Storia ed origine del Braque d’Auvergne
Due secoli nel Cantal, i Cavalieri di Malta e le esposizioni del 1913
Il Braque d’Auvergne è una delle razze francesi più antiche e meno raccontate: due secoli di storia in una regione sola, una leggenda sui Cavalieri di Malta e nessuna moda che gli sia mai passata addosso. In questa pagina trovi da dove viene, cosa dice lo standard e come sta oggi.
Sommario
Da dove viene il Braque d’Auvergne

Lo standard è secco e preciso: è una razza molto antica, presente da più di due secoli nella regione del Cantal, nel cuore montuoso dell’Alvernia.
Il Cantal è un altopiano di vulcani spenti, pascoli e boschi, con inverni duri e terreni difficili. È l’ambiente che ha selezionato questo cane: non un bracco elegante da pianura, ma un cane capace di lavorare tutto il giorno su terreni aspri.
Sulle origini lo standard dice due cose. La prima è tecnica: il Bracco d’Auvergne proviene dal ceppo comune a tutti i bracchi, quel gruppo di cani da ferma continentali da cui derivano anche i bracchi francesi, italiani e tedeschi.
La seconda è affascinante e va raccontata per quello che è: è il prodotto di una selezione alla quale avrebbero preso parte i Cavalieri di Malta. Il condizionale è dello standard, non nostro. La storia che si tramanda vuole che i cavalieri, lasciata Malta, avessero portato con sé cani bianchi e neri che si mescolarono con i bracchi locali.
Non ci sono documenti che lo provino, e le fonti serie la trattano come una tradizione. Conviene saperla, e conviene non spacciarla per storia.
L’ultima frase dei cenni storici è invece la più importante per capire il cane di oggi: creato da e per i cacciatori, ha una forte identità che il suo mantello contribuisce a conservargli. Un cane fatto da chi lo usava, e riconoscibile a cento metri per come è colorato.
Il 1913 e i primi premi alle esposizioni di Parigi

La razza arriva nei ring molto prima di diventare popolare: nelle esposizioni canine del 1913, a Parigi, i braques d’Auvergne vengono fotografati e premiati come una razza già formata.
Le immagini di quelle esposizioni mostrano cani che oggi riconosceresti al primo sguardo: stessa testa, stesse orecchie, stesso mantello moschettato. In un secolo la razza è cambiata pochissimo, e questo è il vantaggio delle razze che non hanno mai fatto moda.
Nel Novecento il Bracco d’Auvergne resta un cane di cacciatori, con un allevamento concentrato in Francia e numeri modesti. Non diventa mai un cane da compagnia diffuso, non entra nei film e non finisce nelle vetrine dei negozi.
Le due guerre mondiali colpiscono anche lui, come tutte le razze francesi, ma il legame con i cacciatori dell’Alvernia lo tiene in vita: dove c’è chi caccia, c’è chi alleva.
Lo standard oggi in vigore porta la data del 24 marzo 2004, con la pubblicazione FCI del 2 aprile dello stesso anno. È un testo recente per una razza antica, ed è scritto da un club che ha le idee chiare su cosa deve restare: il tipo bracco, il mantello e la capacità di lavorare.
In Francia la razza è seguita dalla R.A.B.A., la Réunion des Amateurs de Braques d’Auvergne, che dal 2019 ha un protocollo per la lettura delle radiografie delle anche: per una razza con questi numeri, è un impegno serio.
Il Braque d’Auvergne oggi, e i numeri italiani
In Francia il Bracco d’Auvergne è un cane da caccia rispettato, con un club attivo e un allevamento piccolo ma continuo. Fuori dalla Francia è quasi sconosciuto, e in Italia è una razza che praticamente non esiste.
I dati dell’ENCI raccontano una storia a intermittenza. Fra il 2015 e il 2024 risultano 49 cuccioli iscritti in tutto: 11 nel 2016, 10 nel 2018, 10 nel 2019 e 18 nel 2021, con annate a zero in mezzo e nessuna iscrizione negli ultimi tre anni.
Gli allevamenti con affisso dedicato alla razza in Italia sono zero. Quei cuccioli sono nati da cucciolate occasionali di cacciatori e appassionati, non da un allevamento strutturato.
Il motivo è semplice e vale per molti bracchi stranieri: l’Italia ha già i suoi cani da ferma, dal Bracco Italiano allo Spinone, più il Kurzhaar e il Bracco Ungherese che dominano il mercato dei cacciatori. Uno bracco francese di nicchia, in questo quadro, non trova spazio.
Per chi lo vuole la conseguenza è pratica: si guarda alla Francia, dove le cucciolate ci sono e il club aiuta a orientarsi. E si accetta di avere in casa un cane che nessuno riconoscerà: al parco te lo chiameranno Pointer, Dalmata incrociato o Setter, e ogni volta toccherà spiegare che no, è un bracco dell’Alvernia.

