Addestramento ed educazione dell’Azawakh

Perché non è un cane da obbedienza, il richiamo che non c’è e gli sport giusti

Se arrivi da un cane da pastore o da un retriever, con l’Azawakh devi cambiare aspettative prima ancora che metodo. Non è un cane che vive per compiacerti, non è un cane che ripete volentieri un esercizio, e non è un cane su cui la parola obbedienza abbia lo stesso significato. Qui trovi come si lavora con lui, il capitolo sul richiamo che va detto senza illusioni, e le attività dove dà il meglio.

Sommario

Un cane che collabora, non che obbedisce

Ritratto di un Azawakh rosso con lo sguardo attento

I levrieri primitivi come questo sono stati selezionati per decidere da soli: un cane che insegue una gazzella a due chilometri dal padrone non può aspettare istruzioni. Quella autonomia è nel pacchetto, e non la togli con l’addestramento. Il che non vuol dire che non impari, perché impara benissimo: vuol dire che valuta se gli conviene.

Le sessioni vanno tenute corte, tre o quattro ripetizioni e si smette, perché alla decima l’Azawakh ti guarda come se ti stessi ripetendo, ed è esattamente quello che stai facendo. I metodi coercitivi qui sono controproducenti più che altrove: un cane sensibile e riservato, messo sotto pressione, si chiude e da quel momento in poi lavori il doppio. Funziona invece la relazione: un Azawakh che si fida fa cose che non ti aspetteresti, ma la fiducia te la concede lui e con i suoi tempi.

Il richiamo, detto senza illusioni

Questo capitolo è il più importante della pagina e va detto chiaro: su un levriero da caccia a vista il richiamo in campo aperto non è affidabile. Non perché il cane sia disobbediente, ma perché quando parte l’inseguimento la vista prende il comando e per qualche secondo il resto del mondo, voce compresa, semplicemente non arriva. E in quei pochi secondi un Azawakh copre centinaia di metri.

Azawakh che si solleva sulle zampe posteriori

La conseguenza pratica è una regola sola, e non ha eccezioni comode: si corre libero solo in spazi recintati, e fuori si sta al guinzaglio. Il richiamo si allena lo stesso, tutti i giorni, perché serve nel novanta per cento delle situazioni normali, ma non lo si considera una rete di sicurezza. Chi possiede levrieri lo sa e non ci discute; chi arriva da altre razze fa fatica ad accettarlo, e purtroppo è così che questi cani finiscono sotto le macchine.

Gli sport giusti per un Azawakh

Le due attività che gli calzano sono quelle costruite intorno alla sua natura. Il lure coursing, cioè l’inseguimento di uno zimbello meccanico su un percorso che simula la fuga di una preda, è la cosa più vicina al suo mestiere che esista in Europa: corre, insegue, decide le traiettorie da solo. E il racing in pista, dove i levrieri corrono in linea su distanze brevi.

Attenzione però a un punto tecnico che riguarda proprio questa razza: l’Azawakh non è un Greyhound e non ha la sua stessa costruzione da velocità pura. È un fondista del deserto, con angolature molto aperte e un’andatura elastica e rialzata. Sulle piste veloci è competitivo ma va gestito, e chi lo porta a correre lo tiene in condizione senza spingerlo come si fa con le razze da pista.

Fuori dalle gare funzionano benissimo le uscite lunghe in campagna al guinzaglio lungo, il dog trekking quando fa fresco, e i giochi di naso in casa, che sono il modo migliore di dargli qualcosa da fare nei mesi in cui il clima non aiuta. Una regola pratica sulla crescita: è un cane che si sviluppa lentamente e resta longilineo a lungo, quindi le corse serie e i salti si aspettano, non si anticipano.

Gli errori che si fanno con questa razza

Il primo è prenderlo per l’aspetto. È uno dei cani più belli che esistano e questo, su una razza tanto particolare, è un guaio: chi lo sceglie guardando le foto si trova in casa un animale schivo, indipendente, che non ama gli sconosciuti e che non farà mai il cane da compagnia allegro delle immagini.

Il secondo è forzare i contatti. Costringerlo a farsi accarezzare dagli ospiti, portarlo in mezzo alla folla per abituarlo, insistere quando si sposta: sono tutte cose che con un cane distante producono l’effetto opposto. La socializzazione si fa da cucciolo, a distanza gestibile, senza mai obbligarlo, e l’obiettivo è un cane sicuro, non un cane socievole.

Il terzo è sottovalutare il freddo. Pelo raso, quasi niente grasso e origini sahariane fanno un cane che d’inverno soffre. Cappottino, cuccia morbida e rialzata dal pavimento, e uscite più corte quando la temperatura scende: non è vezzeggiarlo, è tenerne conto.