Addestramento ed educazione del Français Blanc et Noir
Come si cresce un cane da muta, e perché non si educa come un cane di casa
Con un cane da muta l’addestramento non assomiglia a quello di un cane da compagnia. Il Français Blanc et Noir nasce per lavorare in un gruppo di venti, quaranta o sessanta cani, sotto la direzione di un piqueur, e la maggior parte di quello che sa lo impara dai cani più anziani.
In questa pagina: come si cresce un cucciolo da muta, il rapporto col branco, la voce, il richiamo raccontato per quello che è, e cosa succede se un cane così finisce in una casa normale.
Sommario
Le priorità dei primi mesi
La prima è il gruppo. In un allevamento da muta il cucciolo cresce con gli altri cuccioli e poi entra in contatto con i cani adulti: impara le gerarchie, la gestione dello spazio e le regole del canile prima di imparare qualunque comando.
La seconda è il contatto con l’uomo, ed è più importante di quanto si pensi. Lo standard chiede un cane amichevole, vicino all’uomo e facile da gestire in canile: quella docilità si costruisce da cucciolo, con la manipolazione quotidiana.
La terza è l’abitudine al lavoro sui terreni: bosco, acqua, rovi, fango. Un cane da muta che a un anno non ha mai visto un bosco è un cane in ritardo.
La quarta è la condizione fisica, costruita con pazienza. Nel primo anno si cammina e si esplora; il lavoro vero, quello delle giornate lunghe, arriva dopo.
La quinta è il corno e la voce del conduttore: nella vénerie i comandi passano dai suoni, e il cucciolo li impara per associazione, seguendo i cani adulti.
E la sesta, che in Italia è la più importante da capire: questo cane non si educa come un cane di casa, perché non è cresciuto per stare in casa. Chi ne prende uno fuori contesto deve costruire da zero quello che in muta viene dall’ambiente.
La voce, il corno e il linguaggio della vénerie

Nella caccia a corsa il cane e l’uomo comunicano con i suoni: il cane con la voce, l’uomo con il corno.
Nella foto: la partitura di una fanfara di caccia in un manuale ottocentesco francese per cacciatori con i chiens courants.
Le fanfare non sono folklore: sono un codice. Ogni fase della caccia ha il suo suono, e chi è in sella capisce a che punto è la muta anche a un chilometro di distanza. Il manuale da cui viene questa pagina si intitola, letteralmente, Fanfare e toni di caccia, ovvero manuale abbreviato del cacciatore con i cani da seguita.
Dall’altra parte c’è la voce del cane, che lo standard elenca fra le qualità della razza. Un cane che dà voce bene racconta cosa sta facendo: se ha trovato, se ha perso, se sta rimontando la traccia.
Per chi non caccia, questa parte va tradotta in una cosa concreta: un Français Blanc et Noir abbaia, con una voce profonda e portante, ed è stato selezionato per farsi sentire da lontano. In un contesto residenziale è un problema serio.
L’altro pezzo del linguaggio è il vocabolario: la vénerie ha centinaia di termini tecnici per descrivere quello che fa un cane sulla traccia. È il segno di una cultura venatoria che ha studiato questi cani per secoli.
Il richiamo, la muta e la libertà

Qui bisogna essere chiari: un segugio da muta lanciato su una traccia di cervo non torna a comando. Non è un difetto di educazione, è il mestiere.
Nella foto: una muta di chiens courants francesi al lavoro lungo una recinzione.
Nella vénerie il problema si risolve in un altro modo: la muta lavora sotto il controllo dei conduttori a cavallo, che la seguono e la richiamano con il corno e con la voce quando serve. Il cane non torna perché lo si chiama: torna perché il gruppo torna.
Fuori da quel contesto, la conseguenza è pratica e non negoziabile: recinzione chiusa e longa. Un cane così, libero in campagna, semplicemente sparisce dietro il primo selvatico.
Per chi volesse dare a un cane di questa razza uno sfogo compatibile con una vita non venatoria, l’unica strada seria è il lavoro olfattivo: ricerca, mantrailing, tracce artificiali. È una sostituzione parziale, e va detto.
Il fabbisogno di movimento, in ogni caso, non si copre con due passeggiate: parliamo di un cane che in caccia copre decine di chilometri.
Cosa succede se finisce in una casa normale

Capita, e conviene dirlo: un cane da muta in una casa senza lavoro diventa un cane infelice, e il suo padrone diventa un padrone esausto.
Nella foto: un equipaggio francese con la sua muta. È il contesto in cui questi cani stanno bene.
I sintomi sono sempre gli stessi: abbai prolungati, fughe, buche in giardino, distruzioni in casa, e una frustrazione che si vede negli occhi del cane.
Non è una questione di taglia o di aggressività: questi cani, lo dice lo standard, sono amichevoli e facili da gestire. È una questione di lavoro: duecento anni di selezione su una funzione non si spengono con un divano.
Se per qualunque ragione un cane così arriva in una casa – un cane ritirato da un equipaggio, un salvataggio – le cose che funzionano sono tre: compagnia canina, perché è nato per vivere in gruppo; lavoro col naso ogni giorno; e recinzione serie, con guinzaglio sempre fuori.
E una raccomandazione che vale per tutte le razze da lavoro puro: prima di innamorarsi di una foto, chiedersi cosa farà quel cane per i prossimi dieci anni.

