Storia ed origine del Segugio dell’Appennino

Un giornale del 1882, un avvocato del 1932 e il riconoscimento del 2026

Il Segugio dell’Appennino è la sedicesima razza italiana riconosciuta a livello internazionale, ed è successo nel febbraio 2026. Ma il cane esiste da molto prima: un giornale di caccia lo descriveva già nel 1882.

In questa pagina: le origini, il ritratto del 1932, la strada verso il riconoscimento e le critiche che ha ricevuto.

Sommario

Le origini e il giornale La caccia del 1882

Segugio dell'Appennino a pelo forte dal mantello scuro su un ring

Lo standard dice che le origini di questa razza sono molto antiche, e porta una prova documentale precisa: nel giornale illustrato La caccia del 2 novembre 1882 il cane era già descritto e incluso fra le razze di segugio esistenti in Italia.

Poi arriva una frase da leggere per intero, perché racconta come questa razza si è formata: più che agire come processo selettivo, la Natura ha creato con questa razza un tipo di cane uniforme, rustico, resistente ed elegante, che i montanari e gli appassionati della razza hanno preservato con cura.

Detto in modo più diretto: nessuno ha inventato questo cane a tavolino. Si è formato da solo sull’Appennino, perché in quell’ambiente e con quel lavoro sopravvivevano e si riproducevano i cani fatti in un certo modo. Gli uomini si sono limitati a non rovinarlo.

È una storia diversa da quella di quasi tutte le razze moderne, che nascono da un gruppo di appassionati, un club, un registro e un obiettivo. Qui c’è un cane che c’era, e basta.

Il nome inglese scelto per lo standard internazionale dice il mestiere senza mezzi termini: Appennine Hound, Italian Hare-Hunting Dog. Il cane italiano da caccia alla lepre.

Che cosa scrisse Filippo Zacchini nel 1932

Segugio dell'Appennino a pelo raso in piedi al guinzaglio

La descrizione più citata di questa razza ha quasi cento anni e la firma un uomo che questi cani li usava: Filippo Zacchini, avvocato e agricoltore.

Nel 1932 Zacchini scrisse: segugio di piccola taglia, di grande agilità e vivacità, tutto muscoli e nervi senza alcuna pesantezza, di origine antica e di tipo ben consolidato.

E aggiunse la parte che spiega perché la razza è arrivata fino a noi: è stato posseduto per lungo tempo soprattutto da piccoli proprietari terrieri, e mostra un forte attaccamento al suo padrone, tutti fattori che ne hanno favorito la conservazione.

Conviene fermarsi un momento su questo punto. Le razze da caccia dei ricchi hanno lasciato ritratti, libri e club. Questa è sopravvissuta perché era il cane di chi aveva un pezzo di terra sotto l’Appennino, se lo teneva vicino e ci andava a lepri.

Un cane piccolo mangia poco, un cane attaccato al padrone non scappa, un cane rustico non ha bisogno del veterinario. Erano tre buone ragioni per tenerlo, e sono le stesse tre ragioni per cui il tipo è rimasto uniforme per generazioni.

La frase tutto muscoli e nervi senza alcuna pesantezza è finita, quasi identica, dentro lo standard FCI del 2026. Novantaquattro anni dopo.

Il riconoscimento del 2026 e le critiche che ha ricevuto

Due Segugi dell'Appennino presentati uno accanto all'altro

La strada ufficiale è recente. L’ENCI ha scritto uno standard nazionale nel 2005, ha dato il riconoscimento nazionale pieno nel 2010 con il numero 901, e nel febbraio 2026 è arrivato quello internazionale.

Il Consiglio della FCI, riunito a Roma, ha riconosciuto la razza in via provvisoria, che è il primo dei due gradini previsti. Lo standard internazionale porta il numero 375 ed è valido dall’11 febbraio 2026.

Il risultato è stato ottenuto dall’ENCI insieme alla Società Italiana Pro Segugio, ed è stato salutato come un traguardo importante: il Segugio dell’Appennino è la sedicesima razza italiana riconosciuta a livello internazionale.

Non tutti però hanno festeggiato, ed è giusto raccontare anche l’altra parte. La stampa cinofila italiana ha sollevato tre obiezioni serie.

La prima riguarda le mode estetiche. Il riconoscimento porta le esposizioni, e le esposizioni portano le mode: l’esempio che viene fatto è quello dei pastori australiani sempre più bianchi, con i rischi di sordità e problemi alla vista che quella selezione comporta. Un cane finora selezionato solo per come lavorava rischia di essere selezionato per come appare.

La seconda riguarda il mercato. Moltissimi cuccioli di questa razza nascono da cucciolate casalinghe e vengono venduti come cani di razza senza avere i documenti che lo attestano. È una pratica che rende difficile la vita a chi fa selezione seria e controlli sanitari.

La terza è etica, e non ha una risposta facile: ha senso promuovere una nuova razza da caccia quando nei canili italiani ci sono già moltissimi cani da caccia abbandonati?

Noi le riportiamo perché ci sembrano domande legittime. La nostra posizione è che il riconoscimento di una razza autoctona sia una buona notizia se serve a tutelare il tipo e a responsabilizzare chi la alleva, e una cattiva notizia se diventa solo un nuovo prodotto da esposizione.

QuandoCosa succede
2 novembre 1882Il giornale illustrato La caccia lo descrive fra i segugi esistenti in Italia
1932L’avvocato e agricoltore Filippo Zacchini ne scrive il ritratto più citato
Per secoliSopravvive nelle mani di montanari e piccoli proprietari terrieri
2005L’ENCI scrive uno standard nazionale della razza
2010Riconoscimento nazionale pieno, con il numero 901 e le due varietà di pelo
Febbraio 2026Il Consiglio FCI riunito a Roma la riconosce in via provvisoria
11 febbraio 2026Data di validità dello standard internazionale numero 375
Il traguardoÈ la sedicesima razza italiana riconosciuta a livello internazionale