Storia ed origine del Samoiedo
Le tribù della Siberia, i cani che scaldavano le persone e i tre cani da cui nasce tutto
Il Samoiedo ha una storia che lo standard racconta meglio di tanti libri, e che spiega il suo carattere meglio di qualsiasi descrizione. Qui trovi da dove viene, chi lo portò in Occidente e come sta la razza in Italia oggi.
Sommario
Da dove viene il Samoiedo

Il nome viene dalle tribù Samoiedo della Russia del Nord e della Siberia, popolazioni nomadi che allevavano renne. Lo standard, nella parte storica, fa una distinzione geografica interessante.
Nelle zone meridionali della regione queste popolazioni usavano cani bianchi, neri e pluricolori come cani da pastore per le renne. Nelle zone settentrionali i cani erano invece di un bianco puro, avevano un temperamento mite ed erano usati per la caccia e per la slitta.
Il Samoiedo che conosciamo discende da questi secondi. Ma il dettaglio che spiega tutto il resto è quello che segue, ed è testuale: i cani Samoiedo vivevano a contatto con i loro padroni, dormivano persino nei loro rifugi ed erano utilizzati come fonti di calore.
Conviene fermarsi un attimo su quella riga. Non era un cane da cortile né un cane da lavoro tenuto a distanza: dormiva nella tenda, in mezzo alle persone, e il suo mantello serviva a scaldare i bambini nelle notti artiche.
Da lì viene tutto quello che questa razza è oggi: l’attaccamento estremo alle persone, la totale assenza di diffidenza verso gli estranei, la difficoltà a restare da solo. Un cane selezionato per stare dentro non impara a stare fuori.
Sabarka, Whitey Petchora e Musti
Il passaggio dalla Siberia all’Occidente ha una data e un nome. Nel 1889 lo zoologo inglese Ernest Kilburn Scott passò tre mesi fra le tribù dei Samoiedo, e tornando in Inghilterra portò con sé un cucciolo.

Qui c’è il dettaglio che sorprende chiunque conosca il Samoiedo solo come cane bianco: quel cucciolo, chiamato Sabarka, era un maschio marrone.
Più tardi Kilburn Scott importò dal lato occidentale degli Urali una femmina color crema chiamata Whitey Petchora, e dalla Siberia un maschio bianco neve chiamato Musti. Tre cani, tre colori diversi.
Lo standard aggiunge poi una riga da leggere: questi pochi cani e quelli portati dagli esploratori costituiscono la base dell’allevamento dei Samoiedi occidentali. Le grandi spedizioni polari a cavallo fra Ottocento e Novecento riportavano cani, e alcuni di quei soggetti finirono nei primi allevamenti inglesi.
Il primo standard della razza fu redatto in Inghilterra nel 1909. È un dato che dice una cosa importante: il Samoiedo che vediamo oggi, per quanto antichissimo come tipo, è stato fissato come razza in Occidente e non in Siberia.
Il bianco puro che oggi consideriamo il Samoiedo è quindi il risultato di una scelta di selezione fatta a partire da un gruppo di cani che bianchi non erano tutti.
Il Samoiedo in Italia oggi
I numeri italiani raccontano una razza stabile, ed è una rarità in un mondo di mode canine che salgono e crollano. In dieci anni le iscrizioni oscillano fra un minimo di 227 nel 2018 e un massimo di 374 nel 2016, per un totale di 3.096 cani.
Nessun boom, nessun tracollo. Per una razza tanto fotogenica, così esposta ai social, è un risultato che dice qualcosa di buono sugli allevatori italiani: il Samoiedo non è diventato un cane di moda da produrre a ritmo, e questo lo ha protetto.
Gli allevamenti con affisso ENCI sono 25, distribuiti soprattutto fra Veneto, Toscana e Lombardia. È un numero piccolo, e vuol dire che per un cucciolo si mette in conto un’attesa e probabilmente un viaggio.
Una nota sull’Italia che riguarda il cane e non le statistiche: questa è una razza artica in un paese mediterraneo. Non è un ostacolo insormontabile, e vive benissimo anche al sud, ma richiede di organizzare l’estate attorno a lui, e non il contrario.

