Storia ed origine dell’Appenzeller

Dal primo libro che lo nominò nel 1853 al club del 1906, fino alla razza rara di oggi

La storia dell’Appenzeller Sennenhund è quella di un cane che è esistito per secoli senza che nessuno si prendesse la briga di scriverne il nome. Faceva il suo lavoro nelle fattorie dell’Appenzello, conduceva le mucche e teneva lontani gli estranei, e per la cinofilia ufficiale semplicemente non c’era. Poi arrivarono un naturalista con un libro, un guardaboschi con una petizione e un professore di geologia con l’ossessione dei cani bovari. Qui trovi come è andata, anno per anno.

Sommario

Il cane che nessuno aveva ancora scritto

Ritratto ottocentesco di Friedrich von Tschudi

La prima volta che questo cane finisce su una pagina stampata è il 1853, in un libro che di cani non parlava: Das Thierleben der Alpenwelt, la vita degli animali sulle Alpi, del naturalista Friedrich von Tschudi. In mezzo alle marmotte e agli stambecchi c’è una riga su un bovaro pluricolore dal pelo corto, di media taglia, con la voce dai toni alti e l’aspetto piuttosto simile a quello di uno Spitz, che in certe regioni fa la guardia alle fattorie e raduna la mandria.

Sono due righe, ed è tutto quello che la razza ha come atto di nascita. Ma dentro ci sono già tre cose che ritroverai nello standard di oggi: il pelo corto, la taglia media e quella voce che si sente da lontano. Il resto del secolo lo passa così, un cane di fattoria che si riproduce da sé, senza registri e senza nomi, in un angolo della Svizzera nordorientale fra l’Appenzello e il Toggenburgo.

Il cane in testa alla transumanza

Per capire da dove viene, basta guardare una cartolina del 1900 come questa: la sfilata dell’Alpfahrt, la salita all’alpeggio, con i Senn in costume, le mucche in fila e ognuna col suo nome scritto sopra, le capre in coda e la fattoria in fondo. In testa a tutto il corteo, accanto al cavallo, c’è un cane piccolo e nero. Sopra di lui c’è scritto Tieger: aveva un nome proprio come le mucche, perché contava quanto loro.

Cartolina illustrata del 1900 con la transumanza appenzellese

Questo era il mestiere: aprire la strada, tenere insieme la mandria, riportare indietro chi usciva dalla fila e poi, arrivati a casa, mettersi davanti alla porta e non muoversi più. Nelle fattorie appenzellesi non c’era il lusso di un cane specializzato in una cosa sola, e la razza si è formata su questo doppio incarico. Lo standard di oggi lo scrive ancora nero su bianco fra le utilizzazioni: conduzione e guardia del bestiame, guardia della casa e della fattoria.

Max Sieber e i 400 franchi che salvarono la razza

Fotografia del 1919 di un contadino appenzellese con cavallo e carro

Verso la fine dell’Ottocento il cane di fattoria comincia a sparire, perché sparisce il lavoro che lo teneva in vita. Nel 1895 il capo delle guardie forestali Max Sieber, che della razza era il grande sostenitore, si rivolge alla Società Cinologica Svizzera e chiede che qualcuno faccia qualcosa. Funziona, e in un modo che oggi sembra incredibile.

Nel 1898 le autorità del Canton San Gallo mettono sul tavolo 400 franchi svizzeri per promuovere l’allevamento del bovaro dell’Appenzell: soldi pubblici, per salvare un cane. La Società Cinologica nomina una commissione che fissa le caratteristiche della razza, e alla fiera di Altstätten vengono presentati 9 maschi e 7 femmine, premiati con cifre fra i 5 e i 10 franchi. Poco dopo, alla prima Esposizione Internazionale di Winterthur, otto bovari dell’Appenzell sfilano in una classe appena inventata per l’occasione e dedicata ai cani bovari. Da lì in poi la razza esiste anche sulla carta.

Albert Heim e il primo standard del 1914

Il nome che torna in tutte le storie dei quattro bovari svizzeri è quello del professor Albert Heim, geologo di fama e cinofilo per passione, l’uomo che si mise in testa di salvare i cani da fattoria svizzeri prima che si sciogliessero negli incroci. È su sua sollecitazione che nel 1906 nasce il Club del Bovaro dell’Appenzell, con uno scopo dichiarato: conservare e promuovere la razza nel suo stato naturale.

Disegno del professor Albert Heim con il suo cane

Il club fa subito la cosa che conta, cioè l’iscrizione obbligatoria dei cuccioli nel Libro Origini del Bovaro dell’Appenzell: da quel momento si sa chi nasce da chi, ed è l’inizio dell’allevamento come razza pura. Nel 1914 Heim scrive di suo pugno il primo standard valido della razza. Lo standard che si usa oggi, il numero 46 della FCI, è del 2003, ma l’impianto è quello: un cane medio, tricolore, con la coda arrotolata e il carattere di chi non si lascia comprare.

AnnoCosa succede
1853Friedrich von Tschudi lo descrive per la prima volta in “Das Thierleben der Alpenwelt”
1895Il capo delle guardie forestali Max Sieber chiede alla Società Cinologica Svizzera di salvare la razza
1898Il Canton San Gallo stanzia 400 franchi. Alla fiera di Altstätten sfilano 9 maschi e 7 femmine
1898Alla prima Esposizione Internazionale di Winterthur 8 soggetti aprono la nuova classe dei cani bovari
1906Nasce il Club del Bovaro dell’Appenzell e con lui il Libro Origini della razza
1914Albert Heim scrive il primo standard valido
2003Lo standard FCI in vigore oggi, con il riconoscimento definitivo della Federazione

L’unica razza svizzera nella lista dei cani da salvare

C’è un dettaglio che dice tutto sullo stato di salute della razza. ProSpecieRara, la fondazione svizzera che si occupa di piante e animali domestici a rischio, ha in elenco una sola razza canina in tutto il paese, e quella razza è l’Appenzeller Sennenhund. Non è in via di estinzione, e la fondazione lo dice chiaramente: la popolazione è stabile. Il problema è un altro, ed è la base di allevamento stretta, cioè pochi riproduttori diversi fra loro.

Il programma di conservazione lavora esattamente lì: recuperare le linee poco rappresentate e allargare la base genetica, invece di far girare sempre gli stessi maschi. È il motivo per cui un allevatore serio di questa razza guarda i pedigree con la calcolatrice, e il motivo per cui una cucciolata nasce quando ha senso che nasca e non quando c’è richiesta. Per chi compra significa una cosa sola: le liste d’attesa qui non sono una posa commerciale.