Addestramento ed educazione del Grand Anglo-Français Tricolore
Come si fa un cane da muta: il gruppo, la couplage, il cambio, il richiamo
Con un Grand Anglo-Français Tricolore non si fa obbedienza formale: si fa una cosa più antica e più efficace, cioè si inserisce un giovane in un gruppo che sa già lavorare e si lascia che impari dagli adulti.
In questa pagina: come cresce un cucciolo in canile, che cosa si chiede a un cane di muta, quanto movimento serve, come si gestisce la voce e i motivi per cui questa razza fuori dalla muta non funziona.
Sommario
Come cresce un cucciolo in un canile di muta

La foto qui accanto racconta l’addestramento meglio di qualsiasi elenco: un cucciolo di questa razza cresce in mezzo a decine di cani adulti, e le prime regole – non litigare per il cibo, stare compatto, seguire il gruppo – le impara da loro.
Il percorso, negli equipaggi francesi, ha sempre lo stesso ordine. Prima il gruppo, poi l’uomo, poi i cavalli, poi il bosco.
L’uomo è il valet de chiens, quello che vive con la muta. Le prime uscite sono a piedi, in gruppetti piccoli, e servono a costruire una cosa sola: l’abitudine a seguire un umano e a rispondere alla voce e al corno.
I cavalli vengono dopo, e non è un dettaglio da poco: un cane che si spaventa fra gli zoccoli è un cane che si farà male e che farà cadere qualcuno. Si abitua da giovane, camminando accanto ai cavalli per mesi.
Nel bosco il giovane entra con la couplage: viene accoppiato a un cane anziano esperto e lo segue. È il metodo più vecchio della cinofilia e resta il migliore, perché nessuna tecnica insegna a cacciare meglio di un cane che sa già cacciare.
Nella vénerie un cane si considera fatto al secondo o terzo anno. Chi ha fretta brucia i giovani, e questo vale per tutte le razze da muta.
Che cosa si chiede a un cane di muta
Le richieste sono quattro, in ordine di difficoltà crescente. La prima è stare nel gruppo: un cane che caccia per conto suo, per bello che sia, rompe la muta.
La seconda è tenere la traccia anche quando è vecchia, fredda e sporca da altri odori. È un lavoro di naso e di testa, e in un bosco pieno di selvaggina è più difficile di quanto sembri.
La terza è dare voce nel modo giusto. Il conduttore è a cavallo e per la maggior parte del tempo non vede niente: capisce cosa succede dal tipo di voce dei suoi cani, e con l’esperienza riconosce i singoli soggetti. Un cane che abbaia senza avere niente sotto il naso confonde tutti.
La quarta è il rispetto del cambio: quando l’animale inseguito passa in mezzo ad altri animali freschi, la muta deve restare su quello di prima, che è stanco. Non si insegna con un comando: si ottiene con la selezione – i cani che cambiano vengono tolti – e con l’esempio degli anziani.
E poi c’è la cosa che chiude tutto: smettere. Quando il corno richiama, la caccia finisce. Un cane che non smette passa la notte nel bosco, e in una stagione di caccia capita.
Quanto movimento serve, e perché il giardino non basta

I numeri della grande vénerie non hanno paragone con la vita di un cane di famiglia: in una giornata di caccia una muta copre trenta o quaranta chilometri, in gran parte al galoppo, su terreno vario, per quattro o cinque ore.
Fuori stagione i cani non stanno fermi: si mantengono con uscite lunghe, spesso al passo dietro a un cavallo o a una bicicletta, e con lo spazio dei recinti. È condizionamento fisico, come per i cavalli.
Tradotto per chi non caccia: due passeggiate al giorno non sono poco per questo cane, sono un’altra cosa. Un motore così, tenuto sotto la sua soglia, produce un cane che ulula, scava, forza le recinzioni e parte dietro alle tracce.
Il recinto è la prima spesa e non è negoziabile, e il richiamo non va mai dato per acquisito: un segugio sul fresco non sente più niente. Non è un difetto di educazione, è il mestiere per cui è stato selezionato.
Per chi volesse dargli qualcosa da fare fuori dalla caccia in muta, le attività sensate sono quelle che usano il naso e le zampe: nose work, mantrailing, pista di sangue, dog trekking. Restano un cerotto rispetto al suo lavoro, ma sono meglio di niente.
L’ultimo punto riguarda la testa: questo è un cane che ha bisogno di altri cani. Da solo, anche con tutto il movimento del mondo, gli manca metà della vita.
La voce, e come si convive con un cane che parla
La voce di un segugio da grande vénerie è profonda, piena e si sente da lontano: è esattamente ciò che gli si chiede in caccia, perché è il modo in cui il conduttore segue il lavoro. Non è un difetto da correggere, è uno strumento.
Questo però ha un rovescio per chi lo tenesse fuori dal contesto: un cane che abbaia così, in un quartiere abitato, è un problema per tutti. Non si corregge con i collari antiabbaio, e non si corregge nemmeno alzando la voce, perché per il cane sei due che abbaiano insieme.
Quello che si può fare, se un cane da muta finisce in un contesto normale, è lavorare su due fronti. Il primo è l’appagamento: un cane che ha camminato e annusato abbaia molto meno di un cane annoiato. Il secondo è la gestione dell’ambiente: niente cuccia affacciata sul via vai, niente giornate intere in giardino da solo.
Sul richiamo vale un principio che in queste razze è quasi una legge fisica: si allena quando il cane non sta cacciando, in spazi chiusi, con premi che valgono, e non si chiama mai il cane per fare qualcosa che a lui non piace.
E la longhina da cinque o dieci metri, banale e sottovalutata, è lo strumento che permette a un cane con questo naso di annusare in libertà senza mettersi nei guai.
Gli errori più comuni con un cane da muta
Il primo errore è prenderlo fuori contesto. Succede quando qualcuno vede una muta a una manifestazione, si innamora e decide di portarsene uno a casa: finisce con un cane che ulula in giardino e un vicinato esasperato.
Il secondo è fidarsi del richiamo in campagna. Un cane di questa razza che incrocia una traccia fresca parte, e parte per chilometri.
Il terzo è trattarlo con durezza. Le razze da muta sono descritte come amichevoli e vicine agli uomini, e i metodi coercitivi ottengono l’effetto opposto: un cane che si chiude e che in gruppo diventa insicuro.
Il quarto è sbagliare cibo e lavoro. Petto ben disceso, sforzo intenso: il pasto va lontano dallo sforzo, e in stagione la razione si aumenta perché il cane cala di peso.
Il quinto è trascurare orecchie e piedi. Sono i due punti che fermano un cane da muta più di qualsiasi malattia, e in un canile serio si controllano dopo ogni uscita.
E il sesto è lasciarlo solo. Conviene ripeterlo perché è la cosa che si sottovaluta di più: un cane selezionato per vivere in muta, tenuto da solo, non è un cane con un problema di comportamento. È un cane a cui manca il branco.

