Storia ed origine del Groenlandese

Mille anni di Qimmit: la genetica, i distretti della slitta e un declino in corso

Lo standard FCI liquida la storia di questa razza in una riga: è una delle razze più antiche del mondo e da tempi antichi è stata l’unico cane da slitta degli Inuit. Nel 2025, però, uno studio pubblicato su Science ha riempito quella riga di dati.

In questa pagina: da dove vengono i Qimmit, le tre popolazioni regionali della Groenlandia, i cani delle grandi spedizioni polari, le leggi che tengono pura la razza da oltre un secolo e i numeri di un declino che è in corso adesso.

Sommario

Diecimila anni di cani da slitta

Incisione su legno ottocentesca con un cane eschimese di profilo

La storia dei cani da slitta comincia molto prima della Groenlandia. Lo studio pubblicato su Science il 10 luglio 2025 – frutto del progetto Qimmeq dell’Università di Copenaghen con l’università groenlandese di Nuuk – fa risalire l’origine di questi cani alla Siberia di circa novemila anni fa.

Nella foto: un cane eschimese in un’incisione su legno dell’Ottocento, dalla Wellcome Collection. È così che l’Europa conosceva questi cani prima delle fotografie.

Il passaggio successivo è l’Alaska: gli autori individuano un antenato diretto dei cani groenlandesi vissuto là circa quattromila anni fa. Poi il grande spostamento verso est, attraverso l’Artico canadese.

L’arrivo in Groenlandia avviene con gli Inuit che si spostano dal Nunavut, e la data che lo studio indica è intorno all’anno 1000 – con l’ipotesi che possa essere qualche secolo prima di quanto si pensava.

Mille anni di continuità in un solo mestiere: tirare la slitta. È il motivo per cui lo standard può scrivere, senza esagerare, che si tratta di una delle razze più antiche del mondo.

E c’è un dato che colpisce più di tutti: nonostante oltre quattrocento anni di presenza coloniale europea in Groenlandia, lo studio trova quasi nessun DNA europeo nei cani moderni. Tracce minime in un cranio del 1958 e in tessuti dell’Ottocento, e nulla di più.

Tre popolazioni: Kitaa, Tunu, Avanersuaq

La scoperta più interessante dello studio del 2025 è che i cani groenlandesi non sono una popolazione unica: sono tre popolazioni regionali geneticamente distinte, che corrispondono alle grandi regioni dell’isola.

Kitaa è la Groenlandia occidentale, la più popolata, quella di Ilulissat e di Upernavik. Tunu è la costa orientale, la più isolata, dove si trova Ittoqqortoormiit. Avanersuaq è il nord estremo, la regione di Qaanaaq, dove la slitta è ancora oggi il mezzo di trasporto principale.

Quelle tre linee non sono un dettaglio da laboratorio: sono il risultato di secoli di isolamento reciproco, e gli autori raccomandano esplicitamente di preservarle tenendo d’occhio in particolare la popolazione di Tunu, che è la più piccola.

Un altro risultato riguarda una leggenda tenace: gli allevatori tradizionali raccontano incroci occasionali con il lupo artico, e in effetti nella cultura groenlandese quel racconto esiste. Le analisi genetiche moderne, però, non hanno trovato ibridi nei cani di oggi.

Il quadro complessivo è quello di una popolazione di cani rimasta straordinariamente pura. E quella purezza non è casuale: è anche il frutto di una scelta politica di cui parliamo qui sotto.

Il datoChe cosa diceFonte
Tre popolazioniKitaa a ovest, Tunu a est, Avanersuaq a nord: geneticamente distinteStudio su Science, luglio 2025
OrigineI cani da slitta arrivano dalla Siberia circa 9.000 anni faStesso studio
Un antenato in AlaskaCirca 4.000 anni faStesso studio
Arrivo in GroenlandiaCon gli Inuit dal Nunavut intorno all’anno 1000Stesso studio
DNA europeoQuasi assente, nonostante oltre 400 anni di presenza colonialeStesso studio
Ibridi con il lupoNessuno trovato nei cani moderni, pur essendo raccontati dalla tradizioneStesso studio
Quanti eranoCirca 25.000 cani nel 2002Progetto Qimmeq
Quanti sonoCirca 13.000 nel 2020Progetto Qimmeq
Perché calanoMeno ghiaccio marino, costo del cibo, motoslitteProgetto Qimmeq

I cani delle spedizioni polari

Fotografia di Frank Hurley con due cani groenlandesi in Antartide fra il 1911 e il 1914

Fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento i cani groenlandesi sono stati protagonisti di tutte le grandi imprese polari, in entrambi gli emisferi. Le foto che ci restano sono spesso le loro prime immagini fotografiche.

Nella foto: Basilisk e Ginger, due cani groenlandesi in Antartide fra il 1911 e il 1914, fotografati da Frank Hurley, il fotografo delle spedizioni australiane e poi di quella di Shackleton.

I cani della Groenlandia furono scelti per le spedizioni artiche e antartiche per una ragione semplice: erano i migliori a fare quel lavoro. Amundsen, per la conquista del Polo Sud, portò cani groenlandesi e sulla loro efficienza costruì tutta la sua strategia.

È una parte della storia da raccontare senza edulcorarla: nelle spedizioni i cani venivano usati fino alla fine, e spesso non tornavano. La logistica polare dell’epoca era costruita anche su questo, e i diari degli esploratori non lo nascondono.

Nel 1930 la spedizione tedesca di Alfred Wegener – il geofisico della deriva dei continenti, che morì proprio durante quella campagna sulla calotta – lavorò con mute groenlandesi, e da lì viene una delle fotografie di questa pagina.

Il paradosso è che quella fama internazionale non ha cambiato la razza: mentre l’Husky e il Malamute diventavano cani da esposizione e poi da famiglia, il Groenlandese è rimasto in Groenlandia a fare il suo lavoro.

I distretti della slitta e la legge del 1907

Fotografia d'epoca di una spedizione in Groenlandia con la slitta e i cani

Ecco il pezzo di storia che spiega perché questi cani sono rimasti puri: in Groenlandia esistono i distretti della slitta – il territorio a nord del Circolo Polare Artico e la costa orientale – dove per legge non si possono portare cani di altre razze.

Nella foto: una spedizione in Groenlandia con la slitta e i cani in una fotografia storica della ETH-Bibliothek, dai materiali della spedizione di Alfred de Quervain.

Le prime norme sui distretti risalgono al 1907: da oltre un secolo, dunque, la Groenlandia regola il movimento dei cani per proteggere la popolazione dei suoi cani da slitta.

La regola più drastica è quella del non ritorno: un cane groenlandese che scende a sud del Circolo Polare non può rientrare nei distretti della slitta. La ragione è sanitaria, cioè evitare l’ingresso di malattie, ma l’effetto sulla genetica è enorme.

Messo insieme allo studio del 2025, il quadro si chiude: quelle leggi sono la ragione per cui in mille anni – e in quattro secoli di colonizzazione – i cani groenlandesi non hanno preso sangue europeo.

C’è un altro aspetto da capire, e riguarda il modo di tenere i cani: nei distretti i cani da slitta sono animali da lavoro, vivono all’aperto, spesso alla catena, e le regole locali distinguono chiaramente fra cane da slitta e cane da compagnia. Non è crudeltà esotica: è un sistema costruito su un clima e su un’economia che non assomigliano ai nostri.

Il declino: da 25.000 a 13.000 cani

Muta di cani della Groenlandia con la slitta su una distesa di neve

La parte più urgente della storia di questa razza è quella che sta succedendo adesso. Il progetto Qimmeq ha messo in fila i numeri: i cani da slitta groenlandesi erano circa 25.000 nel 2002 e sono circa 13.000 nel 2020. Poco più della metà in meno di vent’anni.

Le ragioni sono tre e si sommano. La prima è il riscaldamento: il ghiaccio marino copre il mare per periodi sempre più brevi, e senza ghiaccio la slitta non serve.

La seconda è il costo del cibo: mantenere una muta di dieci o quindici cani è caro, e in un’economia che cambia diventa un lusso.

La terza è la motoslitta: più veloce, non mangia quando è ferma e non va accudita ogni giorno. Per un cacciatore che deve scegliere, la matematica è spietata.

Il risultato è che una razza sopravvissuta mille anni rischia di ridursi in una generazione, e con essa una cultura intera – quella della slitta groenlandese – che è fatta di tecniche, parole, canti e modi di leggere il ghiaccio.

Il progetto Qimmeq nasce proprio per questo: documentare la cultura della slitta e la genetica dei cani prima che il declino diventi irreversibile, e dare agli allevatori groenlandesi strumenti per conservare le tre linee regionali.

In Italia, nel frattempo, la razza è una curiosità: le API dell’ENCI, sul codice 274, registrano un solo cucciolo, nel 2020. Chi la incontra, la incontra in Groenlandia o nei paesi nordici.