Storia ed origine dello Slovensky Cuvac
I pastori liberi dei Tatra, il formaggio come tributo e uno standard che è un documento storico
Lo standard dello Slovensky Cuvac non è un elenco di misure: è un testo del 1965 che racconta la teoria delle origini, la storia sociale dei pastori slovacchi e perfino i nomi dei primi allevamenti. Non ne abbiamo trovati molti così.
In questa pagina: la cintura dei cani bianchi, i pastori liberi dei Tatra, come la razza è arrivata in città e chi l’ha salvata.
Sommario
La cintura dei grandi cani bianchi

Lo standard apre con una teoria delle origini che oggi nessuno sosterrebbe più, e che proprio per questo conviene leggere: il gruppo di razze dei cani bianchi di montagna deriva dai lupi artici, i cui resti risalenti a prima dell’era glaciale si sono conservati nelle regioni montuose d’Europa fino al margine dei ghiacciai.
La genetica moderna ha smontato quella ricostruzione: i cani non discendono da popolazioni locali di lupi conservate qua e là, e la somiglianza fra i grandi bianchi europei si spiega con il mestiere, non con l’antenato.
Ma la parte geografica di quella frase è verissima, e conviene guardarla. Lo standard elenca dove stanno questi cani: il versante nord del Caucaso, i Balcani e in particolare i monti Rodopi, i Carpazi e in particolare i Tatra, i versanti settentrionali degli Abruzzi e delle Alpi, e infine i Pirenei.
È una cintura che attraversa l’Europa da est a ovest, e in ogni suo tratto c’è un grande cane bianco da guardiania: il Cuvac nei Tatra slovacchi, il Pastore di Tatra sul versante polacco, il Kuvasz in Ungheria, il Pastore Abruzzese Maremmano in Italia, il Cane da Montagna dei Pirenei in Francia e Spagna.
Non sono parenti stretti perché discendono da un lupo comune: si somigliano perché per secoli hanno fatto lo stesso lavoro nello stesso ambiente, e perché quel lavoro chiedeva le stesse cose. Taglia per affrontare un lupo, pelo per stare fuori tutto l’anno, colore chiaro per essere riconoscibili di notte, e una testa capace di decidere da sola.
Il testo del 1965 aggiunge anche altre analogie nordiche: cita l’esploratore svedese Wahlenberg per la flora, e paragona il cavallo Huzul dei Carpazi al cavallo Gudbrandsdal norvegese. È scienza di sessant’anni fa, ed è affascinante da leggere anche sapendo che non regge.
I pastori liberi dei Tatra e il tributo in formaggio

Questa è la parte più bella dello standard, ed è pura storia sociale. Non capita spesso di trovarla in un documento cinologico.
Il testo dice: la gente di montagna slovacca era in gran parte gente libera, non sottoposta alla servitù della gleba medievale, che proteggeva i confini e pagava i suoi tributi soltanto sotto forma di formaggio di pecora.
Rileggetela. In un’Europa in cui i contadini erano legati alla terra, i pastori dei Tatra erano liberi, sorvegliavano la frontiera e pagavano le tasse in formaggio.
La loro organizzazione si chiamava Valasski Opasek, in tedesco Wallachischer Bund, con centro a Kaschau, cioè l’odierna Kosice. Era insieme una struttura pastorale e militare, e lo standard aggiunge la riga che chiude il cerchio: i suoi membri svolgevano il loro servizio sui pascoli di montagna sempre insieme ai loro cani tipici, i cani da guardia dei Tatra, e venivano sempre raffigurati con loro.
Il Cuvac, quindi, non è il cane di un allevamento o di una corte: è il cane di una comunità di montagna che aveva un patto con lo Stato. Guardava le pecore, guardava la casa, guardava il bestiame, spingeva il pollame al pascolo e sorvegliava le cose. Un cane a tutto fare.
E poi c’è il pezzo su come è finito in città, che è una storia di turismo prima del turismo: i villeggianti che salivano dai contadini di montagna a comprare il formaggio e altri prodotti si innamoravano dei cuccioli dal pelo folto, e così portarono la razza in pianura, dove non di rado era considerata una razza di lusso per il suo aspetto insolito.
Un’ultima nota di confine: sul versante polacco dei Tatra c’è una razza simile, il Pastore di Tatra, che lo standard chiama cane dei Gorali. E aggiunge un dettaglio da linguista: i soggetti particolarmente potenti là vengono chiamati dalla gente Liptauer, dal nome della regione slovacca di Liptov. Il nome stesso, insomma, dice da che parte del monte venivano i cani migliori.
Chi ha salvato la razza, e i numeri fermi al 1965
La razza ha rischiato di sparire per il motivo più semplice del mondo: quando i lupi sono scomparsi dalle montagne europee e la pastorizia si è modernizzata, un cane da guardiania non serviva più.
A rimetterla in piedi è stato un veterinario universitario. L’allevamento registrato in Cecoslovacchia è stato avviato dal professor Antonin Hruza della Facoltà di Veterinaria di Brno il 4 giugno 1929, e il club degli allevatori è nato nel 1933.
Lo standard racconta perfino da dove veniva il materiale di partenza: i paesi di Liptovska Luzna, Kokava, Vychodna v Tatrach e i dintorni di Rachovo nei Carpazi. Il primo allevamento si chiamava Ze zlate studny, cioè della Fonte d’Oro, e stava fra Svitavy e Brno; quello carpatico aveva l’affisso Z Hoverla.
E arriva perfino a elencare le linee di sangue più diffuse: Topas, Uran, Simba, Hrdos, Ibro, Cuvo, Bundas, Dinar, Samko, Bojar e Olaf. Un elenco di nomi di cani dentro uno standard FCI: non ci era ancora capitato.
Lo standard di razza è stato approvato nel 1964 e la data dello standard ufficiale valido presso la FCI è il 18 agosto 1965.
C’è infine un dettaglio che dice quanto quel testo sia rimasto fermo. Lo standard scrive: il numero dei soci del club con riproduttori e allevamenti è stato di recente contato in circa 200. I cani registrati viventi, attualmente nella repubblica, sono quasi 800.
Attualmente vuol dire 1965. Quei numeri sono ancora lì, in un documento in vigore, e si riferiscono a una repubblica, la Cecoslovacchia, che non esiste più da oltre trent’anni. È il segno di uno standard che nessuno ha più voluto riscrivere, e in fondo è anche il suo fascino.

