Storia ed origine del Basenji

Dai villaggi del Congo alle esposizioni inglesi: la storia vera di una razza antica

La storia del Basenji è fatta di due cose: un cane da caccia africano che lavora accanto all’uomo da millenni e una serie di tentativi europei finiti male, uno dopo l’altro, prima che qualcuno riuscisse a farlo sopravvivere fuori dall’Africa. In mezzo c’è la leggenda del cane dei faraoni, da raccontare per come sta. Qui trovi le date verificate, i nomi dei cani che hanno fondato la razza e i numeri di oggi in Italia.

Sommario

Il cane dei villaggi del Congo

Fotografia del 1932 di un Congo Terrier, il Basenji prima del riconoscimento

La prima descrizione europea affidabile arriva nel 1868 dall’esploratore Georg Schweinfurth, che nel bacino del Congo incontra i cani dei Niam-Niam, cioè gli Azande: piccoli, pelo raso, orecchie erette, coda arrotolata come quella di un maialino giovane, e al collo campanelli di legno. Non erano un ornamento: servivano a seguire il cane nella vegetazione fitta, dove un cane silenzioso è un vantaggio per la caccia ma un problema per il cacciatore.

Il mestiere era preciso: stanare la selvaggina nel folto e spingerla verso le reti tese dai cacciatori. Un lavoro che chiede iniziativa, naso, vista e la capacità di decidere da soli, il che spiega buona parte del carattere di oggi. Il nome arriva dalle lingue bantu della zona: la traduzione più citata è cane della foresta, quella data dall’antropologo Louis Leakey, ma nella regione i nomi erano tanti, dai cani dei Nyam Nyam ai cani zande, fino al soprannome coloniale Congo terrier che in Europa restò in uso fino alla fine degli anni Trenta.

Il cane dei faraoni? Cosa dicono l’arte egizia e la genetica

Chiunque abbia visto un Basenji davanti a un rilievo egizio ha avuto la stessa impressione: orecchie erette, corpo asciutto, coda arrotolata, è lui. E infatti nell’arte dell’Antico Egitto compaiono cani di quel tipo, che gli egittologi chiamano tesem. Il punto è che tesem non era una razza: era il nome di un tipo di cane da caccia, e quel tipo somiglia oggi a diverse razze primitive, dal Basenji al Cirneco, dal Pharaoh Hound ai podenchi.

Anche la genetica invita alla prudenza. Il Basenji è considerato una razza basale, cioè si stacca presto nell’albero delle razze moderne, e per questo viene spesso chiamato antico. Ma i ricercatori usano la parola basale proprio per evitare l’equivoco: quel ramo lontano racconta isolamento genetico, cioè una popolazione che non si è mescolata con le razze europee nate nell’Ottocento, non una discendenza documentata dai cani dei faraoni. La stessa attenzione vale per il genoma del Basenji, sequenziato a livello cromosomico nel 2021 proprio perché la sua storia poco contaminata lo rende un riferimento utile per studiare tutti gli altri cani.

Quindi la risposta onesta a chi cerca il cane egiziano o il cane africano per antonomasia è questa: il Basenji è un cane africano autentico, di una linea antichissima e poco rimescolata, e i cani dipinti sulle pareti egizie gli somigliano. Da qui a dire che è il cane di Tutankhamon, però, ci sono ancora quattromila anni di buchi nella documentazione.

Tre tentativi falliti prima di riuscirci

L’Europa lo scopre a fine Ottocento e per quarant’anni non riesce a tenerlo in vita. Nel 1895 i primi esemplari vengono esposti a Crufts con il nome di African Bush Dogs, cani della boscaglia africana: fanno colpo e muoiono poco dopo di cimurro, una malattia contro cui non esisteva vaccino. Nel 1923 sei cani importati dal Sudan muoiono tutti in quarantena. Anche i tentativi di Olivia Burn a fine anni Venti finiscono così.

La svolta è del 1936, e la firma la stessa persona che aveva già fallito: Olivia Burn porta in Inghilterra un maschio e due femmine, e questa volta sopravvivono alla quarantena. Bongo e Bokoto of Blean danno la prima cucciolata inglese, e l’anno dopo, a Crufts 1937, la razza è la sensazione dell’esposizione. È in quel momento che il nome basenji sostituisce definitivamente Congo terrier. Sempre nel 1937 i primi cani vivi arrivano negli Stati Uniti, e nel 1943 l’American Kennel Club riconosce la razza: nasce il Basenji Club of America.

Antico EgittoNelle pitture compaiono cani con orecchie erette e coda arrotolata, del tipo che gli egittologi chiamano tesem. Era un tipo di cane da caccia, non una razza: la somiglianza c’è, la parentela diretta non è dimostrata
1868L’esploratore Georg Schweinfurth descrive i cani dei Niam-Niam, cioè gli Azande, nel bacino del Congo: piccoli, pelo raso, orecchie erette, con campanelli di legno legati al collo per la caccia
1895I primi esemplari arrivano a Crufts presentati come African Bush Dogs. Muoiono poco dopo di cimurro
1923Sei cani importati dal Sudan muoiono in quarantena in Inghilterra: la razza sembra impossibile da trapiantare in Europa
1936Olivia Burn ci riesce: Bongo e Bokoto of Blean sopravvivono alla quarantena e danno la prima cucciolata inglese
1937Successo clamoroso a Crufts, e il nome basenji sostituisce definitivamente Congo terrier. Nello stesso anno i primi cani vivi arrivano negli Stati Uniti
1943L’American Kennel Club riconosce la razza: nasce il Basenji Club of America
1990Il tigrato entra nello standard americano, arrivato con le importazioni africane degli anni Ottanta
Dal 2008Il libro genealogico americano viene riaperto più volte a nuovi cani presi in Africa, per allargare la base genetica
Oggi in Italia52 iscrizioni al libro genealogico ENCI nel 2024 e 14 affissi che allevano la razza: incontrarne uno per strada resta un evento

Le importazioni africane, e perché il tigrato è arrivato tardi

C’è un capitolo che rende il Basenji un caso raro nella cinofilia moderna: il suo libro genealogico è stato riaperto. Negli anni Ottanta alcuni appassionati americani sono tornati in Africa a cercare cani nei villaggi, e da quelle spedizioni sono arrivati soggetti nuovi che nel 1990 hanno portato con sé il colore tigrato, entrato solo allora nello standard americano. Il libro è stato riaperto di nuovo a partire dal 2008, sempre con lo stesso obiettivo: allargare la base genetica di una razza che in Occidente era partita da pochissimi fondatori.

È una scelta che nella maggior parte delle razze non si fa e che qui ha senso, perché una popolazione ristretta significa più malattie recessive che circolano. Detta in modo pratico: se oggi il Basenji ha meno problemi ereditari di quanti potrebbe averne, è perché qualcuno è andato a prendere sangue nuovo dove la razza vive ancora del suo mestiere.

Il Basenji in Italia: numeri da razza rara

In Italia il Basenji è, semplicemente, raro. I numeri del libro genealogico ENCI lo dicono meglio di qualsiasi aggettivo: il picco del decennio è il 2022 con 125 iscrizioni, poi la discesa, fino alle 52 iscrizioni del 2024. Per capire la scala: nello stesso anno il Pastore Tedesco ne ha registrate oltre ottomila.

AnnoBasenji iscritti al libro genealogico ENCICome leggerlo
2018107Uno dei tre anni migliori del decennio
202097Il lockdown non ha gonfiato la razza come è successo ad altre
2021109Il periodo più alto
2022125Il record del decennio
202365Quasi la metà rispetto all’anno prima
202452Cinquantadue cuccioli in tutta Italia: la fotografia di quanto sia rara la razza qui

Gli affissi che allevano la razza in Italia sono 14, distribuiti su otto regioni: tre in Lombardia, tre in Toscana, due nel Lazio, due in Emilia-Romagna, uno ciascuno in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Umbria e Sicilia. Sono numeri che spiegano molte cose: le liste d’attesa, i viaggi per andare a prendere il cucciolo, l’abitudine di importare riproduttori dall’estero e i prezzi che ne conseguono. Ne parliamo nella pagina sull’allevamento.