Dall’11 settembre gira in inglese, e ha cominciato ad arrivare anche in italiano, un titolo che suona così: il chihuahua è in parte coyote. Nasce da un articolo divulgativo di The Conversation firmato da Jacqueline Boyd, docente alla Nottingham Trent University, ripreso poi dai siti di scienza.

Lo studio a cui quel pezzo rimanda esiste ed è serio, ma non è uno studio sulle origini del chihuahua. È uscito su Nature Communications il 25 luglio 2026, lo firma un gruppo dell’Università di Stanford e presenta un software, chiamato Gnomix, che serve a stabilire da quale popolazione arriva ogni singolo pezzo di cromosoma. I cani sono la dimostrazione che funziona, non l’oggetto della ricerca.

Cosa misura lo studio?

Il problema che il software affronta si chiama local ancestry inference. Un genoma è un mosaico: se due popolazioni si sono mescolate qualche secolo fa, nei discendenti restano tratti di cromosoma che vengono da una parte e tratti che vengono dall’altra. Riconoscerli permette di dire quando è avvenuta la mescolanza, perché più è antica, più i pezzi sono corti.

Applicato ai cani, il metodo ha dato agli autori due numeri sullo xoloitzcuintli, il cane nudo messicano. Il primo: il 4,03 per cento del suo genoma è fatto di segmenti che risalgono ai cani arrivati nelle Americhe prima degli europei. Il secondo è quello che agli autori interessava di più: misurando la lunghezza di quei segmenti hanno calcolato che l’incrocio fra cani europei e cani pre-colombiani, in Messico, risale in media al 1703, con un margine di 33 anni. La stessa operazione fatta sulle persone, in un lavoro del 2007, aveva dato il 1746.

Il chihuahua discende dal coyote?

Lo studio non lo dice. Il coyote arriva dopo, in quattro righe della stessa sezione. Gli autori scrivono che è documentato che le culture pre-colombiane incrociassero cani e coyote e che «troviamo segmenti genomici condivisi fra i coyote e il chihuahua, un’altra razza con legami con le Americhe». Poi mostrano un albero genetico costruito sui punti che il software ha etichettato come «coyote» nel cromosoma di un chihuahua, confrontati con le sequenze di altri canidi.

Quanto pesa quel risultato lo dicono i metodi. I riferimenti usati per addestrare il software sui canidi sono pochi: tre genomi di coyote, quattro basenji, due shiba inu, un jindo, e via così. Gli stessi autori scrivono che l’accuratezza di validazione sui cani si è fermata al 90,63 per cento, più bassa di quella ottenuta sugli esseri umani e la spiegano proprio con il numero di riferimenti a una cifra disponibili per molti gruppi.

Cosa non dice lo studio?

Quello che nello studio non c’è, e che nei titoli è finito lo stesso, si riassume in tre punti.

Quello che si legge in giroQuello che c’è nel lavoro
«Il chihuahua ha il 4 per cento di sangue antico»il 4,03 per cento misurato è dello xolo, non del chihuahua
«Il chihuahua discende dal coyote»segmenti condivisi trovati in un chihuahua, senza una percentuale sulla razza e senza una data dell’incrocio
«Ecco perché è piccolo ma agguerrito»nessun risultato sul carattere: il collegamento è una suggestione dell’articolo divulgativo

Cosa si sapeva già?

La parte che regge da sola, e che regge da prima, è l’altra. Che i cani delle Americhe avessero una loro storia genetica e che in quelle popolazioni ci fosse passaggio di geni con il coyote è il risultato di un lavoro del 2018 pubblicato su Science da Ní Leathlobhair e colleghi, che lo studio di luglio cita come fonte di partenza. Il nuovo metodo aggiunge la risoluzione: vedere i singoli segmenti e da quelli ricavare una data.

Per chi ha un cane la ricaduta pratica è nessuna. Ne scriviamo per un’altra ragione: una notizia di genetica diventa un titolo sulla razza in due passaggi. A ogni passaggio perde un pezzo di quello che lo studio aveva misurato. Del chihuahua, che è la razza più piccola riconosciuta e arriva dal Messico, abbiamo scritto la scheda completa qui, storia inclusa.

Fonti: H. Hilmarsson, A. S. Kumar, M. Barrabés e altri, «Scalable high resolution ancestry deconvolution for genomic data», Nature Communications 17, 9070 (2026), pubblicato il 25 luglio 2026 (testo integrale): sezione sui canidi, figura 6 e paragrafo «Canid datasets» dei metodi; The Conversation, 11 settembre 2026; M. Ní Leathlobhair e altri, «The evolutionary history of dogs in the Americas», Science 361, 2018.

Anton, autore di dogseteraScritto daAnton S.Pubblicato il 13 settembre 2026Vivo coi cani da sempre e su Dogsetera racconto razze, sport cinofili e vita quotidiana a sei zampe, senza fuffa.