Storia ed origine dell’American Pit Bull Terrier

Dai bull-and-terrier inglesi al registro numero 1 dell’UKC, fino alla legge italiana

La storia del Pit Bull è la parabola più ripida della cinofilia: da eroe nazionale americano, letteralmente, con tanto di medaglie e strette di mano presidenziali, a razza più temuta e vietata d’Occidente, ad argomento su cui l’Italia ha cambiato idea per legge nel 2009. Qui trovi le tappe con le date vere: le origini inglesi, il registro numero 1 dell’UKC nel 1898, il sergente Stubby fotografato col generale Pershing, la separazione dall’Amstaff e il quadro legale italiano di oggi.

Sommario

Le origini: i bull-and-terrier dell’Ottocento inglese

Gli antenati hanno un nome da catalogo: bull-and-terrier, gli incroci tra bulldog e terrier che l’Inghilterra usava per il bull baiting, il combattimento coi tori. Quando il Cruelty to Animals Act del 1835 mise fuorilegge i tori, il pubblico ripiegò su spettacoli più piccoli e più clandestini: il ratting, gare di sterminio dei ratti nelle fosse, e i combattimenti tra cani. La parola pit, fossa, entra nel nome della razza da lì, ed è inutile girarci intorno: è un’origine brutale, che la razza si porta nel nome.

La selezione di quell’epoca produsse però un effetto collaterale che spiega il cane di oggi: siccome i conduttori dovevano maneggiare i cani in piena eccitazione, i soggetti aggressivi verso l’uomo venivano scartati senza pietà. Il risultato, paradossale solo in apparenza, è una delle razze più orientate alle persone che esistano.

Inghilterra, fino al 1835Gli antenati sono i bull-and-terrier: incroci tra bulldog e terrier nati per il bull baiting, il combattimento coi tori. Nel 1835 il Cruelty to Animals Act lo vieta
Dopo il 1835Fuorilegge i tori, restano ratti e cani: nascono il ratting nelle fosse (“pit”) e i combattimenti tra cani, clandestini ma tollerati
Metà OttocentoCon gli emigranti inglesi e irlandesi i bull-and-terrier arrivano in America: nelle fattorie diventano cani da lavoro e da famiglia
1898C.Z. Bennett fonda lo United Kennel Club e assegna il numero di registro 1 al suo pit bull, Bennett’s Ring: l’APBT è la razza fondatrice dell’UKC
1909Nasce il secondo registro storico, l’ADBA
1917-1918Il sergente Stubby, cane di tipo pit bull, combatte 17 battaglie in Francia: salva il reggimento dai gas, cattura una spia e torna a casa eroe nazionale, ricevuto da tre presidenti
Anni Venti-TrentaL’epoca d’oro americana: Petey dei Little Rascals sullo schermo, il pit bull come cane di famiglia d’America
1936L’AKC accetta la razza ma rifiuta il nome: nasce lo Staffordshire Terrier (dal 1972 American Staffordshire Terrier). Da qui APBT e Amstaff divergono
1976 in poiGli USA rendono i combattimenti un reato federale; seguono i divieti ovunque. Con la clandestinità arriva anche la fama nera della razza
1991Il Regno Unito vieta il pit bull col Dangerous Dogs Act: la stagione delle leggi anti-razza (BSL)
Italia, 2003-2009La lista Sirchia mette il pit bull tra le razze “pericolose” (insieme ad altre 91!); l’ordinanza Martini del 3 marzo 2009 la abolisce: nessuna base scientifica. Da allora conta il proprietario, non la razza

L’America e il registro numero 1

Con gli emigranti inglesi e irlandesi di metà Ottocento, i bull-and-terrier attraversano l’Atlantico e in America cambiano mestiere: nelle fattorie della frontiera diventano cani da guardia del bestiame, cacciatori di parassiti e compagni dei bambini. La consacrazione ufficiale arriva nel 1898, quando C.Z. Bennett fonda lo United Kennel Club e assegna il numero di registro 1 al proprio cane, Bennett’s Ring: l’American Pit Bull Terrier è letteralmente la razza fondatrice del secondo registro americano. Nel 1909 nasce anche l’ADBA, il registro specializzato che cura la razza ancora oggi.

Il sergente Stubby e l’epoca d’oro americana

Il generale Pershing premia il sergente Stubby con una medaglia

Il momento più alto della parabola ha nome e medaglie: Stubby, un randagio di tipo pit bull adottato dalle reclute del 102° fanteria nel 1917, arrivato in Francia da clandestino e diventato il cane più decorato della Prima guerra mondiale: 17 battaglie, il reggimento salvato dai gas grazie al suo naso, feriti trovati nella terra di nessuno e perfino una spia tedesca catturata per i pantaloni. Tornò a casa col grado onorario di sergente, sfilò più di qualunque generale e fu ricevuto da tre presidenti. La foto qui accanto è il generale Pershing in persona che gli appunta la medaglia.

Erano gli anni in cui il pit bull era, senza ironia, il cane d’America: Petey con il cerchio sull’occhio giocava coi bambini dei Little Rascals sullo schermo, e la razza compariva nei manifesti patriottici come simbolo del paese. Conviene ricordarlo ogni volta che qualcuno la descrive come una macchina nata cattiva: per mezzo secolo è stata l’esatto contrario.

La separazione dall’Amstaff e la stagione dei divieti

Nel 1936 l’AKC, il grande registro americano, accettò finalmente la razza ma non volle la parola pit nel nome: la linea da esposizione fu registrata come Staffordshire Terrier, dal 1972 American Staffordshire Terrier. Da quel bivio burocratico nacquero due razze: l’Amstaff da ring, oggi riconosciuto FCI, e l’APBT rimasto sui registri storici, selezionato sull’atletismo.

La parabola discendente arriva nel dopoguerra: i combattimenti, resi reato ovunque, scivolano nella criminalità, e negli anni Ottanta il pit diventa il cane simbolo delle cronache nere americane. La risposta politica è la BSL, le leggi contro le razze: il Regno Unito lo vieta nel 1991 col Dangerous Dogs Act, e mezzo mondo lo segue con liste e restrizioni. Il dibattito scientifico su quelle leggi è ancora aperto, ma i dati di mezza Europa dicono che i morsi non sono calati dove le razze sono state vietate: il problema, testardo, continua a stare all’altro capo del guinzaglio.

Il Pit Bull in Italia: la lista abolita e le regole di oggi

L’Italia ha percorso l’intera parabola in sei anni. Nel 2003 l’ordinanza Sirchia introdusse la lista delle razze pericolose: al culmine contava 92 razze, dal pit bull al border collie, un elenco che si commentava da solo. Nel marzo 2009 l’ordinanza firmata dal sottosegretario Francesca Martini la abolì con una motivazione netta: nessuna base scientifica. La sintesi dell’epoca resta memorabile: anche un barboncino può mordere, se ci si impegna.

Il quadro attuale: il pit bull in Italia è legale, senza alcuna restrizione nazionale di razza. Le regole valgono per tutti i cani: guinzaglio nei luoghi pubblici, museruola al bisogno o su richiesta, e la responsabilità civile e penale piena del proprietario per i danni del proprio cane. Alcuni comuni promuovono percorsi di patentino, per questa come per altre razze impegnative: un’idea sensata a prescindere dall’obbligo. Quello che l’Italia non offre, non essendo la razza riconosciuta FCI, è il pedigree ENCI: chi lo promette negli annunci, mente. Ne parliamo nella pagina sull’allevamento.