Storia ed origine del Cane di Sant’Uberto

I monaci delle Ardenne, Guglielmo il Conquistatore e il nome che tutti fraintendono

Il Cane di Sant’Uberto ha uno dei sommari storici più ricchi fra quelli scritti negli standard FCI, e contiene la spiegazione di un equivoco che gira da sempre: cosa vuol dire la parola Bloodhound.

Sommario

Da dove viene il Cane di Sant’Uberto

Ritratto di profilo di un Bloodhound fulvo

Prima cosa da mettere in chiaro, perché quasi nessuno lo sa: l’origine ufficiale di questa razza non è l’Inghilterra, è il Belgio. Lo standard lo scrive nella prima riga.

Il sommario storico parte da lontano: un segugio di grande taglia e limiere per eccellenza, cioè il cane che nella caccia tradizionale francese ha il compito di cercare e riconoscere la traccia prima che la muta venga sciolta. Da secoli conosciuto per il fiuto eccezionale.

È stato allevato nelle Ardenne dai monaci dell’abbazia di Saint Hubert, e discenderebbe dai segugi neri o nero focati impiegati nel VII secolo dal monaco Uberto, che più tardi fu nominato vescovo e che, canonizzato, è diventato il patrono dei cacciatori. Il nome italiano della razza viene da lì.

Questi grandi segugi si diffusero nelle Ardenne per una ragione pratica: le foreste della regione erano piene di grossa selvaggina, e servivano cani con forza e resistenza per la caccia al cinghiale. I primi erano neri, poi arrivarono anche i nero focati.

Perché si chiama Bloodhound

Nell’XI secolo questi cani furono importati in Inghilterra da Guglielmo il Conquistatore. Nella stessa epoca vi furono introdotti anche cani dello stesso tipo ma dal mantello completamente bianco, chiamati Talbot, oggi scomparsi.

Fotografia d epoca di un Bloodhound al lavoro con un detective ferroviario americano

E qui arriva la spiegazione del nome, che lo standard riporta e che smonta l’equivoco più diffuso su questa razza. I discendenti inglesi di quei cani furono chiamati Bloodhound, che deriva da blooded hound: non significa cane del sangue nel senso truce che tutti immaginano, significa cane di puro sangue, cioè di razza pura.

Il fraintendimento è comprensibile, anche perché questa razza segue la pista di sangue, ed è uno degli usi che lo standard elenca. Ma il nome viene dal pedigree, non dal mestiere.

Più tardi la razza prese piede negli Stati Uniti, e su questo lo standard non gira intorno alla verità storica: negli Stati del Sud, in particolare, questi cani furono utilizzati per la ricerca degli schiavi fuggiti. È un capitolo che spiega anche la fama sinistra che il nome bloodhound si porta dietro nella cultura popolare, e che ha poco a che vedere col carattere reale del cane, che lo stesso standard definisce dolce, gentile e mai aggressivo.

La fotografia qui accanto è d’epoca e ritrae un Bloodhound al lavoro con un detective ferroviario americano: la stessa attitudine, usata per cercare persone.

Il Cane di Sant’Uberto oggi

Un gruppo di Bloodhound sdraiati insieme a una fiera di campagna

Oggi la razza vive tre vite diverse. La prima è quella tradizionale della muta, che sopravvive soprattutto in Gran Bretagna e in Francia, dove questi cani seguono piste in prove organizzate.

La seconda è quella che conosciamo tutti dalle cronache: la ricerca di persone scomparse. Le unità cinofile italiane e straniere usano il Sant’Uberto proprio per questo, e lo standard lo cita esplicitamente fra le sue utilizzazioni.

La terza è la vita da cane di famiglia, che lo standard riconosce alla voce utilizzazione, dove scrive cane da pista e anche da compagnia. Funziona, a patto di sapere cosa si sta prendendo, come raccontiamo nella pagina sul carattere.

In Italia i numeri sono modesti e molto irregolari: 790 cuccioli iscritti in dieci anni, con anni da 137 e anni da 32, e cinque allevamenti con affisso. È una razza che resta di nicchia, tenuta in vita più da chi la lavora che da chi la espone.