda, e l’ipotiroidismo.
A chi è adatto il Briard
È il cane giusto per chi ha spazio, cammina ogni giorno e ha voglia di fare qualcosa insieme al proprio cane. È adatto alle famiglie, anche con bambini, perché è paziente e protettivo, e a chi vuole un cane che stia in mezzo alla vita di casa invece che in giardino.
Non è il cane giusto per chi non ha voglia di pettinare, e su questo non ci sono scorciatoie: un mantello lungo e secco come il suo trascurato si infeltrisce fino alla pelle. Non lo è per chi passa dieci ore fuori casa, perché è un cane che si attacca e mal sopporta la solitudine. Non lo è per un appartamento in città senza sfoghi veri. E non lo è per chi cerca un cane che esegua senza discutere: il Briard collabora, non obbedisce e basta.

