Storia ed origine del Mastiff
Dalle arene di Roma alla ricostruzione della razza dopo il 1945
Il Mastiff ha una storia che comincia prima delle date che conosciamo e che rischia di finire nel 1945. In questa pagina trovi cosa dice lo standard sulle origini, come mai una parola francese è finita nell’inglese per colpa sua, e come una razza quasi estinta sia stata rimessa in piedi partendo da pochissimi cani.
Sommario
Il cane che i romani portarono nelle arene

Lo standard FCI del Mastiff dedica alle origini un sommario insolitamente lungo, e conviene leggerlo perché è un pezzo di storia inglese: il Mastiff è presente fra noi da molti secoli, ed ebbe la sua parte nella storia da molto prima della Battaglia di Agincourt, cioè prima del 1415.
Il passaggio più citato riguarda i romani: è risaputo che quando i romani invasero la Britannia, vi trovarono un cane di tipo mastiff, e ne furono così colpiti che presero alcuni esemplari per farli combattere nelle arene di Roma. Non è una leggenda moderna: è scritto nel documento ufficiale della razza.
Il secondo passaggio è ancora più curioso e riguarda le parole. Quando arrivarono i normanni, il tipo mastiff era così diffuso in Britannia che la parola francese dogue entrò nella lingua inglese. È da lì che arriva l’inglese dog come lo intendiamo per i molossi, e la stessa radice si ritrova nel nostro dogo.
Per secoli il Mastiff è stato il cane dei castelli e delle proprietà: legato di giorno, liberato di notte. Non era un cane da combattimento nel senso stretto, era un cane da guardia il cui lavoro consisteva soprattutto nell’esserci.
I grandi cani dell’Ottocento
È nell’Ottocento che il Mastiff diventa una razza nel senso moderno, con registri, allevatori e campioni di cui restano nomi e fotografie. Cani come Beaufort e Governor sono i capostipiti da cui discendono i Mastiff di oggi.

Guardando queste immagini si nota una cosa interessante: i Mastiff ottocenteschi erano più asciutti di quelli attuali, con meno pelle e arti più lunghi in proporzione. L’idea del molosso enorme e massiccio si è accentuata nel Novecento.
È anche il motivo per cui lo standard di oggi insiste su quella frase sulla taglia che è desiderabile solo se associata alla qualità: serve a frenare la corsa ai chili.
In quegli stessi anni il Mastiff diventa un soggetto da ritratto: i grandi cani venivano dipinti come si dipingevano i cavalli da corsa, e alcune di quelle immagini sono la miglior documentazione che abbiamo di com’era la razza prima delle guerre.
Il 1945, l’anno in cui il Mastiff è quasi sparito

Poi arriva la parte che quasi nessuno racconta, e che lo standard invece mette nero su bianco: la razza si era quasi estinta dopo la Seconda Guerra Mondiale.
Le ragioni sono quelle di tutte le razze giganti in quegli anni: in tempo di razionamento alimentare, mantenere un cane che mangia come una persona era impossibile, e moltissimi allevamenti chiusero. In Inghilterra restarono pochissimi soggetti riproduttori.
La ricostruzione avvenne, dice lo standard, importando nuovi esemplari, in gran parte dal Nord America, dove alcuni Mastiff inglesi erano stati esportati prima della guerra. Da quella base ristretta viene tutta la popolazione moderna.
Questo spiega anche una cosa pratica di oggi: la variabilità genetica della razza è limitata, e i problemi ereditari si concentrano più che in razze numerose. È la ragione per cui su un Mastiff le domande all’allevatore contano.
In Italia la razza è arrivata tardi e resta di nicchia: 740 cuccioli registrati dall’ENCI negli ultimi dieci anni, con appena nove allevamenti con affisso, concentrati fra Lazio, Toscana e Sicilia.

