Addestramento ed educazione del Rhodesian Ridgeback

Un cane intelligente che decide: coerenza, socializzazione e chilometri

Il Rhodesian Ridgeback impara in fretta e ubbidisce quando gli conviene, e questo riassume bene il problema. Qui trovi come si imposta l’educazione, perché la socializzazione conta tanto e quali attività servono a un cane costruito per la resistenza.

Sommario

Come si educa un Rhodesian Ridgeback

Il punto di partenza è la parola che usa lo standard: intelligente. Ma è l’intelligenza di un cane che cacciava in gruppi di due o tre, lontano dal cacciatore, prendendo decisioni da solo. Capisce subito quello che gli chiedi, e altrettanto subito capisce se può evitarlo.

Serve quindi coerenza assoluta: regole poche, chiare e uguali per tutti in famiglia. Un Ridgeback che scopre che una regola vale solo con qualcuno smette di rispettarla con quel qualcuno, e lo fa senza drammi, semplicemente perché ha capito come funziona.

Il metodo è il rinforzo positivo, con premi che valgano la pena e sessioni brevi: si annoia alla terza ripetizione dello stesso esercizio. I metodi duri, su un cane sicuro di sé come questo, producono un rapporto rovinato e nessun risultato.

Va messo in conto il calendario: il Ridgeback matura tardi e resta un adolescente grosso e sicuro di sé per un paio d’anni. È in quel periodo che si vede se il lavoro dei primi mesi è stato fatto.

Le priorità pratiche sono due. La condotta al guinzaglio, da costruire quando il cane pesa venti chili e non quaranta. E l’autocontrollo: aspettare, stare fermo, non salire sul divano prima del permesso. Le cose noiose sono quelle che rendono gestibile un cane di questa mole.

La socializzazione e i rapporti con gli altri cani

Il distacco verso gli estranei fa parte della razza e non va corretto: è scritto nello standard, insieme alla precisazione che non deve esserci né aggressività né timidezza. Quello che va fatto è incanalarlo.

Nei primi mesi il cucciolo deve incontrare persone, luoghi, rumori, superfici e altri cani equilibrati. Non per diventare socievole con tutti, cosa che non sarà mai, ma per imparare a valutare invece di reagire. Un Ridgeback ben socializzato è un cane che ti guarda, decide che va tutto bene e si rimette a dormire.

L’attenzione maggiore va ai rapporti fra maschi. È un cane sicuro di sé che non fa passi indietro, e due maschi adulti che si sfidano sono quarant’anni di problemi in quaranta secondi. La socializzazione da cucciolo e la gestione degli incontri fanno la differenza.

Con i gatti e con gli animali di casa la convivenza si costruisce da cucciolo e in genere funziona, ma va ricordato che parliamo di un cane da caccia con un istinto di inseguimento vivo: il gatto di casa è una cosa, il gatto che scappa in giardino è un’altra.

Su un cane di questa taglia e con questo carattere, rivolgersi a un educatore esperto nei primi mesi non è un lusso: è la scelta che evita i problemi invece di doverli risolvere.

Le attività giuste: chilometri, non trucchi

Il Rhodesian Ridgeback è costruito per la resistenza con una buona velocità, e questo va tradotto in pratica: due giri dell’isolato non sono attività fisica, sono una pausa per i bisogni.

Rhodesian Ridgeback che si tuffa in acqua

Le attività che gli calzano meglio sono quelle di fondo: il canicross, il bikejoring, la corsa accanto al proprietario e il dog trekking, che è probabilmente la cosa più bella da fare con questa razza. Ha un passo che non finisce mai.

Funziona bene anche la nose work, ed è utile per due motivi: è un cane da caccia con un buon naso, e il lavoro olfattivo stanca la testa senza consumare le articolazioni. Nelle giornate di pioggia o di caldo è la soluzione.

L’agility è possibile ma non è la sua disciplina naturale: si diverte, è agile, ma la precisione ripetitiva lo annoia. Meglio dosarla e mescolarla ad altro.

Sul primo anno vale la cautela dei cani grandi: niente salti, niente corse prolungate su asfalto, niente scale ripetute finché la crescita non è completata. La resistenza si costruisce dopo, e ci sarà tutto il tempo.

Una nota sul clima che sorprende: nonostante l’origine africana, il pelo corto e la mancanza di sottopelo lo rendono freddoloso d’inverno. In montagna o nelle giornate rigide un cappottino non è un vezzo.