Storia ed origine del Dachsbracke Alpino
Dalle Alpi austriache alle battute di caccia di un principe ereditario
La storia del Dachsbracke Alpino è quella di un cane da lavoro che non ha mai avuto bisogno di essere di moda. Nasce nelle Alpi austriache, viene notato dalla corte degli Asburgo nell’Ottocento e arriva al riconoscimento ufficiale nel Novecento senza mai cambiare mestiere.
In questa pagina: da dove viene, la storia del principe ereditario Rodolfo che se lo portava a caccia in Turchia e in Egitto, i passaggi del riconoscimento fra il 1932 e il 1991 e i numeri italiani di oggi, che sorprendono.
Sommario
Da dove viene il Dachsbracke Alpino

Lo standard FCI apre in modo asciutto: fin dai tempi antichi si impiegavano cani da caccia il cui aspetto assomigliava in maniera rimarcabile a quello del Dachsbracke delle Alpi. Nessuna data di fondazione, nessun creatore: un tipo di cane che nelle valli alpine c’era da sempre.
Il contesto spiega la forma. Nelle Alpi il cacciatore lavora su pendii ripidi, boschi fitti e neve, e ha bisogno di un cane che vada piano, tenga il naso a terra e resista al freddo e alla pioggia. Un segugio alto e veloce lì è inutile: si perde di vista in due minuti e arriva dove l’uomo non può seguirlo.
Da questa esigenza nasce l’idea di abbassare il segugio: gambe corte, corpo lungo, torace profondo, pelo doppio. Il risultato è un cane che copre il terreno al trotto per un giorno intero e che il cacciatore può seguire a piedi.
I luoghi hanno nomi precisi, perché lo standard li cita: Mürzsteg, in Stiria, e Ischl (l’attuale Bad Ischl), nell’Alta Austria. Due zone di caccia imperiale, ed è da lì che i cani di questa razza arrivano alla storia scritta.
Il principe ereditario Rodolfo e i Dachsbracke in Egitto

Il dettaglio più curioso della storia della razza sta scritto nello standard FCI: nel 1881 e nel 1885 il principe ereditario Rodolfo d’Asburgo chiese ai cacciatori di Mürzsteg e d’Ischl di portare i Dachsbracke delle Alpi alle sue escursioni di caccia in Turchia ed in Egitto.
Rodolfo, figlio di Francesco Giuseppe e di Elisabetta, era un cacciatore appassionato e un naturalista, e il fatto che fra tutti i cani disponibili alla corte più fastosa d’Europa scegliesse questi piccoli segugi di montagna dice qualcosa di preciso: erano cani che funzionavano.
Per la razza quel viaggio è stato una promozione sociale involontaria. Un cane da valligiani finito nel seguito di un principe ereditario diventa un cane di cui si parla, che si cita nelle cronache di caccia e che gli allevatori cominciano a considerare qualcosa di più di un attrezzo.
Ed è anche una prova di adattabilità che oggi useremmo come slogan: un cane selezionato per la neve delle Alpi che lavora nel caldo del deserto egiziano.
Dal 1932 al 1991: come è diventato una razza

Il primo riconoscimento arriva nel 1932: la più alta associazione cinologica austriaca riconosce l’Alpine-Erzgebirgs-Dachsbracke come terza razza di cani per pista di sangue. Non è un dettaglio da appassionati: vuol dire che il suo lavoro sulla traccia era considerato al livello dei grandi specialisti.
Le altre due razze di quel gruppo sono i due segugi da sangue tedeschi, il Bavarese e l’Hannover: cani più grandi, più pesanti, più specializzati. Il Dachsbracke entra in quel club portando qualcosa che gli altri non hanno, cioè la doppia attitudine: traccia e segugio.
Nel 1975 il nome cambia in quello attuale, Alpenlaendische Dachsbracke, e la FCI stabilisce che il paese d’origine è l’Austria. Nel 1991 arriva la sistemazione definitiva: la FCI lo inserisce nella Sezione 2 del Gruppo 6, quella dei cani per pista di sangue, con prova di lavoro.
Quest’ultima formula, con prova di lavoro, è la chiave di tutto: per diventare campione un Dachsbracke non basta che sia bello, deve dimostrare di saper lavorare. È il motivo per cui, a differenza di tante razze da caccia, questa non si è spaccata in due popolazioni separate, una da esposizione e una da lavoro.
Il Dachsbracke Alpino in Italia: numeri da razza diffusa

Qui arriva la sorpresa. Fra il 2015 e il 2024 l’ENCI ha iscritto 5.291 cuccioli di Dachsbracke Alpino, una media di oltre 500 all’anno: è una delle razze da caccia più diffuse in Italia, e quasi nessuno fuori dal mondo venatorio la conosce.
Il picco è del 2018 con 620 cuccioli, mentre gli ultimi due anni segnano un calo netto: 402 nel 2023 e 331 nel 2024. È la stessa curva che si vede su molte razze da caccia italiane, e segue il numero dei cacciatori.
Gli affissi dedicati alla razza sono però soltanto sei: tre in Emilia Romagna (Ravenna, Bologna e Rimini), uno in Toscana (Grosseto), uno in Liguria (Genova) e uno in Lombardia (Milano). Cinquemila cuccioli e sei affissi: vuol dire che la maggior parte delle cucciolate nasce da cani da lavoro di cacciatori, non da allevamenti espositivi.
Per chi cerca un cucciolo è un’informazione utilissima: il posto giusto dove cercare non è il sito patinato di un allevamento, è il giro dei conduttori di cani da traccia e delle associazioni venatorie, dove i cani si vedono lavorare prima di comprarli.

