Carattere e descrizione del Dachsbracke Alpino
Aspetto, colori del manto e temperamento: il ritratto completo della razza
Il Dachsbracke Alpino è uno di quei cani che in Italia sono dappertutto senza che nessuno li conosca: oltre cinquemila cuccioli in dieci anni, quasi tutti nelle mani dei cacciatori, e zero presenza nell’immaginario comune. Chi lo vede per strada pensa a un bassotto grosso, e sbaglia razza e sbaglia gruppo.
In questa pagina: com’è fatto, perché è basso sugli arti, che lavoro fa (la pista di sangue, prima di tutto), i due colori ammessi, che carattere ha e a chi è adatto.
Sommario
Il Dachsbracke Alpino in breve
Il Dachsbracke Alpino (per la FCI Alpenlaendische Dachsbracke) è un cane da caccia austriaco basso sugli arti e allungato: alto 34-42 centimetri, con l’ideale a 37-38 nei maschi e 36-37 nelle femmine, per 15-18 chili di muscoli. Mantello doppio, fitto e ruvido, nel colore rosso cervo scuro o nero con focature. È un cane da pista di sangue e un segugio per lepre e volpe, con l’espressione intelligente ed amichevole e la personalità impavida che chiede lo standard.
Quanto è grande un Dachsbracke Alpino

L’altezza ammessa va dai 34 ai 42 centimetri, con un’altezza ideale di 37-38 nei maschi e 36-37 nelle femmine. Sotto i 34 e sopra i 42 si viene squalificati: in una razza da lavoro la taglia è una misura funzionale, non un’estetica.
Il peso nello standard non c’è: in pratica un adulto in forma sta fra i 15 e i 18 chili, che su 37 centimetri di altezza vuol dire un cane densissimo. Chi lo prende in braccio la prima volta se ne accorge subito.
Le proporzioni sono scritte con i numeri, e spiegano la sagoma: garrese e tronco stanno in rapporto 2 a 3 (il corpo è molto più lungo che alto), muso e cranio in rapporto 9 a 10, e l’altezza del torace deve corrispondere a circa metà dell’altezza al garrese. Tradotto: metà cane è torace, e sotto restano arti corti e forti.
Il corpo è robusto, molto muscoloso ed allungato, con il dorso diritto, il rene corto e ampio e un petto prominente. Gli arti anteriori, dice lo standard, sembrano corti rispetto al corpo: è esattamente l’effetto voluto.
La coda è attaccata alta, forte alla radice, con il pelo più lungo nella parte inferiore (la cosiddetta coda a spazzola) e arriva quasi al suolo. Si porta leggermente abbassata: in un cane che lavora nel folto è anche una bandiera che il cacciatore segue con gli occhi.
Sull’andatura lo standard dice una cosa che vale più di mille descrizioni: il passo preferito è il trotto. Non è un cane veloce, è un cane che macina terreno per ore senza intralcio.
La testa e lo stop del Dachsbracke Alpino

Il cranio è leggermente convesso, con il solco frontale nettamente definito e la cresta occipitale poco marcata. Lo stop è pronunciato, e su un cane da traccia questo dettaglio ha un senso pratico: dà spazio alle cavità nasali.
Il muso è forte, le labbra ben aderenti e pigmentate di nero, il tartufo nero. Sui denti lo standard è severo come si conviene a un cane da lavoro: chiusura a forbice o a tenaglia, potente e completa, ed è ricercata la dentatura completa di 42 denti. È tollerata l’assenza di due PM1 o PM2, ma se ne mancano più di due si viene squalificati.
Gli occhi hanno l’iride marrone scuro e le palpebre pigmentate e ben aderenti: occhi troppo chiari e palpebre lasse sono difetti, e in un cane che infila la testa nella vegetazione le palpebre aderenti sono una protezione, non un vezzo.
L’espressione che ne esce è quella che lo standard chiede al carattere: intelligente ed amichevole. È una delle cose che colpisce di più chi incontra questa razza per la prima volta: dietro un cane da caccia serissimo c’è una faccia buona.
Le orecchie del Dachsbracke Alpino

Le orecchie sono attaccate alte, senza pieghe, pendono ampie e piatte e sono ben arrotondate all’estremità. Sulla lunghezza lo standard usa un metro casalingo e memorabile: devono poter raggiungere i canini.
Orecchie corte o a punta sono un difetto. Non è una questione di gusto: l’orecchio grande e piatto che scende sulle guance convoglia gli odori verso il naso quando il cane lavora con il muso a terra, ed è una caratteristica che tutti i segugi condividono.
Il rovescio della medaglia è la manutenzione. Un orecchio pendente che passa la giornata nel sottobosco raccoglie forasacchi, terra e umidità, e le otiti sono la prima voce del veterinario in questa razza. Il controllo dopo ogni uscita è parte del mestiere, non un’esagerazione.
I due colori del Dachsbracke Alpino

I colori ammessi sono due. Il primo, e lo standard lo definisce ideale, è il rosso cervo scuro, con o senza frammentatura di peli neri. Il secondo è il nero con focature rosso brune ben delimitate.
Nel nero focato le focature stanno in posizioni precise: sul capo, dove disegnano le due macchie sopra gli occhi che in Italia si chiamano quattr’occhi, poi sul petto, sugli arti, sui piedi e sulla parte inferiore della coda. È lo stesso schema che si vede nei segugi e nei bassotti neri focati.
Il bianco è ammesso in un punto solo: una stella al petto. Non è previsto altrove, e un colore che si discosta anche leggermente da quelli prescritti è considerato un difetto.
Il rosso cervo scuro resta il colore che si vede più spesso, ed è anche quello che dà alla razza quell’aria da piccolo segugio di montagna che i cacciatori riconoscono da lontano.
Il pelo del Dachsbracke Alpino e come si cura

Il mantello è doppio: un pelo di copertura molto fitto e ruvido più un denso sottopelo, tutto ben aderente al corpo. È l’attrezzatura tecnica di un cane che lo standard definisce resistente alle intemperie.
In pratica vuol dire che sotto la pioggia si asciuga in fretta, nella neve non si infreddolisce e nel roveto non si graffia come farebbe un cane a pelo raso. La pelle, aggiunge lo standard, è elastica e forte, senza pieghe: nessun punto debole dove possano annidarsi problemi.
La cura è la più semplice che ci sia: una spazzolata a settimana, di più nelle settimane di muta, e nient’altro. Il toelettatore in questa razza è una spesa che non esiste, i bagni si fanno solo quando serve, e la sabbia e il fango se ne vanno da soli asciugandosi.
L’unico lavoro serio è il controllo dopo le uscite: forasacchi fra le dita e nelle orecchie, zecche fra il pelo, taglietti sui cuscinetti. Cinque minuti a fine giornata, tutto l’anno.
Il carattere del Dachsbracke Alpino

Lo standard usa due espressioni: espressione intelligente ed amichevole e di personalità impavida. Messe insieme raccontano bene la razza: un cane socievole con le persone e testardissimo sul lavoro.
In casa è un cane tranquillo e affettuoso, che convive bene con la famiglia e con gli altri cani: viene da una tradizione in cui i cani da caccia stavano insieme e lavoravano in gruppo. Non è guardiano, non è diffidente, non ha spigoli.
Fuori casa cambia tutto, e qui va detto chiaro: quando il naso si accende, il richiamo passa in secondo piano. È un cane costruito per seguire una traccia per ore senza mollarla, e quella ostinazione che lo rende preziosissimo a caccia è la stessa che lo porta a due chilometri da te dietro a un capriolo. Il campo aperto senza recinto non è il suo posto.
L’altra caratteristica di razza è la voce: è un segugio, e la voce fa parte del mestiere. Un Dachsbracke che segue una pista dà voce, e chi lo prende come cane di città deve sapere che quel comportamento non si cancella.
La debolezza di carattere, tra l’altro, è motivo di squalifica nello standard, insieme a tutto quello che può influire negativamente sull’impiego a caccia. È il modo austriaco di dire che qui il carattere non è un dettaglio estetico.
Che lavoro fa il Dachsbracke Alpino: pista di sangue, lepre e volpe
Lo standard dice esattamente a cosa serve questo cane, ed è raro trovare una descrizione così concreta: cane robusto, resistente alle intemperie, viene utilizzato dai cacciatori di montagna. Viene impiegato come cane da traccia su pista di sangue alla ricerca di grossa selvaggina ferita (ungulati) o come segugio per la caccia alla lepre o alla volpe.
La pista di sangue è il lavoro nobile e quello che spiega la sua presenza in Italia. Quando un ungulato viene ferito e fugge, il cane da traccia lavora al collare e alla lunga, seguendo per centinaia di metri o per chilometri la traccia che l’animale ha lasciato, e permette di recuperarlo. È un lavoro di naso, di testa e di calma: niente corsa, niente entusiasmo scomposto, solo metodo.
Come segugio il Dachsbracke lavora invece in libertà, cerca la lepre o la volpe, la scova e la inseguirà dando voce, così che il cacciatore sappia sempre dove si trova la caccia. Il fatto di essere basso sugli arti qui diventa un vantaggio tecnico: passa sotto la vegetazione, tiene il naso vicino al terreno e va a un ritmo che l’uomo può seguire.
Il filo che tiene insieme le due cose è il trotto, il suo passo preferito secondo lo standard: un’andatura economica che può durare tutto il giorno su terreno ripido e bagnato.
Il Dachsbracke Alpino non è un bassotto

È l’equivoco più comune, e conviene chiarirlo. Il Dachsbracke ha Dachs nel nome (in tedesco significa tasso, come nel bassotto) ed è basso sugli arti, ma appartiene a un altro gruppo e ha un’altra storia: sta nel Gruppo 6, quello dei segugi e dei cani per pista di sangue, mentre il Bassotto ha un gruppo tutto suo, il 4.
La differenza vera è nel motivo per cui hanno le gambe corte. Nel bassotto è la condrodistrofia, una condizione genetica che accorcia le ossa lunghe e che porta con sé il famoso problema dei dischi intervertebrali. Nel Dachsbracke si tratta invece di un segugio abbassato per selezione, con una struttura più solida e proporzionata: la schiena lunga richiede attenzione, ma non è la stessa storia clinica.
Cambia anche la mole. Il Dachsbracke pesa 15-18 chili contro i 9-12 di un bassotto standard, ed è un cane nettamente più robusto. E cambia il lavoro: il bassotto è nato per la caccia in tana, il Dachsbracke per la traccia e la caccia in montagna.
Quanto vive un Dachsbracke Alpino e di cosa si ammala
Buona notizia: nel Dachsbracke Alpino non ci sono test genetici di razza consolidati da pretendere, perché non ci sono patologie ereditarie diffuse che li richiedano. È una razza rustica, selezionata su base funzionale da cacciatori che tenevano i cani che lavoravano bene e stavano bene.
I problemi veri sono quelli del suo mestiere. Le orecchie pendenti e ampie raccolgono tutto, e le otiti sono la casistica numero uno: controllo e pulizia dopo ogni uscita nel bosco. Le zecche e i parassiti sono un tema continuo per un cane che vive nel sottobosco. E poi ci sono le lesioni da lavoro: tagli sui cuscinetti, contusioni, distorsioni, forasacchi fra le dita.
La schiena merita una nota, senza allarmismi. Il corpo è allungato e questo espone la colonna a più stress che in un cane di proporzioni normali, ma il Dachsbracke non ha la struttura di un cane condrodistrofico: le regole sono le solite del buon senso, cioè nessun sovrappeso (che qui è il fattore di rischio principale) e niente salti ripetuti da divani e portelloni nei mesi di crescita.
Sulla longevità: i club di razza e gli allevatori indicano 12-14 anni, ma su questa razza non esistono studi pubblicati come quelli fatti sulle razze britanniche. È una stima ragionevole, non un dato.
A chi è adatto il Dachsbracke Alpino

È il cane di chi caccia, e in particolare di chi fa pista di sangue o segue la lepre in montagna. In quel contesto è una macchina: infaticabile, metodico, resistente al tempo e facile da tenere.
Fuori dalla caccia può funzionare benissimo, ma a una condizione precisa: che gli si dia lavoro di naso e movimento vero. Con una famiglia sportiva che fa mantrailing, ricerca olfattiva e ore di cammino ogni settimana, è un compagno eccezionale, di ottimo carattere, che in casa non chiede niente e sta volentieri con tutti.
Non è adatto a chi vive in appartamento con due giri dell’isolato al giorno. Non è adatto a chi vuole un cane che si tenga fuori dal guinzaglio in mezzo alla natura senza addestramento, perché quando il naso prende il comando il richiamo diventa un’opinione. E non è adatto a chi non tollera un cane che dà voce: è un segugio, la voce è parte del pacchetto.
Con i bambini e con gli altri cani, invece, è una delle razze più facili che ci siano: viene da una tradizione di cani che lavoravano e vivevano in gruppo, e l’aggressività qui non è mai stata un tratto tollerato.



